Elly Schlein (Ansa)

Transumanesimo o originalità italiana?

Politica e maternità. Il Pd al bivio sulla strada dei diritti

Marina Terragni

La spaccatura interna ai dem sull'utero in affitto assomiglia alle divisioni fra i democratici americani sulla transessualità negli sport femminili. Dalla linea che riuscirà a imporsi si capirà il futuro della sinistra italiana ed occidentale

Il paragone non sembri azzardato ma quello che sta capitando nella sinistra italiana, segnatamente nel Pd, sulla questione dell’utero in affitto – la segretaria Schlein da sempre e fermamente pro, il corpo del partito spaccato tra favorevoli, contrari e ignavi – somiglia molto a quello che succede nel Partito democratico americano sulla faccenda dei trans negli sport femminili, tema che si è imposto in primissimo piano nella politica americana. Il presidente Biden, risolutamente pro, deve vedersela con un elettorato che si divide di fronte alle performance del maestoso corpo maschile della nuotatrice trans Lia Thomas, citius, altius, fortius, formidabile schiappa (462esima) quando gareggiava con uomini e saldamente al primo posto nella classifica femminile. La grande maggioranza dei cittadini americani (il 62 per cento secondo un sondaggio Gallup) vorrebbe liberare lo sport femminile dagli ultracorpi maschili. L’elettorato democratico è lacerato sul tema. Hillary Clinton aveva avvertito, intervistata dal Financial Times: o su questa storia dei trans cambiamo musica o rischiamo di andare a sbattere.

 

Vedremo che succede: la Camera dei Rappresentanti su proposta repubblicana ha recentemente approvato la legge HR 734 che “vieta ai programmi scolastici di atletica di consentire a individui il cui sesso biologico alla nascita era maschile di partecipare a programmi destinati a donne o ragazze”. Qualche giorno dopo, il 17 aprile, il presidente Biden ha fatto sapere che se la norma passerà anche al Senato porrà il suo veto. Intanto una ventina di stati americani sta già approvando leggi a tutela dello sport femminile e varie federazioni mondiali, da quella del nuoto alla World Athletics, hanno chiuso ai trans. Il nostro caos sulla surrogata sembra un’altra cosa, in realtà non lo è. Anche qui il tentativo Pd di tenere la faccenda “divisiva” il più possibile sottotraccia. Anche qui una destra compattamente contro che studia da tempo la spinosa questione e una sinistra a pezzi che sconta ritardi ed eccessi di cautela e ora si ritrova a fare i conti con un clamoroso rebound.

 

I due temi, trans negli sport e surrogacy – che per inciso potrebbe presto essere messa al bando in Ucraina, c’è una proposta di legge in questo senso – apparentemente così lontani e variamente declinati fanno in realtà parte dello stesso pacchetto transumano, inteso come spinta strutturata verso la definitiva insignificanza della materialità dei corpi biologici. Liberi di e da tutto, perfino da se stessi. Ci sarebbe stato tutto il tempo per attrezzarsi ad affrontare la questione, quanto meno a far data (1990) dalla pubblicazione del fantasmagorico Gender Trouble di Judith Butler, la prima ad affermare, nel suo costruttivismo radicale, che anche la materialità del sesso è solo un prodotto del linguaggio. O anche dal Manifesto Cyborg di Donna J. Haraway, pubblicato per la prima volta dalla Socialist Review nel 1985. Entrambe, soprattutto Butler, riconosciute anche dai loro detrattori come tra i filosofi più influenti degli ultimi cinquant’anni: la gran parte delle astruserie con cui facciamo i conti nella nostra vita ha a che vedere con le riflessioni delle due pensatrici e con loro colluttazioni teoriche con la carne umana.

 

Per restare tra donne: il vero limite della lettera delle “cento femministe” alla segretaria Schlein sul tema dell’utero in affitto – a cui ha fatto seguito quella delle due e trecento transfemministe pro Gpa: olé, si va alla conta! – oltre a una certa stucchevole empatia è il fatto di non averla interpellata anche sugli altri temi del transhuman umbrella. Che sono tanti: dalla libera identità di genere o self-id, su cui garantisce la nomina di Alessandro Zan titolare dei diritti nella nuova segreteria, alle varie declinazioni della riproduzione artificiale dell’umano, all’ormonizzazione di bambine e bambini dal comportamento non conforme al genere. Avviso ai naviganti: sarà tra le prossime questioni a esplodere com’è esplosa nel Regno Unito, in tutto il Grande nord, in Australia e in alcuni stati americani, dove queste “terapie” sono ormai intese come una pericolosa sperimentazione in vivo. Fino ad arrivare, perché no, ai trans negli sport femminili. Tutto quanto il pacchetto che delinea un perfetto orizzonte. Si tratta insomma di capire, morettianamente parlando, da che parte sorge il Sole dell’Avvenire e dai temi “biopolitici” non si scappa più.

 

I malumori cattodem – Silvia Costa, tra i fondatori del Pd, ha lamentato la “legittimazione surrettizia” dell’utero in affitto da parte di Schlein – non possono certo trovare soddisfazione in un chiarimento sulla singola questione. Si tratta piuttosto di capire se il più grande partito della sinistra, coerentemente con tutti i partiti progressisti occidentali, si muove in direzione transumana rischiando come dice Hillary di lasciarci la pelle: ora vedremo le elezioni in Spagna. O se, sempre morettianamente, il Partito democratico italiano è diverso dagli altri partiti di sinistra ed è in grado di trovare una sua strada originale. Che potrebbe configurarsi come un neoumanesimo. A radice femminile – materna, aggiungo io. Dove la relazione carnale e simbolica tra la madre e la figlia/il figlio torni a essere fondamento semper certo delle comunità umane.

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