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L'approfondimento

Fu Gramsci il primo liberal-comunista, e forse più ancora di Napolitano

Franco Lo Piparo

La sinistra italiana nasce col marchio di "una contraddizione in termini". La morte dell'ex presidente della Repubblica ha riportato in auge il dibattito sulle parole che messe insieme sono come il diavolo e l'acqua santa

La morte di Giorgio Napolitano ha messo in circolazione nel dibattito pubblico due parole che messe insieme sono come il diavolo e l’acqua santa: Napolitano fu un comunista liberale. Giuliano Ferrara lo ha definito “una contraddizione in termini”: “il comunista non tollera il ‘travestimento’ liberale e democratico del capitalismo e il liberale combatte come la peste il fondo totalitario dell’ideologia comunista”. Non si poteva dire meglio. Eppure il comunismo italiano nasce col marchio di quella contraddizione. Gramsci fu il primo e il più lucido dei comunisti liberali tanto da rendere lecita la domanda: fu vero comunista? 

Il primo ad accorgersene fu il crociano Luigi Russo che, quando nel 1947 Togliatti gli fece leggere i Quaderni prima della pubblicazione, annotò: “Il suo pensiero si orienterebbe verso quello che un po’ empiricamente possiamo chiamare il comunismo liberale, cioè il comunismo non autocratico e poliziesco, (…) ma un comunismo a cui si consenta per riconoscimento di una ‘egemonia’ di cultura”. A seguire, così recensì nello stesso anno Croce le Lettere dal carcere: “Egli [Gramsci] era uno dei nostri”. Croce e Russo proiettano in Gramsci un loro desiderio? Facciamo parlare i testi. Il giovane Gramsci sull’Avanti! del 16 maggio 1918 scrive: “Siamo liberali, pur essendo socialisti. Il liberalismo, in quanto costume, è un presupposto, ideale e storico, del socialismo. [...] la libertà di stampa è postulato primo del liberalismo; essa può tralignare, ma anche in questo caso serve a distruggere il servilismo nei riguardi dell’autorità come tale, come pregiudizio, residuo morale delle dominazioni dispotiche”.

Volete una buona definizione liberale del totalitarismo politico (comunista o fascista poco importa)? La si può leggere nel Quaderno 6: “Una politica totalitaria tende:

1) a ottenere che i membri di un determinato partito trovino in questo solo partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molteplicità di organizzazioni, cioè a rompere tutti i fili che legano questi membri ad organizzazioni culturali estranee;

2) a distruggere tutte le altre organizzazioni o a incorporarle in un sistema di cui il partito sia il solo regolatore”.

Le conseguenze del totalitarismo? Le potete leggere nel Quaderno 17: “Nei paesi dove esiste un partito unico e totalitario (…) tale partito non ha più funzioni schiettamente politiche ma solo tecniche di propaganda, di polizia, di influsso morale e culturale”. Gramsci aveva imparato da Croce che il dissenso non è eliminabile con la coercizione perché in casi estremi viene praticato al di fuori dal contesto legale: “Se non esistono altri partiti legali, esistono sempre altri partiti di fatto o tendenze incoercibili legalmente, contro i quali si polemizza e si lotta come in una partita di mosca cieca”. E che dire della egemonia quasi sempre letta in chiave leninista o neoleninista dai gramsciani che leggono Gramsci a saltare? L’egemonia come l’intendeva Gramsci, non essendo fondata sull’imposizione per via legal-coercitiva ma sul consenso ‘spontaneo e libero’, può esercitarsi solo in società liberal-democratiche. Quaderno 6: “l’egemonia, (...) presuppone una certa collaborazione, cioè un consenso attivo e volontario (libero), cioè un regime liberal-democratico”. E ancora nel Quaderno 10: “Ogni rapporto di ‘egemonia’ è necessariamente un rapporto pedagogico (…). Così si è avuto che una delle maggiori rivendicazioni dei moderni ceti intellettuali nel campo politico è stata quella delle così dette ‘libertà di pensiero e di espressione del pensiero (stampa e associazione)’ perché solo dove esiste questa condizione politica si realizza il rapporto di maestro-discepolo nei sensi più generali su ricordati”.
Conseguenza. L’egemonia, essendo il risultato di una competizione, non è mai unica o singolare: “C’è lotta tra due egemonie, sempre” (Quaderno 8).

Si potrebbe continuare. Mi fermo e ricordo due fatti mai o poco valorizzati dagli studi gramsciani.

(1) I Quaderni non vengono mai tradotti in russo e nemmeno in tedesco, che era la lingua conosciuta e praticata dai dirigenti della Terza Internazionale. Non trovate strano che non vengano tradotte nella lingua della patria del comunismo realizzato le opere di quello che viene ufficialmente presentato come una delle massime autorità del marxismo?

(2) Togliatti, che aveva ben capito la bomba che si nascondeva nei Quaderni, alle insistenze del segretario della Terza Internazionale, Georgi Dimitrov, il 25 aprile del 1941 risponde in questo modo: “I quaderni di Gramsci che io ho già quasi tutti accuratamente studiato, contengono materiali che possono essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione (nach einer genauen Ausarbeitung). Senza tale trattamento (Ausarbeitung) il materiale non può essere utilizzato e anzi alcune parti, se fossero utilizzate nella forma in cui si trovano attualmente, potrebbero non essere utili al partito. Per questo io credo che sia necessario che questo materiale rimanga nel nostro archivio per essere qui elaborato (bearbeitet)”.

La lettera è del 1941, quindi precede la svolta di Salerno. Solo dopo la svolta Togliatti ha potuto prendere in considerazione di rendere pubblici gli scritti del comunista liberale Gramsci. Anche se insieme a tante falsità che ne hanno nascosto per tanto tempo lo spirito liberale. Possiamo dire che il liberal-comunista Giorgio Napolitano fu un allievo di Gramsci? E però bisogna aggiungere che fu un allievo tardivo. Gramsci non avrebbe mai approvato l’invasione sovietica dell’Ungheria ad esempio. Non a caso prima di entrare in carcere aveva inviato a Togliatti, che risedeva allora a Mosca, una durissima lettera di critica al modo in cui la Russia staliniana gestiva il dissenso.