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Il bacio tra Asia Argento e Fabrizio Corona è la distopia del #metoo

Il fotoromanzo tra la paladina delle ricattate e il grande ricattatore

6 Novembre 2018 alle 20:38

Asia Argento e Fabrizio Corona sono la distopia del #metoo

La copertina di Chi con una foto di Asia Argento e Fabrizio Corona

Roma. La settimana del fotoromanzo è iniziata con la nostra vice first lady che congeda e spoglia il nostro vicepremier su Instagram e ufficializza la fine del loro amore; prosegue con Asia Argento che s’abbarbica a Fabrizio Corona sulla copertina di Chi e ufficializza l’inizio del loro amore. Ed è solo mercoledì – e quanto è ingiusto e baro che sia un mercoledì novembrino: dovrebbe essere agosto, dovremmo poter essere tutti in spiaggia, a parlare per ore e ore di questi strani amori che mettono nei guai ma in realtà siamo noi e, se resta tempo, ma certamente ne resta, a giocare al fascistometro di Michela Murgia (signora, suo figlio è 34,7 per cento fascista, lo mandi via da qui, lo mandi alla spiaggia libera, gli compri un MicroMega).

 

Ha detto Argento a Chi che Corona l’ha conosciuto per lavoro (era forse il manager dei Seveso Casino Palace, quelli bravi bravi che a “X-Factor” Asia avrebbe reso i nuovi Garbage se non fosse stata allontanata dal programma come Spacey è stato allontanato da “House of Cards”?). Ha detto che avrebbero dovuto parlare per pochi minuti e invece poi hanno parlato per molte ore e lei ha sentito il dolore di lui e viceversa, e allora si sono scoperti uguali e ugualmente vittime, fraintesi, incompresi, puniti, sanguinanti, incazzati, dannati, disoccupati. “Il mio sogno? Lavorare con Maria De Filippi” (ha detto lei, lui no, lui non ha detto niente, lui avrebbe dovuto andare, stasera, a “La Repubblica delle Donne” di Chiambretti, ma ci andrà lei, farà lei, dirà lei).

 

Le rivoluzioni in Italia non si possono fare perché ci conosciamo tutti: passè. Le rivoluzioni in Italia non si possono fare perché tutti vogliamo lavorare con Maria e perché siamo veline, mica fascisti. La regina, madrina, eroina, paladina del #metoo, scacciata dal #metoo per cattive compagnie (amiche stronze e amanti diciassettenni), la donna incastrata per sempre nel trauma dell’abuso, che per mesi e mesi s’è incaricata di sfasciare il patriarcato, denunciare i ricattatori, vendicare le ricattate, esorcizzare il sessismo introiettato (dalle donne, dai giornali, dalle copertine, dai calendari, dai giochi, dai vestiti, dalle carriere, da tutto), va da Alfonso Signorini e racconta di come s’è innamorata di un ricattatore seriale, uno che ha speculato sul corpo di chiunque guadagnasse abbastanza da essere rilevante per un’apertura di Dagospia, e che per questo è finito in carcere.

 

Va dal patriarca del gossip per domandare all’Italia di lasciarla in pace, di lasciarla sognare, risparmiarle i giudizi universali e, per una volta, accogliere senza capire. E figuriamoci se non le concederemo il diritto al suo bad romance. Dice Gianna Nannini che possiamo sempre scegliere, possiamo sempre farci suore, possiamo sempre far l’amore come comanda Dio. Possiamo sempre, possiamo tutto: anche diventare il nostro peggiore incubo, trasformarci nel nostro nemico, innamorarcene, finire di nuovo vittime della sindrome di Stoccolma.

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