Guida pagana al presepe

Francesco Palmieri

Da Virgilio mago ai personaggi della smorfia, la Betlemme partenopea è molto più di San Gregorio Armeno

Se non era per lavoro non cantava. Solo una volta il figlio lo sorprese a farlo, e fu talmente raro che poi se ne sarebbe ricordato luogo e data: villa di Signa nei pressi di Firenze, estate 1919. Quel giorno Enrico Caruso stava costruendo il presepe. Offeso dalle critiche che aveva ricevuto diciotto anni prima al teatro San Carlo, vestendo gli insidiosi panni tenorili di Nemorino ne L’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti, giurò – e mantenne – che nella sua città mai più avrebbe cantato. Non aveva litigato con Napoli, ma con i napoletani. Soleva dire, per spiegare il sentimento, che ’o presebbio è bello, ma ‘e pasture so’ malamente. Di certo, mentre quel giorno era intento ad allestirlo, scelse e pose sullo scoglio di sughero e legno i pastori che piacevano a lui: nell’osteria, vicino al pozzo, a valle del ruscello. Di certo, anche se questo il figlio Enrico jr non lo ha raccontato, dovette chiedergli se il presepe gli piaceva. Come dopo avrebbe fatto il Luca Cupiello di Eduardo De Filippo con suo figlio, vezzeggiato quale Nennillo dalla madre ma da lui chiamato Tommasino, secondo anagrafe, perché si sa: i padri vogliono già grandi i maschi che alle mamme, invece, piace sempre vedere piccoli. Però a differenza di Nennillo, o Tommasino, Enrico jr al padre Enrico avrà sicuramente risposto sì, che il presepe gli piaceva, perché a un genitore come quello – scherzoso solo a tavola e quando voleva lui – non ti veniva di opporre un diniego.


Nella tradizione napoletana, l’uso della prospettiva nel tempo s’apprendeva con l’uso della prospettiva nello spazio


 

Quanti Caruso padre e figlio, quanti Luca e Tommasino Cupiello hanno tastato sul terreno in cartapesta del presepe le regole complesse ma esplicabili, come la tradizione e la sfida, che collegano una generazione all’altra nel conflittuale paradiso della nazione napoletana. Quest’uso della prospettiva nel tempo s’apprendeva con l’uso della prospettiva nello spazio, che i giovani capiscono più facilmente per cui si sa – e s’insegnerà un giorno – che le moschelle, ossia i pastori minuscoli, vanno collocate sulle montagne; che i pastori da 8 centimetri staranno un po’ più indietro di quelli da 10 e che i Re Magi devono avvicinarsi lentamente alla Grotta della Natività sui cavalli o i dromedari per discenderne, cambiati con figurine appiedate, soltanto il 6 gennaio, quando è quasi il momento di smontare il presepe e già le scuole vanno a ricominciare, quando i morti – che dal 24 dicembre per dodici giorni si sono riaffacciati sulla terra – tornano a riposare nei loro buoni o cattivi destini. Da allora il tempo, rimasto sospeso fra passato e presente in quel magico scorcio d’anno, riprende l’andamento ordinario, rendendo i fatti materia di future memorie e gli eventi materia di giornali che troveranno ricetto, quando non perduti, nei loro enormi ossari cui diamo pomposamente il nome di emeroteche.

 

Il muto apprendimento dei bambini, chiamati a valutare la costruzione dello scoglio, la disposizione delle luci (i pisellini), il collocamento dei pastori ciascuno con una propria storia e caratteristiche, trapassava da un Natale all’altro nella naturale acquisizione di abilità, di stratagemmi plastici e ottici che hanno fatto dei napoletani gente adorabile e detestabile, franca o ingannevole, di fantasia esplosiva ma pure tristemente razionale. Il profumo di questa tradizione, corrotto ma non sopraffatto dall’aroma del vinavil e dall’altro, straniero ma finissimo, degli abeti natalizi, era un misto di mandarini e colla di pesce col suo odore penetrante, che si propagava dalla cucina alla stanza in cui s’andava montando il presepe. Fissava, la calda colla sciolta nel pentolino, la terracotta di pastori, angeli e pecore nell’azzardo delle più precarie o marginali posizioni.

 

Ci piacque e ci piace, il presepe. Ci deve piacere, ha scritto il Papa nella Lettera apostolica Admirabile signum, diffusa il primo dicembre scorso a Greccio, luogo in cui tutte le storie collocano e datano la prima rappresentazione, che san Francesco volle “vivente” nel Natale del 1223. Una “bella tradizione”, “un esercizio di fantasia creativa”, ha spiegato il Pontefice, che “suscita sempre stupore e meraviglia” perché è come “un Vangelo vivo” che annuncia il mistero dell’Incarnazione. Ma per la fabbrica felice di un presepe, oltre al Bambino, occorrono i bambini perché da piccoli s’impara l’arte, e lo conferma il Papa: “Quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare”. Ed è pur vero, per tutti gli allievi ma soprattutto se ti sono figli, l’antico detto napoletano: T’aggia ’mparà e t’aggia perdere, perché quando il sapere è stato trasmesso scocca l’ora del congedo dal maestro o dal padre. Verrà allora il momento di un altro presepe: se il figlio nei suoi Natale vicini o distanti lo desidererà, ricorderà d’incanto come fare da solo.


Nel presepe napoletano ci trovi il cacciatore col fucile, il monaco questuante, la zingara, i giocatori di carte, il cuoco


 

Quali allievi, chissà, e quanti maestri si confondono ancora tra la folla desacralizzata che si pigia in questi giorni per la strada dei presepi, San Gregorio Armeno, nel centro antico di una città tanto indulgente verso i turisti quanto spietata con i residenti. Perciò, siccome sono a uso della napoletaneria e dei selfie per i visitatori, negli ultimi trent’anni si sono moltiplicate le statuine d’attualità che nulla c’entrano con il presepe e mai vi faranno ingresso. Senza alludere a Totò, che resta sempre super partes, bensì agli altri: in principio fu inevitabilmente Eduardo, quindi Diego Armando Maradona, poi la creta prese la forma togata del pm Antonio Di Pietro cui seguirono i personaggi più o meno acclamati dai venditori di almanacchi e nei telegiornali fino ai recentissimi. Ecco Rino Gattuso nuovo allenatore del Napoli e persino Mattia Santori, leader delle Sardine, pesce catalogato nell’inconscio partenopeo a comprimario dell’interminabile e delirante tarantella Lo guarracino, che sciorinando il repertorio ittico mediterraneo celebra i disastri cagionati appunto da una sardella (per giunta, innamorata).

 

Meglio sarebbe compulsare fuori stagione i residui misteri di via San Gregorio Armeno, risalendo da piazzetta dell’Olmo denominata da un albero scomparso cui, leggenda vuole, Virgilio mago appese una cicala d’oro per restituire incantevole silenzio alla città dei rumori. Meglio passarci di martedì mattina, qualsiasi martedì, quando nella chiesa che dà il nome alla strada, santa Patrizia compatrona di Napoli scioglie il sangue, e se ha già compiuto il prodigio si può baciare la teca col grumo illiquidito protesa delicatamente da una suora. A fine strada, quando s’arriva a piazza San Gaetano, si tocca la duplice ragione del presepe ossia la doppia radice del dicembre napoletano. Quella apparente e quella occulta. E’ incastonata nella facciata della basilica di San Paolo Maggiore con due superstiti colonne del tempio dei Dioscuri, su cui la chiesa fu edificata nell’ottavo secolo per immortalare un insigne trionfo militare sopra i Mori. Quelle colonne, generalmente infrante, sostituiscono sovente nel presepe settecentesco la Grotta della Natività, sancendo la vittoria della cristianità sul paganesimo secondo il gusto iconografico del secolo per le “erbose ruine”.


Quando il sapere è stato trasmesso scocca l’ora del congedo dal maestro o dal padre. Verrà allora il momento di un altro presepe


 

Già nel ’500 aveva incentivato la diffusione del presepe dalle chiese alle case Gaetano da Thiene, il santo della piazza, che riposa nel succorpo della basilica con altri beati e venerabili teatini dalle spoglie talora incorrotte, fra reliquie e fiale di sangue sciolto o rappreso, comunque ritenuto prodigioso ma oggi perlopiù smarrito. L’operosa devozione dei predicatori non cancellò tuttavia dalla memoria collettiva i resti dei culti più antichi praticati nel medesimo perimetro di San Gregorio Armeno e San Paolo Maggiore. Da Mitra alla dea Iside, da Cerere a Dioniso perché – non inganni ’o paese d’’o sole – Napoli soggiace da sempre al fascino lunare e all’abbandono dionisiaco. Fra la cavità dell’utero materno e le grotte degli ossari storici, tra il buio della nascita e la nerezza della morte si plasmerà l’ambigua scenografia di un purgatorio dilatato dove vivi e defunti s’incontrano in qualche punto intermedio.

 

È questo notturno sullo scoglio rischiarato dalle stelle che fa da teatro al Natale, la cui memoria è precedente a quella cristiana “essendo comune a diversi popoli il mito solare di un divino Bambino partorito in una grotta da una Madre vergine”, ricorda Roberto De Simone parlando del presepe popolare. Fu già Horus, Dioniso, Zoroastro (che appena nato, come il Bambin Gesù, sorrise) o sarebbe stato quel puer straordinario profetizzato nella IV egloga delle Bucoliche da Virgilio, il quale forse non per caso la compose a Napoli. Un puer che per la prima volta si manifestava non al di sopra della storia ma al suo interno, in un luogo e a una data da cui si sarebbe contato nuovamente il tempo umano. Avanti o dopo Cristo.

