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personalità straripante

Giornali, editoria, politica, libri. La carriera di Scalfari, il Fondatore

Stefano Cingolani

Dal conflitto con Craxi e Berlusconi allo scontro con De Benedetti, un’irrefrenabile vanità e una grande capacità di manovra

Editore, finanziere, giornalista, imprenditore, politico, scrittore, un elenco in ordine alfabetico, ma non solo. Eugenio Scalfari, come la maggior parte dei grandi personaggi, ha avuto molti volti e quelli che nella sua irrefrenabile vanità ha voluto lasciare in ombra vanno indagati ancor più e meglio degli altri. Non è facile dare un giudizio: ha dimostrato sempre grande abilità di manovra, ma ha inanellato difficoltà, sconfitte, fallimenti evitati di misura. Vari aspetti sono emersi da confessioni e ricordi di chi gli è stato accanto, a cominciare da Carlo Caracciolo, da Carlo De Benedetti o da Giuseppe Ciarrapico. Scalfari, che ha pubblicamente tuonato contro i belzebù della politica e degli affari italiani come Sindona, Cefis, Berlusconi, Craxi, Andreotti (ritenuto il vero capo della congrega infernale), li ha frequentati e talvolta persino lisciati illudendosi di poterli usare senza esserne usato, come succede sempre a chi ha un alto concetto di sé.

 

L’ascesa è cominciata nel 1955 come direttore amministrativo dell’Espresso, il neonato figlio di sinistra del Mondo. Il suo giornalismo non parte dal marciapiede (tra l’altro aveva sposato Simonetta de Benedetti, figlia di Giulio, direttore della Stampa), tuttavia ha rischiato dando vita a due start-up, oltre all’Espresso anche la Repubblica. Il settimanale, grande come un quotidiano e urticante come un tabloid, raggiunge un milione di copie e nel 1967 si lancia in un’avventura che diventa un infortunio professionale, ma si trasforma in un trionfo politico: insieme a Lino Jannuzzi denuncia un tentativo di colpo di stato chiamato “piano Solo”. Il generale dei carabinieri Giovanni de Lorenzo, capo di stato maggiore, li querela, entrambi vengono condannati a 14 e 15 mesi di reclusione, ma il Psi offre loro l’immunità parlamentare. Nel 1968 Scalfari diventa deputato (e Jannuzzi senatore) e allora si cementa la sua imperitura inimicizia con Bettino Craxi, il quale diventerà il belzebù numero 2. Quell’inchiesta trasforma il giornalista in profeta della libertà e della democrazia, una delle maschere che non si toglierà mai fino alla fine. 

 

Ma un’impresa editoriale non si regge sulle proprie gambe, tanto meno in un paese come l’Italia dove pochi leggono e ancor meno comprano libri e giornali. Dunque occorre trovare capitali e capitalisti nella speranza che non diventino padroni. I contributi iniziali di Pirelli e Astaldi non bastano davvero. Scalfari intrattiene ottimi legami anche grazie alla sua abilità nel raccontare l’economia. Diventa con il nome Bancor la penna di Guido Carli, allora governatore della Banca d’Italia, uomo di solida dottrina, forti e multipli poteri, si pensi al suo legame con Gianni Agnelli. All’Avvocato conduce anche Carlo Caracciolo, il principe cognato. Con lui Scalfari costruisce un sodalizio che durerà per sempre, nonostante le numerose divergenze. Ma non arriviamo subito alla fine di una storia piena di colpi di scena.

 

Caracciolo, che nel 1951 aveva fondato la casa editrice Etas Kompass, è fin dall’inizio cofondatore dell’Espresso diretto da Arrigo Benedetti, per conto di Adriano Olivetti che nel 1956 gli cede la sua quota azionaria. Dieci anni dopo, Scalfari diventa anche azionista insieme a Caracciolo e Benedetti con il quale si scontrerà sulla Guerra dei sei giorni, nel 1967, sostenendo posizioni anti israeliane. Benedetti abbandona la sua creatura e si ritira (per un anno, fino alla morte avvenuta nel 1976 dirigerà Paese Sera, il quotidiano che faceva capo al Partito comunista italiano e dal quale arriveranno molti giornalisti della Repubblica). Gli anni 70 sono segnati da serrate battaglie economico-politiche. Scalfari in un primo tempo si fa conquistare, forse per un certo spirito avanguardistico, da Michele Sindona, il banchiere che vuole scardinare gli equilibri dell’establishment finanziario e ha l’appoggio di Giulio Andreotti. In fondo anche Carli aveva avuto una qualche sbandata prima di bloccare la conquista della Bastogi, segnando l’inizio della sua caduta. A quel punto Scalfari cambia spalla al fucile e comincia a sparare contro Eugenio Cefis, già numero due di Enrico Mattei che, giunto al vertice dell’Eni, scala la Montedison. Nasce così “Razza padrona”, scritto nel 1974 insieme a Giuseppe Turani, un esempio di libro inchiesta sul risiko del potere che in Italia inaugura un genere e molti cercheranno poi di imitare. Scalfari l’innovatore si schiera con i “poteri forti” rappresentati dalla coppia Agnelli-Cuccia.

