Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Vere svolte anti panico. Guida alla possibile ricetta anticoronavirus

Pier Carlo Padoan

I vincoli europei alla spesa per investimenti possono essere allentati. Le riforme urgenti sono quelle che coinvolgono il privato

Negli ultimi mesi il quadro economico è peggiorato in Italia e in molti paesi europei, ma non solo. Sono aumentate le revisioni verso il basso delle previsioni per l’anno in corso e quelli successivi. Tutto ciò senza tenere conto degli effetti economici del coronavirus. Quando le ipotesi sulle conseguenze dell’epidemia sono tenute in conto, gli scenari peggiorano significativamente. Comunque, anche tenendo in considerazione questi effetti, bisogna distinguere gli scenari. Il Fondo monetario internazionale prevede una forte ma breve caduta a “V” del prodotto, che però potrebbe rappresentare uno scenario ottimistico. Gli effetti negativi del coronavirus infatti potrebbero essere maggiori se la durata dell’epidemia dovesse estendersi e prolungarsi. In questo caso, invece di una V si potrebbe finire con una “L”, cioè una situazione in cui, dopo la caduta, l’economia resta in basso per un periodo più o meno lungo. Questa incertezza è legata alle caratteristiche dell’epidemia. Quali paesi ne saranno coinvolti, quanto rapida sarà la scoperta del vaccino, ma anche quanto ampia sarà la diffusione del panico e la rinuncia alle abitudini di vita normali. 

 

Più si prolunga la durata e l’espansione dell’epidemia più aumenta l’incertezza sul ritorno alla normalità. Di conseguenza le spese per consumi e per investimenti sono procrastinate. In questo caso è ragionevole prevedere una situazione di recessione (crescita negativa per più di due trimestri) ma non si può escludere uno scenario di stagnazione (assenza persistente di crescita). Insomma ci si può aspettare una caduta forte con un successivo rimbalzo ma anche uno scenario di mantenimento della debolezza. Più si prolunga l’arresto dell’attività economica più si indebolisce la capacità di “rimbalzo” che dovrebbe intervenire una volta passato lo choc negativo. E questo perché, a seguito dello choc, non si può escludere un restringimento della base produttiva. In altri termini, quando l’effetto del coronavirus si attenua e poi scompare, l’economia non necessariamente ritorna al punto di partenza precedente alla crisi, ma subisce un effetto di isteresi. La perdita di pil diventa permanente e si aggiunge ai ritardi strutturali che l’economia europea, e quella italiana in particolare, tuttora patiscono. La stagnazione allora rischia di diventare “secolare”, un termine ritornato di moda di recente. Forse si tratta di uno scenario troppo pessimistico. Ma non si può negare che la crescita italiana ancora soffra della presenza di ostacoli strutturali che si sono cumulati nel tempo e che il suo debito ancora non abbia assunto una decisa tendenza discendente.

 

Ma non si può aspettare l’evolvere degli eventi. Per evitare lo scenario pessimistico occorre un cambio di marcia nella risposta di politica economica, europea e italiana. In Europa di fronte alla stagnazione poco può fare la politica monetaria se non è sostenuta dalla politica fiscale, soprattutto in termini di investimenti pubblici e da riforme strutturali per rilanciare gli investimenti privati. Il G20 in Arabia Saudita ha preso atto della necessità di una risposta decisa e coordinata. Il Green Deal può essere il grande choc positivo che serve all’Europa (e all’Italia) per controbilanciare l’effetto negativo del coronavirus. Risposta che deve camminare su investimenti pubblici e riforme e che deve coinvolgere il settore privato. In Italia, dove gli effetti da coronavirus sembrano particolarmente severi rispetto ad altri paesi europei, occorre agire sia con misure di breve e medio termine. Nell’immediato, occorre fronteggiare l’impatto su imprese e famiglie della interruzione forzata dell’attività nelle zone a rischio, ma anche nel resto del paese, come conseguenza dell’aumento della preoccupazione (e del panico). Impatto che si manifesta anche come carenza di liquidità. Nel medio periodo, occorre che la mano pubblica contribuisca in modo più efficace alla crescita, in primo luogo accelerando la spesa per investimenti pubblici. Lo stato di eccezionalità implica la possibilità che i vincoli europei alla spesa per investimenti possano essere allentati. Non c’è bisogno di regole nuove, basta applicare quelle esistenti. Ma come è noto il problema non è tanto quello di allentare i vincoli, ma di spendere le risorse già disponibili.

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