C'è spazzatura nello spazio e l'Esa sa già cosa fare per rimuoverla

Maurizio Stefanini

La fisica Luisa Innocenti spiega le tre fasi del progetto pioneristico dell'Agenzia spaziale europea

Roma. C’è una italiana alla testa del progetto pionieristico con cui l’Agenzia spaziale europea nel 2025 proverà per la prima volta a rimuovere la spazzatura spaziale. È Luisa Innocenti: laureata in Fisica all’Università di Milano, all’Esa dal 1988, e dal 2012 a capo di un Clean Office istituito proprio per affrontare il problema di mantenere lo spazio pulito. “Ci occupiamo di tre cose”, spiega. “La prima è progettare i nuovi satelliti in maniera tale che abbiano sull’ambiente il minor impatto possibile. Secondo: progettare i nuovi satelliti in maniera tale che non diventino detriti. Terzo: progettare missioni che riportino a casa i detriti più grossi. Ormai sono tanti anni che lavoriamo sull’argomento, abbiamo fatto tanti studi di fattibilità, e infine abbiamo ottenuto i soldi per questa missione che sarà lanciata nel 2025 per riportare a terra un detrito. In questo caso particolare, un adattatore: la parte che rimane nello spazio quando si fa un lancio doppio. Abbiamo progettato una missione per andare a recuperarlo”. Ed è la prima volta che si fa? “Sì. Nessuno ci ha mai provato prima. Sappiamo come attaccarci a un oggetto nello Spazio, è quello che faceva l’Atv e fanno ancora le Soyuz quando arrivano alla Stazione spaziale. Ma catturare un detrito non è facile. Da Terra lo osserviamo, ma non riusciamo a capirne gli effetti completamente. Quindi la missione deve essere lanciata e poi deve fare una serie di approcci al detrito, osservandolo con i differenti sensori. Usiamo anche l’infrarosso, per essere sicuri di poterlo vedere in qualsiasi condizione di luminosità. Analizziamo le immagini e poi continuiamo una missione che possiamo definire semiautomatica, nel senso che la maggior parte delle operazioni verranno fatte a bordo. Però avremo dei punti che noi chiamiamo ‘go no go’. Ci avviciniamo, il satellite incomincia a recuperare le immagini e ad analizzarle, poi le immagini vengono anche mandate a Terra, vediamo se secondo noi i sensori stanno funzionando in maniera giusta, quindi diamo l’ordine di avvicinarsi un po’ per volta, fino a che l’ultima fase della cattura è fatta in maniera automatica”

 

La spazzatura spaziale è già un problema, o si sta già pensando al futuro? “Ormai parliamo di 29.000 oggetti più grossi di 10 centimetri. Già oggi dobbiamo fare regolarmente un tipo di collision avoidance manoeuvre che qualche anno fa non sapevamo neanche cosa fossero. Adesso invece almeno un paio di volte all’anno il satellite deve essere avvertito: c’è un detrito, ti devi spostare. E la frequenza tende a aumentare. Se continuiamo così verrà il giorno in cui che dovremo passare tutto il tempo a evitare i detriti, piuttosto che a far funzionare il satellite. Un problema è che a oggi le linee guida per la fine vita del satellite sono applicate solo tra il 40 e il 60 per cento. Molti satelliti vengono abbandonati nello spazio. E se prima si lanciavano 100 satelliti all’anno, adesso si parla di megacostellazioni da 1000, perfino 10.000 satelliti. Tutti i paesi vogliono avere il loro satellite, e in più nello spazio ci sono ora anche i privati” Parliamo di orbita bassa? “Le zone definite protette sono due: una da 0 a 2000 chilometri; l’altra è l’orbita geostazionaria. Entrambe sono molto affollate. Lo spazio è diventato una risorsa: per questo bisogna proteggerlo”.

 

Cosa si prova a far parte di una struttura così internazionale e di alto livello? “Sono all’Esa da 31 anni. La mia prima figlia è nata in Olanda, dove c’è il centro tecnico. La seconda in Francia, dove ho ora il mio ufficio. L’Esa è una bellissima organizzazione in cui lavorare, perché è bello che persone provenienti da 22 paesi diversi si sentano parte di una stessa squadra. Una cosa addirittura toccante. L’altra settimana alla festa della Nasa a Houston eravamo in 10. Gli americani ci guardavano non capendo bene cosa fossimo, perché tra noi parlavamo inglese, ma c’erano una polacca, due italiani, due francesi, un irlandese, un portoghese… Lì ci siamo sentiti tutti orgogliosamente europei!”.