 

Pochi anni dopo entra in scena la Mondadori. Piero Ottone in “La guerra della rosa” racconta gli incontri in barca, le cene nei grandi alberghi e sulla terrazza della casa romana di Gianni Agnelli, davanti al Quirinale (e dove se no?). Il mercato televisivo viene aperto e anche il primo editore italiano, così come Rizzoli e Rusconi, si getta nel nuovo mercato, senza successo. Dopo soli due anni, nel 1984, la spunta un nuovo arrivato, Silvio Berlusconi, mentre scende in campo Carlo De Benedetti. Saranno protagonisti di una lotta che ancora oggi riserva colpi di coda e di teatro. Caracciolo e Scalfari s’alleano con Mario Formenton, il marito di Cristina Mondadori (la figlia minore di Arnoldo), il quale guida la casa editrice. Berlusconi, che aveva acquistato una piccola quota tanto per sedere al tavolo dei potenti, si fa strada forte di ben tre canali televisivi

 

E’ grazie a Mondadori che Scalfari corona il proprio sogno: un quotidiano di nuovo taglio grafico e giornalistico per sfidare niente meno che la corazzata Corriere della Sera. Prende a modello il Monde e vi aggiunge lo spirito dell’Espresso con il tocco del tabloid: i suoi giornalisti debbono guardare il potere politico ed economico dal buco della serratura. I primi due anni di vita sono magri con un punto di pareggio a 180 mila copie e una vendita di non oltre 70 mila. Un cambio di marcia editoriale (anche se non economico) arriva con il rapimento di Aldo Moro: Scalfari si schiera per la linea della fermezza con la maggioranza della Dc e con il Pci, un asse che non abbandonerà per tutti gli anni 80, quando diventa l’alfiere dell’anti craxismo insieme a De Benedetti, ormai azionista di riferimento.

 

E il vero “signore delle mosche”? Sembra un paradosso, ma sarà proprio Andreotti a salvare Scalfari, Caracciolo e De Benedetti mentre Berlusconi dà l’assalto alla Mondadori. Qui troviamo un altro personaggio odoroso di zolfo amico del principe che da vero aristocratico d’antan gode nel coltivare legami inconsueti. Si tratta di Giuseppe Ciarrapico uomo d’affari ciociaro, “re delle acque” di Fiuggi – fascista come il giovane Scalfari al contrario del partigiano Caracciolo – diventato uno dei fedelissimi nel clan Andreotti. Si deve al suo intervento se la Mondadori viene spartita: la Repubblica e L’Espresso a Scalfari, la casa editrice con Panorama a Berlusconi. Un lodo controverso che finisce in tribunale, fioccano condanne per il Cavaliere e il suo avvocato Cesare Previti i quali avrebbero corrotto un giudice. Caracciolo ha raccontato così quella vicenda chiave: “Incontrai Ciarrapico con un pretesto, segnalargli Vissani come chef per la sua Casina Valadier. In realtà volevo chiedergli di spiegare ad Andreotti che la vittoria di Berlusconi su Mondadori si trasformava in una vittoria di Craxi. Si fece di colpo attentissimo. Sentito Andreotti, ci convincemmo tutti che Ciarrapico era l’unico mediatore possibile. La situazione era in stallo. Mondadori era in mano a Berlusconi ma le azioni dell’Espresso (che controllava anche Repubblica, i giornali locali e la Manzoni) mie e di Scalfari, erano state sequestrate dal tribunale…”. 

 

Da allora in poi sarà De Benedetti ad assumere un ruolo chiave e Scalfari soffre sempre più quella presenza ingombrante. Con Tangentopoli, la Repubblica trova un nuovo campo di battaglia, il giornale-partito diventa la tribuna di Mani pulite e il punto di riferimento anche per quotidiani come il Corriere della Sera diretto da Paolo Mieli. C’è l’idea che la stampa possa supplire alla crisi della politica e al collasso della Prima Repubblica, anche a costo di perdere l’autonomia di giudizio e l’indipendenza. Sul piano editoriale è la Repubblica a trarne vantaggio, mentre il Corsera stenta a recuperare quei lettori moderati del nord che già Indro Montanelli gli aveva sottratto vent’anni prima con il Giornale. 

 

Nel 1996 il Fondatore lascia la direzione a Ezio Mauro e si ritaglia l’editoriale domenicale detto anche l’omelia, mentre diventa saggista di varia umanità, scrittore e poeta. L’ultima delle sue trasformazioni. Quando poi De Benedetti nel 2017 getta la spugna cedendo il gruppo Repubblica-Espresso a John Elkann, viene ironizzato che “a volte ritornano”, riferendosi agli Agnelli. Ma i cicli della storia, anche di quella economica ed editoriale, non sono mai sempre gli stessi. Scalfari attacca il suo ex partner il quale replica piccato che lui gli ha dato 80 miliardi di lire per un piccolo pacchetto di azioni. Al che il Fondatore offre la propria versione: “Per far nascere Repubblica io e Caracciolo avevamo bisogno di cinque miliardi di lire. La Mondadori ne mise la metà. L’altra metà toccava a noi, ma non ce l’avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l’altro mio suocero aveva diretto la Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: ‘Non lo racconti mai a nessuno’. Quando ci eravamo indebitati e avevamo l’acqua alla gola ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ferdinando Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie. Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu”. E’ l’amara fine di un rapporto tra personalità straripanti che non divenne mai vera amicizia.

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