Aboliamo ricerca e pensiero scientifico. Provocazione

Enrico Bucci

Sperimentazione animale, Xylella, cellulari e tumori. Se la verità dei tribunali schiaccia quella della scienza, è il momento di dire basta, cari ricercatori: arrendiamoci. Una modesta proposta

In questi giorni, il Consiglio di stato ha sentenziato che, per quanto riguarda l’ormai famosa sperimentazione sui macachi volta a cercare rimedi per una condizione oculistica invalidante, si debba fermare tutto, in attesa di una prossima sentenza del Tar e non senza che il ministero fornisca le prove che non esistono nel caso specifico alternative all’uso di animali (così invertendo l’onere della prova e fornendo una piena base giuridica alla ricerca della famosa teiera di Russell).

 

Basta, cari ricercatori, arrendiamoci.

 

Non possiamo insistere oltre sul terremoto abruzzese, su vaccini e autismo, sul metodo Di Bella, su Stamina, sul glifosate, su Xylella, su cancro e cellulari, su cosa sia una frode scientifica, su quanto sia necessaria la sperimentazione animale: è arrivato il momento di cedere alla verità giudiziaria ed abbandonare quella sperimentale, anche quando questa sia supportata dalle migliori evidenze disponibile e dagli organi preposti a riassumere il consenso della comunità scientifica.

  

Come Jonathan Swift, ho una modesta proposta da fare per risolvere definitivamente l’annoso problema del contrasto tra la limpida verità che sgorga dalle aule giudiziarie e l’ostinata perseveranza degli scienziati nel voler difendere i fatti: aboliamo ricerca e pensiero scientifico nel nostro paese.

    

Lasciatemi spiegare i numerosi vantaggi che si avrebbero per lo stato e la popolazione tutta.

 

Innanzi tutto, pensiamo al semplice guadagno economico. La ricerca pubblica costa allo stato circa un punto e mezzo del pil (dato 2017), il che significa vari miliardi di euro risparmiati in caso di chiusura di tutti gli enti di ricerca nazionali e di sospensione di tutti i finanziamenti. Resterebbero a casa un po’ di lavoratori ad alta qualificazione, è vero; ma gli amministrativi potrebbero riciclarsi in altri rami della cosa pubblica, e con solo una frazione dei soldi risparmiati - il solo stipendio, senza i costi dei loro laboratori – si potrebbero mantenere fino al pensionamento tutti i ricercatori e i professori d’Italia, tenendoli inattivi. Alla fine, il risparmio per lo stato sarebbe notevole, e crescerebbe ulteriormente via via che essi andassero in pensione, non più sostituiti.

 

E che dire dell’effetto sulla fuga dei cervelli, questo rivolo di emigranti continuo e problematico di giovani e meno giovani che lasciano l’Italia? Presto non vi sarebbero cervelli affatto, se intesi come personale di ricerca o universitari: problema risolto.

 

E poi, in ordine sparso, altri cambiamenti i quali, converrete con me, sono certamente per il meglio.

 

Nessuna noiosa limitazione con ristretti criteri di verità scientifica alla fantasia terapeutica dei pazienti, che potrebbero procurarsi essi stessi ciò che ritengono utile, chiedendo al personale sanitario di eseguire un trattamento o un altro in base al proprio personale gradimento.

 

In agricoltura, ognuno sarebbe libero di vendere al contadino e al consumatore la fuffa che commercialmente funziona meglio, dalla magia alla biodinamica ad ogni astrusa invenzione futura, purché piaccia.

 

Invece di spendere per esempio in satelliti, neutrini e onde gravitazionali, ci si potrebbe concentrare sui ponti ed altre opere pubbliche, seguendo un criterio molto semplice: non più inutili calcoli, ma l’esperienza diretta, eliminando via via quegli ingegneri che provochino crolli e vittime.

 

A pensarci bene, anche il pil potrebbe in fin dei conti giovarsi del fatto che ogni truffatore non sia più vagliabile alla luce dei dati, trasformandosi in un imprenditore di successo più o meno notevole grazie alle proprie doti comunicative e alla propria intraprendenza: liberi tutti di vendere di più, raccontandola meglio.

   

Ma il meglio – la vera liberazione – sarebbe proprio nei tribunali: nessuna necessità di periti e prova scientifica, nessun bisogno di determinare quale sia il consenso della comunità dei ricercatori su un dato tema, ma libero sfogo alle capacità dialettiche di giudici e avvocati, per arrivare attraverso ragionamenti sofisticatissimi a stabilire di volta in volta quale sia la migliore e più soddisfacente verità; criterio che anzi, potrebbe essere espanso anche all’attività del Parlamento, finalmente libero dai fatti e dai dati dell’Istat e da ogni altro bruto elemento di realtà scientifica.

    

Fantasia, forse anche filosofia, al potere: con esse fronteggeremo il cambiamento climatico, gli scossoni economici, il nuovo coronavirus cinese ed ogni problema presente e futuro.

  

E che importa se, molto presto, la realtà presenterà il conto da pagare: saranno di certo i tribunali a stabilire chi dovrà pagarlo.


Enrico Bucci è adjunct professor presso la Temple University di Philadelphia

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