Foto di Ansa 

Tre casi di scuola

Il complottismo economico della destra spiegato dal suo stesso programma

Claudio Cerasa

I nuovi conservatori italiani dicono di essere rinnovati e affidabili. Ma sui grandi dossier riemergono i vecchi tic: paura dello straniero, dittatura dell’italianità, sovranismo industriale. Tre storie per capire di cosa stiamo parlando

La grande favola della destra populista desiderosa di presentarsi sulla scena pubblica come una forza politica nuova, rinnovata, presentabile, responsabile e in definitiva smaccatamente antipopulista è una favola che può trovare una sua coerenza su molti campi, su molti dossier e su molti terreni di gioco. Ma è una favola a cui è impossibile credere quando la destra mostra con chiarezza la sua visione del mondo su alcuni temi specifici legati all’economia, alla politica industriale, al mercato e in definitiva alla globalizzazione. Lo schema, in fondo, è sempre lo stesso: un mix tra pulsioni protezionistiche, tentazioni antimercatistiche e spinte autarchiche. La destra ci prova a essere presentabile, a mostrare il suo volto rassicurante quando parla di infrastrutture (spendiamo di più), di tasse (tassiamo di meno), di giustizia (garantismo, oh yes), di atlantismo (che non si discute).

 

Ma quando arriva a parlare di economia l’incantesimo si rompe. Il trucco perde di consistenza. E sotto la cipria il volto che si intravede è sempre lo stesso: quello del complottismo. Dove per complottismo si intende un cocktail formato da alcuni ingredienti specifici: la paura dello straniero, la dittatura dell’italianità, il sovranismo industriale. Tre storie per capire di cosa stiamo parlando, al netto dei vaghi programmi presentati ieri dalla coalizione. La prima, tanto interessante quanto inquietante, riguarda il destino di Ita. E la storia della nuova compagnia aerea, erede di Alitalia, è quella che ha descritto perfettamente Andrea Giuricin sulle nostre pagine. Ita Airways, che trasporta il 3,8 per cento dei passeggeri da e per l’Italia, ha bisogno di un compratore per poter rimanere sul mercato.

 

Il vettore, per poter operare, ha già ricevuto una dote iniziale, dallo stato, di oltre 700 milioni di euro e a breve dovrebbe arrivare un’altra tranche da 400 milioni. Dopo lunghe peripezie, Ita ha trovato alcune società interessate ad acquistarla. Una di queste, che ha formulato l’offerta più ambiziosa, offerta riformulata il 5 luglio, è Lufthansa, che insieme con Msc ha proposto di acquistare l’80 per cento di Ita, lasciando il 20 per cento al Mef.

 

Il governo, dopo alcuni rallentamenti dovuti anche alla sua inerzia, è arrivato a un passo dal portare in Consiglio dei ministri il provvedimento per formalizzare la vendita. Ma l’invettiva di Fratelli d’Italia ha contribuito a bloccare ancora una volta il processo. E cosa ha detto Fratelli d’Italia? “Al rilancio della nostra compagnia aerea di bandiera penserà chi governerà: occorre valutare con attenzione la presenza dello stato nella compagnia e la partecipazione azionaria di altri partner”. Dunque: no, niente vendita, rivedere la presenza dello stato nella compagnia di bandiera e far valere il patriottismo sovranista sull’economia di mercato. Dagli allo straniero, no invasione.

 

La seconda storia interessante da analizzare riguarda la proposta formulata da Fratelli d’Italia sul terreno della rete unica. Sabato scorso sul Foglio Alessio Butti, deputato e responsabile del dipartimento Tlc di Fratelli d’Italia, ha spiegato per quale ragione il progetto di rete unica immaginato da questo governo è da combattere e da sabotare. Non perché la rete unica rappresenterebbe uno scippo a Tim, non perché in tutti i paesi europei le reti di telecomunicazioni sono in pancia a operatori verticalmente integrati, non perché con la rete unica verrebbe meno una possibile concorrenza tra le reti, ma perché, dice Butti, Fratelli d’Italia vuole che lo stato abbia un ruolo da protagonista non tanto sul fronte della rete unica quanto sul fronte dell’azionariato di Tim.

 

La posizione di FdI è questa: far controllare la rete unica da Cdp, dopo aver concentrato tutta la rete in Tim facendo comprare Open Fiber (concorrente oggi sulla rete unica di Tim) alla stessa Tim (azienda quotata, con un pacchetto del 90 per cento in mano ai privati) per far poi comprare Tim a Cdp (e sbarazzarsi così in un colpo solo non soltanto degli americani di Kkr interessati a Tim ma anche degli azionisti francesi che oggi sono dentro Tim).  

 

Nostra piccola notazione offerta a Butti: il programma di Fratelli d’Italia sulle telecomunicazioni è ispirato più che al modello “wholesale only” (che vuol dire tra l’altro l’opposto di quello che Butti sostiene: divisione tra chi si occupa di rete e chi si occupa dei servizi) al modello Maduro (nazionalizzare tutto e tenere alla larga gli stranieri).

 

La terza storia interessante da analizzare riguarda una paranoia economica ricorrente dei sovranisti nazionalisti: l’ossessione per i poteri forti, per la finanza internazionale e in particolare per la famigerata longa manus dei francesi. Come ha raccontato bene Stefano Cingolani sul Foglio di ieri, l’ossessione per gli invasori francesi ha origini remote, che affondano anche nella destra non populista (ricordate quando Silvio Berlusconi nel 2008  sabotò l’operazione Air France per mettere Alitalia nelle mani dei capitani coraggiosi?), ma l’ossessione nasce prima di tutto da una convinzione precisa. Ovverosia, la necessità di tutelare l’Italia da un’invasione non meno pericolosa rispetto a quella dei migranti: quella dei perfidi capitali stranieri.

 

Eppure, per quanto riguarda per esempio la Francia, la narrazione dell’invasione, oltre che essere la spia di un approccio sovranista e nazionalista all’economia, è anche la spia di una non conoscenza dei numeri dell’economia italiana. Primo numero: la bilancia commerciale tra Francia e Italia risulta strutturalmente a favore dell’Italia e negativa per la Francia per un valore superiore a 11,7 miliardi di euro. Secondo numero: le filiali di aziende francesi in Italia, come ricordato da Stefano Cingolani, sono quasi 2.000 per un totale di oltre 245.000 posti di lavoro creati (un contributo secondo solo al numero di occupati creati da filiali statunitensi in Italia: meno di 287.000), mentre la presenza italiana, pur inferiore, non è marginale, e ammonta a oltre 1.700 aziende francesi controllate da un investitore italiano, per un totale di 63.000 posti di lavoro.

 

Terzo numero: gli investimenti diretti della Francia in Italia, nel 2020, sono stati pari a 66,6 miliardi, contro i 25 miliardi dell’Italia in Francia, e di fronte a un paese che con le sue aziende è diventato il primo investitore straniero in Italia, nonché il secondo datore di lavoro straniero della Penisola, una forza politica con la testa sulle spalle dovrebbe interessarsi non a come attrarre di meno, o a come respingere, ma a come attrarre di più, mettendo magari le nostre imprese nelle condizioni di poter fare altrettanto fuori dai nostri confini.

 

Il cocktail è evidente: il programma economico della destra nazionalista è incentrato su un mix letale fatto di protezionismo economico, sovranismo industriale, paura della globalizzazione, terrore per il mercato. E il filo conduttore, più che il patriottismo, è sempre quello. Il complottismo, bellezza.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.