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Xylella ai dadi

L’epidemia degli ulivi: batterio, ecosistema e complottismo. In Italia ce le abbiamo tutte

2 Giugno 2019 alle 06:08

Xylella ai dadi

foto LaPresse

Il patogeno che ha devastato gli uliveti salentini e che ora minaccia il resto d’Italia è senza alcuna ombra di dubbio la Xylella fastidiosa sottospecie pauca ceppo ST53. Questa certezza ci deriva dall’onesto lavoro dei ricercatori ingiustamente inquisiti dalla procura di Lecce sulla base di ipotesi fantasiose, fra le quali spicca quella secondo cui Xylella sarebbe presente in Puglia da molto prima del 2013, anno in cui il batterio fu isolato dai ricercatori. Come scrive la procura di Lecce in una richiesta d’archiviazione per i ricercatori inquisiti che suona come una condanna, a questo precoce ingresso del batterio in Italia sarebbero da ricondursi i disseccamenti osservati fin dal 2005, fatto questo che sarebbe stato dolosamente o colposamente tenuto nascosto. Tale ipotesi si fonda sulle dichiarazioni di un testimone secondo cui in “uno dei primi corsi di aggiornamento organizzati da Guario venimmo da lui informati del problema della Xylella che stava già iniziando a espandersi nel Salento” e ciò sarebbe “avvenuto nell’anno 2005/2006” (dichiarazioni peraltro smentite dal dottor Guario).

 

Gli esperti concordano invece nel collocare tra il 2008 ed il 2010 la data di più probabile introduzione del batterio in Puglia. In linea con questa inferenza dei ricercatori, è giunto adesso un lavoro del prof. Rodrigo Almeida dell’Università di Berkeley – fra i massimi esperti mondiali in Xylella – pubblicato subito prima del decreto di archiviazione del giudice di Lecce, che sulla base di dati genomici comparati stabilisce l’anno più probabile e il luogo di nascita del ceppo ST53, l’unico isolato in Salento: nell’ambito di un ampio intervallo di confidenza, l’anno è il 2008 e l’origine è certamente il Costa Rica. Appare quindi realistico, anche da un punto di vista molecolare, quel che i ricercatori pugliesi indicavano come lo scenario più probabile: un ceppo di Xylella originatosi in Costa Rica e dotato di una mutazione che lo rendeva particolarmente virulento, è arrivato in Puglia in tempi molto recenti attraverso piante importate per scopi ornamentali, trovando piante che ne patiscono particolarmente l’infezione – le cultivar di ulivo suscettibili pugliesi, ma anche altre specie che mostrano gravi sintomi di disseccamento se infettate – nonché una abbondantissima presenza di un vettore adatto, la sputacchina Philaenus spumarius.

 

La compresenza di questo insieme di fattori può sembrare a prima vista molto improbabile, e di fatto lo è. Come mai quindi si è verificata? Il fatto è che, come tutti ben sanno, anche un evento molto improbabile – come per esempio una sequenza di tre numeri uguali in tre lanci consecutivi di un dado – può verificarsi se il numero di “tentativi” è sufficiente. Nel caso di Xylella, possiamo tracciare a ritroso la sequenza dei “lanci di dado” fino alla seconda metà del XIX secolo, quando cioè si verificò una grande epidemia di “malattia di Pierce” – che oggi sappiamo essere causata proprio da Xylella – nelle viti californiane. In quello stesso periodo, a seguito della fine della guerra civile americana (1865), i traffici commerciali con l’Europa si riattivarono e oltre al frumento (principale prodotto con cui gli Stati Uniti invasero i mercati europei) giunsero in Europa grandi quantità di viti americane, tutte suscettibili a Xylella. La prima ad arrivare, negli anni ’50 del secolo, fu l’uva fragola (Vitis labrusca), che incontrava il gusto dei consumatori europei; quando a partire da questa specie si diffuse in tutta Europa la fillossera, si trovò come rimedio l’uso di portinnesti “americani” e cioè appartenenti a specie (Vitis berlandieri, V. riparia e V. rupestris) appositamente importate per salvare i nostri vigneti. Anche queste specie sono tutte potenzialmente infettabili da Xylella, che all’epoca già devastava le viti californiane. In quell’occasione la Xylella, agente della malattia di Pierce e di cui a quei tempi nessuno sospettava l’esistenza, per nostra fortuna non arrivò, in quanto le barbatelle che giunsero in Europa appartenevano a specie di vite tipiche della costa orientale degli Stati Uniti, dove il batterio era all’epoca assente.

  

Tuttavia, la movimentazione di piante dalle Americhe verso l’Europa, anche diverse dalla vite e per scopi ornamentali, è aumentata a dismisura con l’evolversi dei commerci e dei trasporti, e pertanto i “lanci di dado” sono aumentati anch’essi vertiginosamente. Con ciò diverse sottospecie di Xylella sono sbarcate più volte in Europa e in qualche caso, come in Corsica o nelle Baleari, hanno definitivamente preso piede trovando clima, vettore e piante ospiti adatti. Alla fine, è arrivata la “sequenza sfortunata”: un ceppo di Xylella – ST53 – con una mutazione che lo rendeva letale per l’ulivo e molte altre specie, si è trovato in un ecosistema con il clima adatto, un mare di ulivi e un oceano di insetti vettori: il Salento. Non molto tempo dopo, i ricercatori se ne sono accorti: ma l’ultimo tiro di dado fortunato per il batterio, un ambientalismo complottista, una politica imbelle se non complice e una magistratura fantasiosa, hanno sbancato la Puglia.

  

Enrico Bucci e Luigi Mariani, Seta – Scienze e tecnologie per l’agricoltura

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Commenti all'articolo

  • gesmat@tiscali.it

    gesmat

    03 Giugno 2019 - 11:11

    Bravi! la vostra chiusa è da urlo: UN AMBIENTALISMO COMPLOTTISTA, UNA POLITICA IMBELLE SE NON COMPLICE ED UNA MAGISTRATURA FANTASIOSA HANNO SBANCATO LA PUGLIA. E, mi permetto di aggiungere, finiranno per sbancare l'Italia tutta.

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