Come funziona la guerra globale al nuovo coronavirus
La cautela dell'Oms, la reazione di Pechino e intere città isolate come nella ”Peste” di Camus. Cosa stiamo facendo per governare una possibile crisi internazionale. Tra mascherine e modelli matematici. Parlano gli scienziati che studiano il virus
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29 JAN 20
Ultimo aggiornamento: 05:20 PM

Foto LaPresse
Lunedì sera l'Organizzazione mondiale della Sanità ha ammesso di avere commesso un “errore di formulazione” nel valutare il rischio correlato al nuovo coronavirus, tecnicamente 2019-nCoV, identificato per la prima volta nella città di Wuhan a metà dicembre. La minaccia che l'epidemia scoppiata in Cina pone al resto mondo è “elevata” e non “moderata”, come era stato scritto nei rapporti precedenti. Tuttavia, puntualizza Tarik Jasarevic, portavoce dell'agenzia per la Salute delle Nazioni Unite sentito dal Foglio, “la correzione della valutazione globale del rischio non significa che sia stata dichiarata un'emergenza sanitaria internazionale”, un'etichetta data in passato a epidemie come quella di Ebola o di Zika. “L'unico modo per anticipare il virus è lavorare tutti insieme. L'Oms incoraggia tutti i paesi a continuare le attività di prevenzione”. Ma intanto martedì il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom ha incontrato a Pechino Xi Jinping. L'agenzia di stato Xinhua sostiene che abbia lodato “la superiorità del sistema cinese, degno di emulazione da parte degli altri paesi”.
Alcuni media internazionali – come per esempio il Monde – hanno ritenuto che l'approccio prudente dell'Oms potesse essere una mera mossa politica, per non mettersi contro Pechino e finire schiacciati dal peso, anche finanziario, che la Cina esercita sempre più sulle organizzazioni internazionali. “In realtà non vedo hidden agendas se non una giusta prudenza iniziale”, ci spiega il dottor Roberto Bertollini, che nei corridoi dell'agenzia di Ginevra ha trascorso venticinque anni e che è stato rappresentante dell'Oms a Bruxelles e direttore scientifico dell’ufficio regionale per l’Europa. “Certo, è del tutto evidente che all'interno dell'organizzazione l'interesse degli stati ha un ruolo. Benché chi ci lavori sia indipendente, il peso di un paese importante come la Cina non va sottovalutato. Potrebbe esserci un atteggiamento di autocensura ma non credo sia questo il caso. La pandemia non ha gradiente: o c'è o non c'è, a seconda che soddisfi o meno una serie di criteri. Credo piuttosto che la cautela dell'Oms possa dipendere da altro: dopo l'epidemia del 2009, quando si è scoperto che il virus dell'influenza suina H1N1 non era così pericoloso come si pensava, l'Oms fu molto criticata perché aveva annunciato troppo in fretta che era una pandemia". Una volta ufficializzata, si attivano automaticamente gli acquisti di vaccini, sulla base di alcuni contratti che gli stati sottoscrivono con le case farmaceutiche. "Naturalmente questo ha scatenato i complottisti – spiega ancora Bertollini –. Al contrario, nel 2014, l'Oms fu attaccata per avere minimizzato la gravità dell'epidemia di Ebola che ha devastato tre paesi dell'Africa occidentale, causando oltre 11.300 vittime in due anni. Nel caso della Sars, quando ero responsabile delle malattie infettive per l'Europa, ricordo che non eravamo stati autorizzati ad andare in Cina. Questo ci impedì di capire subito e a fondo la situazione”. Un'approfondita inchiesta di Reuters ieri segnalava confusione e ritardi nella distribuzione dei test in alcuni ospedali di Wuhan, processi farraginosi e riduzione del numero di pazienti sotto osservazione in alcune strutture sanitarie. Ma nonostante tutto, “oggi Pechino ha fatto enormi passi avanti – aggiunge Bertollini – sia nella trasparenza sia nella capacità di decidere in autonomia di interrompere i viaggi e creare cordoni sanitari. Si tratta di decisioni molto delicate e difficili da prendere. Anche perché le epidemie sono enigmi: è difficile predirne il comportamento”.
“L'Oms non ha la sfera di cristallo”, dice Alessandro Vespignani, professore di Informatica e Fisica alla Northeastern University di Boston dove dirige il Network Science Institute. “Sono stato coinvolto fin dall'inizio nell'indagine sul nuovo coronavirus: ciò che possiamo fare è basarci sulle evidenze che ci fornisce il paese dove c'è il focolaio. La Cina si è aperta molto, rispetto al passato. Se confrontiamo questa epidemia con quella di Sars, Pechino è stata molto più veloce a diffondere informazioni. È stata resa pubblica la sequenza genomica e siamo in contatto con gruppi di ricerca”. Tra i più quotati esperti mondiali di epidemiologia computazionale, Vespignani si occupa di previsioni sull’evoluzione dei contagi e l’andamento delle epidemie, mediante tecniche matematiche e informatiche. Ma nel caso della lotta al coronavirus usa termini militareschi: “Siamo di fronte a una guerra globale” – dice – “con le sue strategie: mandare medici nelle zone colpite da Pechino e Shanghai, significa lasciare scoperti altri fronti. A volte si fanno errori, ma è facile dirlo quando si legge la storia a battaglia conclusa”. Vespignani e il suo team si occupano dell'intelligence: “C'è chi lancia sperimentazioni cliniche per trovare gli antivirali, chi i vaccini. C'è chi studia i protocolli clinici, chi gli aspetti medici. Noi diciamo alle agenzie come evolve la situazione. Per ora abbiamo informazioni limitate. Cominciano appena a esserci stime precise sul tempo di incubazione e di infezione da modellizzare. Non è solo una battaglia, è una campagna che durerà mesi”.
Steven Riley, infettivologo dell'Imperial College di Londra, ha scritto su Twitter che “dobbiamo pianificare una risposta come se il virus non fosse controllabile e allo stesso tempo sollecitare tutti gli sforzi possibili per controllarlo. Un'attenta considerazione di entrambi gli scenari è vitale”. “Questo ti dice quanto sia difficile la situazione – aggiunge Vespignani – Dobbiamo tenere la trincea mentre organizziamo le linee difensive, contro un nemico che conosciamo in maniera molto parziale. Questa settimana, al massimo la prossima, dovremmo riuscire a capire qual è la percentuale di trasmissione non sintomatica del virus, e quello sarà il vero crocevia: da lì si capirà come andrà a finire”.
“Identificare e isolare i pazienti che presentano già sintomi della malattia è piuttosto semplice”, spiega al Foglio Giovanni Rezza, responsabile delle malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità. “Più complicato è farlo, e farlo rapidamente, con chi si trova nel periodo di incubazione e quindi non presenta sintomi. In Cina hanno attivato in fretta la più grande operazione di quarantena mai realizzata e stanno costruendo a tempo record due nuovi ospedali. Sembra di essere nelle pagine di 'La peste' di Camus, con una città isolata dove nessuno entra e nessuno esce. Sarebbe molto difficile farlo in occidente: noi critichiamo l'autoritarismo cinese ma in questo caso non possiamo che essere contenti che sia stata fatta un'operazione simile, isolando i malati e creando distanza tra questi e i sani, in una metropoli sovraffollata. In Italia – continua Rezza – stiamo formando medici e personale sanitario per rafforzare i controlli negli aeroporti e integrare lo staff della sala operativa del numero di pubblica utilità 1500, attivo 24 ore su 24 e che serve a bypassare i pronto soccorso e ridurre così i rischi di contagio. Prima di tutto dobbiamo evitare che l'epidemia arrivi anche qui, e in questo il nostro paese si è mosso molto rapidamente. Per sviluppare e testare la sicurezza e l'efficacia di un vaccino ci vorranno uno o due anni. Nel frattempo va trovata una via alternativa”. E se non dovessimo farcela? In Italia ci sono protocolli e zone di quarantena adeguate? “La rete infettivologica italiana è invidiabile”, chiarisce Rezza. “Abbiamo riorganizzato i reparti di malattie infettive durante i picchi di crisi dell'Hiv, oggi ce n'è almeno uno per provincia, molti dei quali hanno aree di isolamento con filtri e pressione negativa. Abbiamo mantenuto quello che altrove, per esempio negli Stati Uniti, hanno invece smantellato”.
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Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti