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Triste, solitario y tafazziano. Come complicare la vita al proprio libro

La recensione del romanzo di Osvaldo Soriano, nell'unica rubrica che vi dice come parlare di libri (senza perdere tempo a leggerli)

17 Novembre 2018 alle 06:00

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Shottini è un'idea di Andrea Ballarini. Video ed editing di Enrico Cicchetti


  

Una delle più sicure tecniche che uno scrittore può utilizzare per assicurare una vita complicata alle proprie opere è quella di confondere le idee ai lettori. A cominciare soprattutto dai lettori delle case editrici, che devono decidere se quel certo libro sarà pubblicato o meno, fino ai lettori che poi dovranno comprarlo.

  

Pensate che conosco uno scrittore che qualche anno fa ha avuto l’idea di scrivere un libro umoristico e che lo ha intitolato “Chi massaggia il manzo di Kobe?” Oh, i librai non capivano che cosa fosse e allora certe volte lo mettevano tra i libri di cucina e altre volte tra i testi di filosofia zen. Una volta è addirittura finito tra il carteggio Hannah Arendt-Martin Heidegger e il Tractatus logicus filosoficus di Wittgenstein.

  

Qualche problema di difficile collocazione deve averlo avuto anche il libro di cui parliamo oggi che si chiama “Triste solitario y final” e che è stato pubblicato nel 1974 da uno scrittore argentino: Osvaldo Soriano.

  

Innanzitutto, il protagonista principale è Philip Marlowe. Sì, proprio lui, il detective di Raymond Chandler, qui ritratto in una fase più matura, rispetto ai romanzi originali, e un bel po’ più stropicciato dalla vita, disilluso e stanchissimo, estenuato si potrebbe dire.

  

Poi i personaggi di contorno. Il romanzo racconta che un giorno nell’ufficio sgarrupatissimo di Marlowe si presenta un vecchio Stan Laurel, sì, proprio quello Stan Laurel che da noi diventava Stanlio e Ollio (sempre nominati insieme).

  

Laurel, sopravvissuto a Ollio, gli chiede di indagare su un supposto complotto che fa sì che nessuno a Hollywood voglia più lavorare con lui. Marlowe è riluttante, un po’ perché con gli anni è diventato malmostosissimo e un po’ perché non sa se prendere sul serio quel vecchio attore che forse si è un po’ rincoglionito.

  

Comunque, stante l’endemica carenza di soldi, accetta l’incarico e qui comincia il viaggio nella roaring Hollywood. E cominciano a entrare in scena altri personaggi della vita reale. E allora ecco John Wayne, qui ritratto come un cowboy tamarro e facile alle mani. E Soriano, con un certo gusto della dissacrazione, si diverte a raccontare scazzottate tra Marlowe e Wayne che rimandano più alla tradizione delle comiche slapstick che a quella del western.

 

Ma, non ancora contento, Soriano con una mossa dal punto di vista editoriale, alla Tafazzi, introduce sé stesso come personaggio nel suo romanzo. Provate a immaginare cosa deve avere pensato il redattore della casa editrice!

 

Infatti a Los Angeles capita questo giornalista argentino, Osvaldo Soriano, appunto, che si capisce che in patria sta correndo qualche rischio con una delle varie dittature di quel paese, che vuole scrivere un libro su Laurel e Hardy.

 

Insomma, ve la faccio breve, anche per non rubarvi tempo alla lettura – che non farete, anche se si legge in qualche ora, quindi distraendosi un po’ potrebbe anche scapparvi di leggerlo – mi limito a dire che nel resto del libro Soriano ci va giù duro col pastiche: accelera il ritmo slapstick; fa accadere una rissa megagalattica durante una cerimonia dell’Academy, dove fuggevolmente fa una comparsata anche Jane Fonda, all’epoca ultrapasionaria contro la guerra del Vietnam; organizza un sequestro di Charlie Chaplin e basta così per capire di che pasta è il libro.

 

Morale: all’epoca Soriano ha avuto le sue difficoltà a convincere un editore a pubblicare un libro che non era chiaro se fosse un romanzo, un pastiche, una fantasia, un saggio metaforico sulla decadenza del cinema e dei tempi o un memoriale autobiografico ideale. Ergo, qualora doveste mandare un vostro scritto a un editore, disinteressatevi del titolo, tanto probabilmente ve lo cambieranno, ma concentratevi sul sottotitolo: romanzo umoristico, novella allegorica, saggio critico. Insomma, spiegatevi bene da subito e, soprattutto, mai, dico mai, presupporre l’intelligenza del prossimo: se serve fate persino degli esempi. Senza dimenticare però quello che diceva Flaiano e cioè: “Quando lei si spiega con esempio non capisco più nulla.”

 

TRISTE, SOLITARIO Y FINAL
Osvaldo Soriano, Einaudi

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