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Una vita per la scienza

È scomparso Giovanni Martelli, il professore che si batté contro la Xylella e i cospirazionisti

8 Gennaio 2020 alle 17:43

Una vita per la scienza

LaPresse

Se ne è andato il professor Giovanni Martelli. Questa è la triste notizia che mi è arrivata l'8 gennaio, per annunciare la dipartita di uno dei principali protagonisti di una battaglia di verità scientifica che è costata insulti, ostracismo, finanche minacce. Giovanni Martelli è stato quel professore universitario conosciuto al pubblico perché per primo, grazie alla sua preparazione e alla sua esperienza, ha avanzato l’ipotesi che dietro il disseccamento degli ulivi in Puglia potesse esserci il batterio Xylella. Nonostante l’età, non si è tirato indietro di fronte all’assalto della piazza, dei giornali o delle procure quando si è trattato di difendere quella ipotesi e il successivo lavoro di ricerca che l’ha confermata, i propri collaboratori e il ruolo delle istituzioni contro il complottismo sciagurato e le accuse cospirazioniste fatte proprie persino dalla procura di Lecce.

  

Sarebbe ingiusto, tuttavia, ricordare il professor Martelli solo per la Xylella, che ha costituito null’altro che l’ultimo capitolo di una vita interamente dedicata alla ricerca scientifica e all’applicazione pratica delle conoscenze da questa derivate. Nato a Palermo nel 1935, Giovanni Martelli si è laureato a Bari in Agraria nel 1956, conseguendo la libera docenza nella stessa disciplina nel 1965. Nella sua lunga carriera accademica ha diretto l’Istituto – poi dipartimento – di patologia vegetale dell’Università di Bari e successivamente il dipartimento di Protezione delle piante e Microbiologia applicata. Ha diretto dal 1982 (anno di fondazione) fino al 2010 il centro di studio del Cnr sui Virus e le Virosi delle colture mediterranee di Bari (ora Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Cnr). Accademico dei Lincei, animatore e organizzatore della ricerca in patologia vegetale pugliese, fin dal 1961 ha stabilito un ponte tra la Puglia e la California, contribuendo a portare la ricerca del settore fuori da un certo provincialismo che aveva afflitto soprattutto il nostro meridione.

  

Allo stesso tempo, il professor Martelli ha portato anche il proprio contributo applicativo alla pratica colturale: per esempio, già nel 1963 organizzò una unità termoterapica per il risanamento di vite e fruttiferi e successivamente un’unità di coltura in vitro per il risanamento della vite e di altre specie, pratiche ancora oggi all’avanguardia per aiutare gli agricoltori a superare o prevenire alcune patologie vegetali gravi. Non a caso, queste attività, come anche la selezione sanitaria in campo, hanno consentito la certificazione sanitaria per vite e fruttiferi; un passaggio fondamentale, per garantire il controllo di disastri altrimenti inevitabili.

  

A fronte di questi brevi cenni, che certo non possono ricomprendere una intera vita professionale e scientifica, mi si consenta di aggiungere qualche ricordo personale, per meglio tratteggiare il ritratto di chi ci ha lasciati.

  

Si era all’inizio della mia collaborazione con l’Accademia dei Lincei per cercare di analizzare con precisione i dati disponibili sull’epidemia di Xylella fastidiosa. In una riunione della commissione per i problemi della ricerca, ricordo che avendo ascoltato il suo intervento in merito alla situazione sul terreno, già allora disastrosa, chiesi di avere accesso ai dati che potessero comprovare le sue affermazioni, e soprattutto che permettessero di avere un’idea su scala ampia del fenomeno, senza doversi rifare a fotografie o aneddoti personali. La reazione sul momento fu piuttosto forte, perché Giovanni Martelli mi chiese di lasciar perdere la tastiera del pc e i numeri e di andare in Puglia a rendermi conto con i miei occhi di ciò che stava succedendo, mentre io difesi con vigore l’idea che gli aspetti quantitativi del fenomeno non potevano essere trascurati. Finì che iniziammo una delle mie migliori collaborazioni di ricerca e un’amicizia professionale duratura, venata tuttavia da una consapevolezza amara, dopo le accuse della procura di Lecce: “Io morirò – diceva – senza vedere la fine di questa epidemia, e senza che le idiozie inventate da imbecilli ignoranti smettano di essere propagate”.

  

Purtroppo, aveva ragione; ma la sua eredità, fatta di studio, passione e competenza, è passata in tutti i suoi collaboratori più giovani, che moltiplicano la sua voce e i suoi sforzi per riaffermare senza compromessi i valori della scienza contro quelli dell’ignoranza colpevole e arrogante.

Enrico Bucci

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