 

Riprodotti nella creta da insuperabili modellatori come Giuseppe Sammartino, che scolpì il “Cristo velato” della Capella Sansevero, furono i pastori che fecero e fanno da testimoni al prodigio rappresentando una variegata lista di tipi. Migliaia di dita febbrili si mossero a cucirne gli abiti, dalle rozze tele dei mendicanti ai fustagni dei popolani alle sete, velluti e broccati trapunti d’oro o argento delle sfarzose georgiane. Lavorarono con ago e filo dita bianche di monache nei conventi, di regine borboniche votate al devoto passatempo, persino di sante come Maria Francesca ai Quartieri Spagnoli alla quale una statua del Bambinello, per agevolarle la vestizione, spalancò miracolosamente le braccia.


Meglio sarebbe compulsare fuori stagione i residui misteri di via San Gregorio Armeno. Meglio passarci di martedì mattina 


Ma al presepe classico dei ricchi, esposto in permanenza tutto l’anno, s’aggiunse quello popolare che condensa nei personaggi fissi una storia che è la Storia ed è pertanto anacronistica, sicché nella Betlemme partenopea ci trovi il cacciatore col fucile, il monaco questuante (oggi spesso modellato con il volto di Padre Pio), la zingara, i giocatori di carte, il cuoco dal cappellone bianco, la monaca, la banda dei mori e addirittura Pulcinella. E’ una folla precisamente individuata, correlata ai significati dei 90 numeri della Cabala napoletana, ai sogni e al gioco del Lotto, quella che sancisce anche il senso dei luoghi obbligati di un presepe: oltre alla Grotta è posta in basso l’osteria, rappresentazione di un infero recinto con le proprie anime perse: accuditi da un oste di malcelata crudeltà, bevitori e giocatori di carte si riaffrontano ogni anno litigiosi e insaziati o istupiditi e satolli. In alto invece, assai distante dalla Natività è il castello di Erode, cui s’oppone dall’altro lato il rifugio del pastore dormiente, Benino, dall’apparente marginalità che alcuni interpretano come totalmente ingannevole. Lui disteso tra le pecore non sarebbe ignaro della nascita di Cristo, bensì questa con tutta l’animata scena presepiale sarebbe solo la rappresentazione plastica del suo stranissimo e meraviglioso sogno. Un rovesciamento di prospettiva che farebbe di Benino l’unica persona reale della straordinaria notte. Se così non fosse, se si risvegliasse all’improvviso, diventerebbe il “pastore della meraviglia”, quello fermo a braccia dischiuse e a bocca aperta, muto per sacro stupore dinanzi alla Grotta. O forse quello della “meraviglia” è il solito pastore che non s’è perso mai niente, e che l’indomani umilierà Benino dicendo: “Io c’ero mentre tu t’addormenti sempre sul più bello”.

 

Sono questi i maturati archetipi della cultura napoletana, che ha profuso in effimere architetture di sughero e muschio lo stesso impegno con cui altre civiltà realizzarono fortezze, opifici, forzieri e con cui utilizzarono i numeri più per le registrazioni contabili che per una Cabala dove ogni cosa ha un senso magico e improbabile. Come nei mazzi di tarocchi. Il pozzo o la fontana rendono l’acqua due acque diverse per cui nei sogni il primo fa 67 e la seconda 76, invertendo l’ordine, e a mezza strada fra 1 e 90 – tra inizio e fine, tra credere e non credere – sta lei con il 45, la lavandaia identificata nella scettica Salomè del Protovangelo di Giacomo, la quale dopo il parto dubitò della verginità della Madonna e volle toccarla. La mano le s’incenerì all’istante ma il Bambin Gesù all’istante la risanò. Ora lei, da 2019 anni, lava e rilava i panni di Maria accanto alla fontana o sul ruscello, che nei presepi più accurati non si simula con carta stagnola ma proprio con l’acqua smossa da un motorino. Lei dimostra sempre la stessa età, lì sopra tutti mostrano la stessa età grazie a un tempo sospeso. Forse lo fu anche il nostro, ma per così poco: solo le rare volte che un papà Enrico canticchiava cominciando il presepe addirittura d’estate o un papà Luca domandava se ci piacesse. O quando venne il nostro turno di canticchiare e chiedere. Poi basta. Sicché oggi “questo sono io, un po’ avvilito in verità, perché guardandomi allo specchio mi sono accorto che mentre il presepe è rimasto lo stesso, io invece mi sono alquanto invecchiato”, scriveva giustamente Luciano De Crescenzo, presepista.

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