Foto di Roberto Monaldo, via LaPresse 

ci ha già provato Salvini

Altro che cambio di registro. Riecco la vecchia sceneggiata anti immigrazione

Giuliano Ferrara

Il governo Meloni con il suo nuovo ministro dell'Interno Piantedosi ricalca la linea dei "porti chiusi". Sembrava che ci potesse essere un cambiamento, ma dai rapporti con la Francia ai richiami di Bruxelles la politica antimigratoria torna starnazzante

Isolamento internazionale dell’Italia in Europa, giù le relazioni diplomatiche con partner decisivi, blocco dei ricollocamenti previsti in Francia. Non si capisce un tubo, è molto strano, per non dire grottesco, quel che va facendo la presidente Meloni in materia di immigrazione e accoglienza dei profughi. Si era capito che, per non ipotecare in modo infausto la linea del suo governo in Europa, Meloni aveva voluto che all’Interno non andasse Matteo Salvini, che aveva precedenti fallimentari e gravemente deficitari in materia, nel ruolo politico gigionesco di defensor patriae (per non parlare dell’aspetto umanitario ed etico). Invece con la scelta attuale di cui ha assunto la titolarità l’ex capo di gabinetto di Salvini stesso, il ministro Matteo Piantedosi, si ha una scelta di respingimento e in più di selezione che ha portato a un’aspra contesa con la Francia e a parole grosse a Bruxelles, oltre a uno scontro con il personale medico, e siamo da capo a dodici.

 

Le premesse erano diverse. A parte la ridicola sparata sul blocco navale, riconvertita in ripresa della missione Ue chiamata Sophia subito dopo il voto, Meloni non aveva incentrato la sua campagna elettorale sul contrasto all’immigrazione illegale o irregolare, che certo è un problema connesso a quello dell’accoglienza, e la questione in linea di principio e di fatto non era da lei trattata con i toni da crociata del suo rivale leghista poi surclassato alle elezioni. Il massimo sforzo di creare le condizioni di una integrazione politica piena e legittimante del nuovo governo di destra a Bruxelles sembrava prevalere su altre considerazioni. E l’attenzione ai rapporti con la Francia, oggi sul filo di lama di una polemica molto astiosa, era emersa da subito, già nella fase di preparazione del governo Meloni. D’altra parte la gestione del Pnrr e degli accordi di Dublino e altri tuttora validi, e del budget finanziario di compensazione dell’accoglienza marittima, autorizza i francesi, oltre tutto provocati dalle incaute e guascone dichiarazioni di Salvini sui “porti francesi aperti”, a richiamare l’Italia dei “porti chiusi” alle sue effettive responsabilità di partner europeo beneficiario di ingenti aiuti finanziari, con un’apertura collaborativa nella gestione degli sbarchi che però parte dal rispetto del diritto della navigazione e dunque dall’apertura degli approdi sicuri per le imbarcazioni che salvano profughi o migranti dal naufragio in mare.

 

La tragedia in marcia delle migrazioni non riguarda solo l’Italia, che peraltro tra gli europei non è sbocco di una quota maggioritaria di immigrati dall’Africa, anzi è in bassa classifica, ma certo basta un’occhiata all’atlante geografico per capire che siamo radicalmente invischiati, in particolare sulle rotte marittime, nel fenomeno, e dobbiamo far fronte, altro che sbarramento antinegher o selezione degli arrivi. Ci hanno già provato a fare la voce grossa e a usare le maniere forti: non regge, nemmeno dal losco punto di vista della propaganda e della demagogia populista cosiddetta.

 

Ci si aspettava un cambio di registro guidato con un minimo di saggezza dalla presidente del Consiglio e in ragione delle sue ambizioni di durata, di efficacia, di tenuta politica nel concerto europeo. Ci si poteva aspettare una voce nuova nelle sedi istituzionali, una riflessione sui Trattati, una rete di relazioni da costruire, massimamente con la Francia che è nostro partner privilegiato soprattutto ora che è in questione la revisione di Maastricht e declina o si ridimensiona l’asse franco-tedesco. Sono stati assorbiti a milioni i profughi dall’Ucraina, in contesti diversi e con sofferenze sociali per tutti. La difesa dei confini della patria c’entra poco con quello che è successo a Catania o a Reggio Calabria. Invece abbiamo, con la complicità finora di Meloni stessa, un calco starnazzante della vecchia e improbabile sceneggiata anti immigrazione, che fu a colpi di “zecca comunista”, “dàgli alle ong”, “l’Italia la vedrete solo in cartolina”. Che senso ha?

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.