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lotta sindacale

"Vogliamo fare rumore". La campagna referendaria di Landini contro Meloni fino al 2026

Nunzia Penelope

Referendum sul lavoro e contro le riforme volute dalla premier. Il segretario della Cgil avvia una mobilitazione di legislatura

Vogliamo fare rumore”: è lo slogan con cui la Cgil ha lanciato martedì la sua campagna di primavera, al centro della quale spiccano i referendum sul lavoro. L’Assemblea generale guidata da Maurizio Landini, riunita a Roma, alla fine ha votato e approvato.  “Vogliamo fare rumore, ridare voce al mondo del lavoro e contribuire alla ricostruzione di una cultura politica e sociale che metta al centro la rappresentanza del lavoro e la dignità delle persone”, si legge nel documento finale. I referendum dunque si faranno, e su questi si concentrerà l’attività della Confederazione nei prossimi mesi. Le aree di intervento sono tre: licenziamenti individuali, precarietà del lavoro, appalti.

 

Il terreno è ampio, tanto che non si è in grado di capire quanti saranno i quesiti: forse sei, ma si vorrebbe ridurre il numero, per evitare poco attraenti e complesse  ammucchiate referendarie. Il punto è che per ottenere il risultato attraverso lo strumento del referendum abrogativo occorre smantellare un discreto numero di leggi. La Consulta giuridica di Corso d’Italia si è presa tempo fino al 31 marzo, data ultima per stare nei tempi previsti dall’iter referendario: deposito dei testi ai primi di aprile, raccolta delle firme in estate, per concludere il percorso a settembre e andare alle urne nella primavera del 2025. 

 

Al capitolo lavoro si sommano poi altre due iniziative: un referendum per abrogare la legge sull’autonomia differenziata (“lo presenteremo non appena il ddl Calderoli verrà approvato definitivamente”) e, soprattutto, quella che la Cgil definisce “la madre di tutte le battaglie”: ovvero il “contrasto alla riforma sul premierato”, di cui, promette la confederazione, “saremo protagonisti”. Terreno, quello delle riforme costituzionali, su cui la Cgil si è già cimentata nel 2016, contribuendo attivamente al fallimento del referendum di Matteo Renzi. Infine, a più lunga scadenza ancora, ci saranno vari progetti di legge di iniziativa popolare, a partire dalla rappresentanza.  Su tutti questi temi Maurizio Landini vuole procedere in stretto collegamento con il numeroso gruppo di associazioni, dall’Anpi in poi, riunite nel progetto “La Via Maestra”: si vedranno il 2 marzo per discuterne. Quanto ai partiti, un fronte referendario così ampio si suppone possa attirare le attenzioni delle forze di opposizione, la cui adesione Landini si guarda bene dal chiedere, contando sul fatto che, alla fine, verrà da sé. Tuttavia le prime dichiarazioni del Pd, per bocca della responsabile Lavoro Maria Cecilia Guerra, sono prudenti, se non fredde: “Bisogna vedere i quesiti”, ha commentato Guerra, ricordando che i referendum “segnalano un problema, ma non lo risolvono”. Toni diversi da quella che, lo scorso settembre, era apparsa come una condivisione a prescindere da parte di Elly Schlein di un referendum della Cgil contro il Jobs Act. 

 

C’è anche da dire che i referendum sul lavoro non sono mai andati bene: fallì quello di Rifondazione comunista, fallirono quelli dei Radicali, ma fallirono anche i quesiti presentati dalla Cgil di Susanna Camusso nel 2017 contro il Jobs Act. Il più importante, quello sull’articolo 18, fu bocciato dalla Consulta, mentre quello sui voucher fu disinnescato dal governo Gentiloni, come ricorda ora Guerra. Inoltre,  riaprire la partita Jobs Act potrebbe creare problemi  proprio al Pd riaprendo vecchie ferite. Però alla fine forse non è tanto questo che conta – cioè fare “davvero” i referendum e magari pure vincerli – quanto stare in scena: occuparla, avere una tribuna costante, al di là delle vertenze, dei rinnovi contrattuali, delle manifestazioni, che pure sono vita e pane quotidiano del sindacato. Gli stessi scioperi, ne è cosciente Landini, non sono più sufficienti a creare il coinvolgimento necessario, ad avere impatto, a “fare rumore”.  A leggere il programma di Corso d’Italia è chiaro che si guarda lontano: tra referendum sul lavoro, raccolte firme, leggi popolari e campagne contro le riforme istituzionali targate Meloni e Calderoli c’è da restare al centro della scena politica e sociale fino a tutto il 2026. Che sarà peraltro anche l’ultimo anno di Landini alla guida della Cgil: dal 2027 starà al suo successore, chiunque sia, gestirne la legacy. E nel 2027, oltretutto, ci sono le elezioni politiche.

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