Elly nel metrò

Zia Meloni. L'elezione di Schlein è "una fortuna per noi". Per le partecipate vuole profili rosa

Carmelo Caruso

La premier pronta ad attirare i moderati in uscita dal Pd. La nuova segretaria dem "non conosce la complessità" e difficilmente sulle armi all'Ucraina può fare mancare il sostegno

Mancava poco e la votava pure Giorgia Meloni. Le libera spazio al centro, le offre un pretesto per frenare gli appetiti degli alleati, le consente di ripetere che “una cosa è governare e un’altra è parlare come gli studenti dei licei occupati”. In breve: per la premier, la nuova segretaria del Pd, Elly Schlein, è “la nostra magnifica occasione”. Il Pd, prevede Meloni, “si radicalizzerà a sinistra e  abbiamo dunque la possibilità di attrarre moderati in uscita”. Vuole in pratica scalare i riformisti stanchi e il partito dei sindaci che è stato il vanto del Pd. Inoltre: la lingua della Schlein, sempre per Meloni, non farà altro che spaventare Confindustria e una società, come quella italiana, anziana. Se fosse una famiglia, Meloni sarebbe la zia e Schlein la nipote ribelle, Elly nel metró. 

  
Quando la premier ha scoperto che il segretario del Pd era una donna, ha sorriso due volte. La prima perché è un’ulteriore prova che la sinistra la insegue (in molti, nel Pd, oggi si chiedono: “Se non ci fosse stata Meloni, avremmo avuto la prima segretaria donna del Pd?”). La seconda perché, con rispetto parlando, ritiene Schlein, lo ha confidato al suo partito, “la sintesi di un partito che rende banale la complessità”. Un esempio. L’ecologia è un tema centrale per Schlein ma, pensa Meloni, “dire che voglio una città pulita è un luogo comune. Esiste qualcuno che vuole respirare dal tubo di scarico? Politica è dire come amministro una città verde senza paralizzare l’industria”. Meloni temeva Bonaccini.

 

I temi di Schlein riguardano più il conflitto sociale, i diritti Lgbtq. Da una parte, è vero, che sono temi di sinistra. Dall’altra, c’è una pezzo di paese produttivo, quel pezzo di paese che il Pd cerca di intercettare da anni, che per FdI “si allontanerà e che guarderà con rinnovato interesse a noi”. Sui salari, pensa Meloni, la proposta della neo segretaria è il “sempliciotto ‘vogliamo salari migliori’. Legge sempre dei discorsi preparati anche quando ha ringraziato. Ha sempre bisogno di un gobbo, ma  le trattative non si fanno con i gobbi...”. I salari si modificano con tavoli estenuanti tra imprenditori e sindacati.

 

Una cosa è comiziare con il megafono, un’altra è convincere “il presidente di Confindustria”. Sono sempre pensieri della premier. Anche quella che sarebbe la forza della segretaria si può trasformare in debolezza. La sera della vittoria molti opinionisti hanno ricordato il “cosmopolitismo” e perfino il cognome che è “di origine ucraina”. Schlein è nata in Svizzera, è figlia di due professori universitari, è di origine ebraica, nonno antifascista. Pochi mesi fa, la sorella, che lavora in Grecia, presso l’ambasciata, ha subìto un attentato di matrice anarchica. Sono tutti elementi che secondo FdI non potranno che portare Schlein ad assumere sull’Ucraina, e su un ulteriore invio delle armi, una “posizione responsabile”.

 

Sarebbe insomma difficile per la segretaria schierare il Pd contro l’invio tanto più che, per FdI, Schlein è “il grumo di interessi convergenti. Ha un profilo bergogliano, prodiano, ma è anche radicale. E’ vicina per ideologia al pensiero del magnate Soros”. E ora la ragione per cui Meloni la ritiene una occasione. La premier, forte, di una società che cambia, dove le donne hanno ormai ruoli di rilievo in magistratura, politica, vuole chiedere agli alleati profili di donne per le società partecipate.

 

Intende non solo rispettare la quota del quaranta per cento, ma alzarla fino al 47 per cento. Diceva Giulio Andreotti che in Parlamento c’era un partito mai preso in esame: “il partito delle mogli”. I tempi sono, e per fortuna, cambiati, e oggi Meloni chiede a Lega e Forza Italia di compilare una rosa di nomi femminili, a cominciare dai cda. L’obiettivo è formare manager come Lucia Morselli, attuale ad di Ilva. L’obiezione della Lega e di FI è che questa richiesta non può essere rivolta solo agli alleati: “Le quote rosa devono valere anche per FdI non certo solo per noi”.

 

Berlusconi potrebbe fare il nome di Luisa Todini, già presidente di Poste durante il governo Renzi. La Lega sta cercando tra le sue file opinionisti e giornaliste televisive da poter collocare nei cda, ed ex parlamentari con esperienze manageriali. Alcuni nomi spendibili sono quelli di Barbara Boschetti, ordinaria dell’Università Cattolica e già nel cda di Ferrovie nord, e delle ex deputate Federica Zanella, Benedetta Fiorini. Un’altra è Eloisa Fanuli, dirigente della Lega Lazio. Vicina al partito è la direttrice Public Affairs di Iren, Marta Ascquasciati e Anna Girello Garbi, che siede nel cda di Cdp. Elly Schlein dice che “sarà un problema per Meloni”. Per Meloni è invece “una fortuna” ed Elly come Zazie nel metró, la nipotina del romanzo di Queneau che al povero zio diceva: “Me ne sbatto!” prima di accorgersi che il “mondo non è mai quello che sembra”.

 

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio