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A Roma con Gian Carlo Fusco, il più grande narratore orale del Novecento

La recensione di “A Roma con Bubù”, nell'unica rubrica che vi dice come parlare di libri (senza perdere tempo a leggerli)

8 Dicembre 2018 alle 06:00

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Shottini è un'idea di Andrea Ballarini. Video ed editing di Enrico Cicchetti


    

Qualche settima fa abbiamo parlato di che tipo di straordinario affabulatore fosse Gian Carlo Fusco e abbiamo anche detto che ne avremmo riparlato presto perché era impossibile riassumere quel personaggio proteiforme che era in una sola puntata di Shottini. Principe dei cronisti di costume e primo columnist d’Italia quando ancora non si parlava di column, Fusco come ricordavamo, è stato ritenuto quasi unanimemente il più grande narratore orale del Novecento. Spesso inventando o comunque colorando con colori non proprio veri, ma affascinantissimi episodi capitati a lui o ad altri, creava dei racconti formidabili con cui catturava l’attenzione di tutti.

   

L’altra volta avevamo parlato di Duri a Marsiglia, questo romanzo pseudo autobiografico in cui erano ricostruite le sue esperienze nel milieu del Vieux Port durante gli anni Trenta, oggi invece parliamo di A Roma con Bubù che è dedicato alle sue esperienze nell’ambiente dei cinematografari di Roma della fine degli anni Cinquanta.

    

Fusco ha veramente bazzicato il cinema romano in quegli anni, scrivendo sceneggiature come ogni grande scrittore, ma essendo quel formidabile osservatore di costume che era ha lasciato dietro di se dei ricordi indelebili. Memorabili sono certe sue battute con cui ritraeva in poche parole alcuni produttori, sicuramente geniali, ma non esattamente intellettuali dell’epoca. Famosa quella attribuita ad Andrea Rissoli, il produttore della Dolce vita che un giorno pare abbia chiesto: “Senta Fusco, ma quel Tolstoj l’è minga el Dostoevskij?”. Anche se non si sa se se la sia inventata Fusco. E comunque l’osservazione antropologica del produttore era un’attività a cui si era dedicato con profitto anche Ennio Flaiano che a Peppino Amato aveva dedicato il catalogo Peppino Amato in cui aveva raccolto le celebri uscite del produttore: “Mi dicono che ci sono le vitamine, ma io le mangio lo stesso”, “A me le zucchine piacciono trafelate”, “Io e li siamo agli antilopi e così via”.

   

A Roma con Bubù è stato pubblicato da Bietti, lo stesso editore di Duri a Marsiglia nel 1969 e si apre a Milano, dove Gian Carlo, detto Janò, perde le sue notate in giro per locali con il compagno Bubù, fustacchione marsigliese, ex cantante, ex legionario. Una sera i due restano coinvolti nel salvataggio di una mondana da una banda di ligera, sfruttatori dalle cattive intenzioni e così, un po’ per sfuggire alle rappresaglie e un po’ per scappare dalla noia, i due vanno a Roma con la vaga idea di fare qualcosa per il cinema. Già lungo la strada Bubù viene notato da uno pseudo produttore, il Leonardis, che gli dice che sta preparando un o dei tanti peplum in lavorazione a quei tempi, Ercole contro Circe e gli propone una parte.

  

Bubù, ingenuo e non addentro ai codici romani non realizza che quando un romano ti dice te chiamo, te chiamo, te chiamo vuol dire non ti chiamo, non ti chiamerò mai e probabilmente perderò anche il tuo numero e quindi comincia una vana attesa.

   

Nel frattempo la strana coppia si immerge nella vita dei caffè romani, specialmente nei due di piazza del Popolo, il Rosati e il Canova. Sbarcando il rosario spendendo il piccolo capitale che si sono portati da Milano, vivono in una pensioncina squallida gestita da un’avidissima padrona con gli occhi a forma di salvadanaio. Insomma, il romanzo continua con una serie di avventure tra il sentimentale (Bubù) che ha successo con una polacca in trasferta a Roma e para-professionali (Janò, che si arrabatta a correggere sceneggiature di peplum orripilanti che lui farcisce di orge romane, in cui Petronio è sempre definito elegantissimo, Poppea discinta e Messalina vogliosa).

     

Nel frattempo Bubù capisce che il produttore di Ercole e circe era un sola e si immerge nella lettura di fumetti orripilanti – Kriminal, Satanik – mentre Janò si fa pagare con assegni scoperti da altri produttori raffazzonati.

    

L’epilogo avviene quando uno di questi produttori si associa con un cinese di Formosa con cui dà vita alla RomaFor, improbabile casa di produzione che scrittura un sempre più riluttante Bubù a cui assegna il ruolo di un eroico centurione. Con l’occasione Bubù fa scendere a Roma la sua fidanzata, con c’era stat una rottura al momento della partenza per Roma per assistere alle riprese, ma anche qui incappa in un serie di inconvenienti per cui, di degradazione in degradazione, finisce per fare la comparsona cristiana arsa viva sulla via Appia insieme ad altri cinquanta figuranti.

   

Il libro si chiude con il precipitoso ritorno a Milano di Bubù e con il prossimo ritorno di Janò. Morale si potrebbe dire con Flaiano: Roma, coraggio il meglio è passato.

  

A ROMA CON BUBÙ
Gian Carlo Fusco, 
Sellerio Editore Palermo, 210 pagine

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