I sindacati non vanno in pensione, ma lasciano indietro giovani e precari. I numeri dell'Ocse

Samuele Maccolini

Italia in controtendenza rispetto agli altri paesi: negli ultimi quarant'anni gli iscritti sono scesi di meno. Come affrontare le sfide del futuro? Ne abbiamo parlato con Stefano Abbatangelo e Angela Sansonetti, responsabili Giovani Fim Cisl

In un momento storico di grandi trasformazioni che attraversano il mercato del lavoro, diminuiscono gli iscritti ai sindacati. A certificarlo è l’Ocse, che nella recente pubblicazione “Negotianting our way up”, analizza il progressivo allontanamento dei lavoratori, avvenuto negli ultimi quarant’anni. Nei paesi Ocse, la percentuale di lavoratori iscritti ai sindacati si è più che dimezzato, passando dal 33,3 per cento nel 1975 al 16 per cento nel 2018. Il paese che registra più iscrizioni è l’Islanda (91 per cento), mentre in fondo alla classifica si trova l’Estonia (4,7 per cento). Ma se le statistiche descrivono un lento declino delle istituzioni sindacali nell’area Ocse, il dato italiano appare in controtendenza: negli ultimi quarant'anni siamo passati dal 48 per cento al 34,4 per cento, ma negli ultimi 18 anni la percentuale ha subito minime variazioni (tabella sotto). “La componente storico sociale nella compagine sindacale italiana è quel senso di tranquillità e protezione dalle ingiustizie che il sindacato ha sempre mostrato di poter garantire negli anni”, dicono al Foglio Stefano Abbatangelo e Angela Sansonetti, responsabili Giovani Fim Cisl.

 

  

“Il sindacato in Italia, in particolare quello metalmeccanico, è ancora molto forte sia nella rappresentanza che nella capacità di mobilitazione. Specie davanti a una politica lontana e disattenta al lavoro. Pure nei momenti più difficili della crisi, è rimasto sempre al fianco dei lavoratori”. Anche a Taranto? La decisione del governo di cancellare lo scudo penale ha spinto ArcelorMittal ad andarsene. Non avvertite un senso di impotenza? “Il caso Ilva è l’esempio lampante del problema di comunicazione sindacato-lavoratori: purtroppo mi rammarica ammetterlo ma spesso i lavoratori vivono lontano dalla realtà”, ammette Angela Sansonetti, che è componente della segreteria Taranto-Brindisi. Gli operai dell’Ilva chiedono troppo? “Sembrano convinti che il lavoro sia sempre qualcun altro a doverlo creare, siamo diventati un paese di assistenzialisti che non prendendosi la responsabilità delle proprie scelte crede che le sventure o le fortune siano sempre una mano invisibile a crearle”.

 

A ognuno le sue responsabilità, insomma. I giovani, però, non sono responsabili per l’attuale andamento del mercato del lavoro. Eppure, malgrado le difficoltà, gli stipendi bassi e il precariato, le nuove generazioni non si affidano, come succedeva in passato, ai sindacati. Dalla ricerca dell’Ocse, risulta che i giovani, nei paesi industrializzati, rappresentano solo il 7 per cento degli iscritti ai sindacati; “le nuove generazioni più difficilmente si sindacalizzano”, si legge nel report. “In un Paese che invecchia come il nostro, è sempre più urgente restituire un ruolo primario alle giovani generazioni”, dice Stefano Abbatangelo, della segreteria di Milano metropoli. “I giovani avrebbero bisogno del passo di lato dei più anziani che libererebbe loro la strada per realizzarsi”. Un ragionamento che, forse, vale anche per il mondo dei sindacati, visto che in Italia si registra una sproporzione tra gli iscritti pensionati e quelli giovani. I pensionati pesano così tanto nel sistema dei sindacati italiani che su 10 milioni di iscritti totali al sindacato europeo dei pensionati (Ferpa), gli italiani sono più della metà (6 milioni). 

 

Ma non sono solo le nuove generazioni ad essere state abbandonate dai sindacati. In Italia, spiega l’Ocse, i lavoratori atipici  – part time, tempo determinato, a chiamata, a progetto etc. – hanno una probabilità inferiore, tra il 20 e il 50 per cento, di essere sindacalizzati rispetto ai lavoratori dipendenti. “Sul mondo atipico stiamo svolgendo un ottimo lavoro di rappresentanza e tutela. Però dobbiamo iniziare a pensare e interpretare il mondo del lavoro con schemi nuovi e adeguati alla realtà, abbandonando quelli appartenenti a un passato”, dice Sansonetti. È un augurio che rivolge anche al suo sindacato? “Sono in atto trasformazioni epocali che stanno radicalmente cambiando il modo in cui pensiamo i diritti e i doveri. Accanto a questi stravolgimenti, cambiano anche le professionalità e di conseguenza le forme contrattuali. Il sindacato o sarà preparato ad affrontare questa rivoluzione, oppure diventerà l’ombra di ciò che è stato in passato”.

 

Insomma, per non scomparire dovrete rivoluzionare la vostra organizzazione seguendo lo spirito del tempo? “Il lavoro del futuro sarà caratterizzato da una nuova concezione del tempo e dello spazio”, commenta Abbatangelo. “Il sindacato oggi dovrebbe lavorare su due livelli: quello territoriale nella singola azienda, e quello nazionale con politiche che mirino alla crescita dell’occupazione e alla salute dell’azienda”. Ripartire da territori come Taranto quindi? “Lì”, conclude Sansonetti, “il sindacato è impegnato a contrastare questa deriva che punta a confermare l’alternatività tra lavoro, salute e ambiente che per noi, invece, restano valori assolutamente conciliabili su cui vogliamo rifondare i pilastri di un paese migliore”.

Di più su questi argomenti: