Quando l’omeopatia usa le paure dei genitori

Un pediatra presenta a Savona un libro sul self-care omeopatico e l’annuncio parla di bambini “intossicati” dai farmaci. Ma è proprio lì che comincia la trappola: una paura reale diventa propaganda pseudomedica

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21 MAY 26
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Foto LaPresse

Carlo Tonarelli, medico pediatra, presenta a Savona un libro intitolato “Noi ci curiamo con l’omeopatia. Il self-care in omeopatia”, come ho potuto apprendere da un altro pediatra, l’amico Giorgio Cuffaro, che ne è ovviamente scandalizzato. Esistono centinaia di incontri simili, ciascuno con una sua platea e una sua declinazione particolare; questo caso mi interessa però non in sé stesso, ma perché è un esempio perfetto per mostrare come quelle scorciatoie mentali che descriviamo con Gilberto Corbellini nel nostro ultimo libro sono costantemente impiegate quando si deve propagandare la pseudomedicina.
Analizziamo quindi quanto riportato. L’annuncio dell’incontro afferma che “stiamo intossicando i nostri bambini con prodotti farmacologici inutili” e presenta il volume come uno strumento per imparare a curare omeopaticamente, in modo “dolce e naturale”, gran parte delle malattie comuni dell’infanzia: tosse, febbre, mal di gola. Sono parole che mostrano con rara chiarezza il modo in cui una retorica pseudoscientifica può usare paure reali, preoccupazioni legittime e scorciatoie mentali per rendere plausibile una conclusione priva di solide basi.
Il primo argomento sfrutta una verità parziale. In pediatria, come in tutta la medicina, esiste un problema di inappropriatezza prescrittiva. Alcuni antibiotici vengono usati quando l’infezione è virale; alcuni farmaci sintomatici vengono impiegati per tranquillizzare gli adulti più che per aiutare il bambino; l’ansia dei genitori e la fretta degli ambulatori possono produrre interventi inutili. Da questa premessa corretta viene però ricavata una conclusione abusiva: la cattiva prescrizione farmacologica diventerebbe una ragione a favore dell’omeopatia. Qui agisce il falso dilemma. Il pubblico viene portato a immaginare due sole possibilità: da una parte il bambino “intossicato” dai farmaci, dall’altra il bambino curato in modo dolce e naturale. La medicina reale occupa un terzo spazio, molto più concreto: diagnosi corretta, osservazione quando basta osservare, farmaci quando servono, nessun farmaco quando non servono.
La parola “intossicando” attiva un altro meccanismo. È una parola costruita per precedere il ragionamento. Evoca veleno, colpa, danno inflitto ai figli. Un genitore che ha somministrato un antipiretico, un antibiotico prescritto, un broncodilatatore, un antinfiammatorio o un farmaco indicato per una condizione precisa viene spinto a rileggere quel gesto sotto una luce minacciosa. Qui agisce il bias della perdita, o avversione alla perdita: la mente pesa in modo sproporzionato il rischio di un danno temuto, soprattutto quando riguarda un figlio. La paura di avere “fatto male” prevale sulla valutazione razionale del rapporto fra beneficio, rischio, dose, indicazione e controllo medico.
Subito dopo arriva l’espressione “dolce e naturale”. È il punto in cui entra in funzione la fallacia del naturale. Ciò che viene presentato come naturale appare più sicuro, più rispettoso, più vicino al corpo; ciò che viene associato alla chimica appare duro, artificiale, aggressivo. Questo riflesso mentale è potente e antichissimo, ma in medicina porta facilmente fuori strada. La sicurezza di una sostanza dipende dalla dose, dalla qualità, dal modo d’uso e dal paziente che la riceve. La natura produce veleni potentissimi; la farmacologia ha trasformato molte molecole naturali in terapie utili proprio perché le ha isolate, dosate, controllate e sottoposte a verifica. Nel caso dell’omeopatia, spesso i preparati sono estremamente diluiti, così che può mancare qualsiasi sostanza di partenza; quando contengono sostanze attive in quantità rilevanti, devono essere valutati come qualsiasi prodotto capace di produrre effetti biologici.
La promessa di curare omeopaticamente tosse, febbre e mal di gola usa poi il bias di familiarità. Sono sintomi quotidiani, riconoscibili, domestici. Proprio perché familiari, sembrano semplici. Ma la febbre non è una diagnosi; la tosse non è una diagnosi; il mal di gola non è una diagnosi. Sono segnali che possono accompagnare condizioni banali e autolimitanti, oppure quadri che richiedono valutazione clinica. La competenza pediatrica consiste nel distinguere durata, età, stato generale, respirazione, idratazione, dolore, comportamento, condizioni di base e segnali d’allarme. La familiarità del sintomo abbassa la vigilanza cognitiva, e la promessa di un’autocura rapida si inserisce esattamente in quello spazio.
Il bias di omissione rafforza la stessa dinamica. Molti genitori percepiscono come più rischioso dare un farmaco rispetto ad aspettare o usare un rimedio presentato come innocuo. L’azione visibile pesa più dell’inazione. Ma anche il ritardo diagnostico è una scelta; anche il rinvio di una terapia efficace produce conseguenze; anche la falsa rassicurazione può diventare un danno. Una polmonite riconosciuta tardi, un broncospasmo gestito male, una disidratazione sottovalutata, un’infezione batterica lasciata evolvere appartengono alla pratica clinica ordinaria. Il linguaggio della dolcezza può coprire un rischio molto concreto: il tempo perso.
Quando il bambino migliora dopo il rimedio omeopatico, entra in scena la fallacia post hoc. Molte malattie comuni dell’infanzia guariscono spontaneamente. Raffreddori, febbri virali, faringiti non complicate e molte tossi post-infettive seguono un decorso naturale. Se durante quel decorso viene dato un granulo, il miglioramento successivo viene attribuito al granulo. La sequenza temporale viene scambiata per causalità. È uno degli inganni più robusti della mente umana: dopo questo, dunque a causa di questo. La medicina sperimentale ha sviluppato gruppi di controllo, randomizzazione, mascheramento e criteri predefiniti proprio per separare l’effetto reale dal decorso spontaneo, dall’aspettativa e dal racconto individuale.
A quel punto interviene il bias di conferma. Il genitore ricorda la febbre passata dopo il rimedio, la tosse migliorata, il mal di gola risolto. Gli episodi compatibili con la credenza diventano prove; gli episodi contrari vengono dimenticati, ridimensionati o spiegati con eccezioni. Questo accade perché la memoria umana non è un archivio neutro. Seleziona, ordina, interpreta. Le pseudoterapie vivono spesso dentro questa memoria selettiva: pochi episodi favorevoli, raccontati molte volte, finiscono per pesare più di studi controllati condotti su popolazioni, con criteri espliciti e controlli adeguati.
La qualifica medica introduce il bias di autorità. Quando un messaggio di questo tipo viene associato a un medico, il pubblico tende ad abbassare la soglia critica. In pediatria il fenomeno è ancora più forte, perché il genitore decide per un bambino, dentro una condizione emotiva carica di responsabilità. L’autorità sanitaria dovrebbe servire a ordinare le informazioni, distinguere rischio reale e rischio percepito, spiegare quando un farmaco è inutile e quando diventa necessario. Quando la stessa autorità viene usata per promuovere una pratica priva di solida prova di efficacia, il problema riguarda il contenuto dell’argomento e l’effetto che quell’argomento produce su chi ascolta.
L’espressione “medicina ufficiale” aggiunge un’altra trappola: il bias anti-istituzionale. La formula suggerisce l’idea di un sapere rigido, imposto dall’alto, contrapposto a una cura più libera, più umana, più vicina alla persona. Ma la medicina fondata su prove non deriva la propria forza dall’ufficialità. La deriva dalla possibilità di controllare le affermazioni, correggere gli errori, confrontare i risultati, misurare benefici e danni. Quando la prescrizione è eccessiva, va ridotta. Quando un antibiotico è inutile, va evitato. Quando un trattamento funziona, va adottato. Quando un trattamento non supera la verifica di superiorità sul placebo, va riconosciuto per quello che è.
La retorica omeopatica spesso sposta il discorso su ascolto, relazione, individualizzazione, equilibrio, energia, consapevolezza. Qui lavora l’effetto alone. Parole positive e desiderabili circondano il rimedio e gli trasferiscono una credibilità che non ha dimostrato sperimentalmente. L’ascolto del paziente è un valore medico autentico. La relazione terapeutica conta. Il bambino va guardato nella sua interezza. La famiglia va accompagnata. Ma nessuna di queste cose dimostra che il rimedio omeopatico curi una malattia. L’effetto alone fonde qualità della relazione e validità del trattamento, mentre la domanda decisiva resta distinta: quel prodotto produce un effetto clinico specifico, misurabile e superiore al placebo?
Anche la presenza in farmacia alimenta un equivoco. Qui agisce il bias di legittimazione istituzionale: se un prodotto è venduto in farmacia, molti pensano che la sua efficacia terapeutica sia stata dimostrata. Per i medicinali omeopatici, questo passaggio è essenziale. Le procedure semplificate previste per molti prodotti riguardano qualità e sicurezza d’uso entro certe condizioni; la prova che un preparato curi febbre, tosse, mal di gola o altre patologie richiederebbe studi clinici adeguati e indicazioni terapeutiche fondate su quei dati. Disponibilità commerciale, tollerabilità e prova di efficacia appartengono a piani diversi.
Il risultato complessivo è una costruzione persuasiva. Si parte da una paura comprensibile: proteggere i bambini da farmaci inutili. Si usa una parola emotivamente carica: intossicazione. Si offre un’alternativa rassicurante: dolce e naturale. Si scelgono sintomi familiari, che molte volte guariscono da soli. Si invoca l’autorità del medico. Si richiama una presunta convergenza della medicina scientifica. Si lascia lavorare la memoria selettiva delle guarigioni spontanee. Ogni passaggio aggancia un bias diverso: falso dilemma, avversione alla perdita, fallacia del naturale, bias di familiarità, bias di omissione, post hoc, conferma selettiva, autorità, effetto alone, legittimazione istituzionale.
Le pseudoscienze raramente convincono con una singola affermazione falsa isolata, ma funzionano invece perché dispongono le parole in modo da farci ragionare peggio. Prendono una preoccupazione vera e la trasformano in una conclusione indebita. Prendono un limite reale della medicina e lo usano per screditare il metodo che permette alla medicina di correggersi. Prendono l’amore di un genitore per un figlio e lo piegano verso la diffidenza generalizzata. In questo senso sono tossine cognitive: non si limitano a proporre un rimedio inefficace, ma alterano il modo in cui valutiamo le prove e le informazioni obiettive che abbiamo a disposizione (o non abbiamo).
La risposta razionale all’abuso farmacologico in pediatria esiste già: prescrivere meno quando serve meno, prescrivere meglio quando serve davvero, spiegare il decorso naturale delle malattie comuni, educare i genitori ai segnali di rischio, ridurre l’ansia inutile, mantenere aperta la strada alla diagnosi quando i sintomi cambiano o peggiorano. Questa è buona medicina. La promessa di curare omeopaticamente gran parte delle malattie comuni dell’infanzia appartiene invece al campo delle frottole, una volta considerato l’effetto placebo. E diventa tanto più efficace quanto più riesce a usare, una dopo l’altra, le nostre scorciatoie mentali contro la nostra capacità di giudicare.

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