Scommettere sul paradigma Giorgetti

Claudio Cerasa

Un sondaggio commissionato da imprenditori vicini a Sala testa un soggetto con Di Maio, Giorgetti e Carfagna e suggerisce un tema: ma la svolta governista della Lega è reversibile? Motivi per incoraggiare con forza  la Lega cambiata da Draghi 

I più pettegoli dicono che alla fine si incontreranno e che il loro destino è quello di ritrovarsi insieme non solo una volta al mese in pizzeria ma anche una volta per tutte sotto lo stesso tetto. I più pettegoli dicono che alla fine le frasi buttate lì a mezza bocca da Giancarlo Giorgetti in queste settimane, “dobbiamo ragionarci”, “così non può andare”, siano lì a indicare, da parte del ministro leghista, la volontà di utilizzare l’opzione della scissione, la scissione dalla Lega, non come un’arma reale da poggiare sul tavolo ma solo come uno scenario da evocare per riuscire a fare quello che a Di Maio non è riuscito nel M5s: contare di più, arginare l’estremismo.

 

I più pettegoli dicono poi che i sondaggi che sono stati commissionati da alcuni imprenditori vicini a Beppe Sala per testare il consenso della “nuova forza politica”, il partito che potrebbe nascere attorno al sindaco di Milano, sono sondaggi che includono sì delle domande relative alla popolarità di quattro politici che sembrano fatti per stare insieme, Beppe Sala, Mara Carfagna, Giancarlo Giorgetti e Luigi Di Maio, sondaggi che il Foglio ha potuto visionare. Ma sono sondaggi che lasciano il tempo che trovano, perché è vero che il ministro degli Esteri e il sindaco di Milano a settembre annunceranno un soggetto politico comune, ispirato a Renew Europe, ma è anche vero che né il ministro di Forza Italia né il ministro della Lega sembrano avere intenzione di fare quel passo che in privato hanno spesso evocato senza crederci tuttavia fino in fondo. E dunque, quando si parla di Giancarlo Giorgetti, e del suo percorso parallelo rispetto a quello di Luigi Di Maio, è preferibile uscire dalla sfera dei retroscena ed è consigliabile restare sulla scena, su ciò che si vede, e se si osserva ciò che si vede si capirà meglio perché, allo stato attuale, il futuro della Lega dipenderà più da quello che vorrà fare la nuova Lega che da quello che vorrà fare la Lega del passato rappresentata oggi da un leader senza futuro, di nome Matteo Salvini.

 

E dunque sì: la Lega borbotta, mormora, si agita, cerca di ritornare ai suoi dubbi fasti del passato sfruttando il modo maldestro con cui il Pd cerca sui diritti di dividere la maggioranza di governo. Ma la verità è che la Lega governista, a differenza di Di Maio, non ha bisogno di mettere in campo scissioni, per far sentire il suo peso, ma ha semplicemente bisogno di continuare a fare quello che è riuscita a fare fino a oggi: lasciare a Salvini il ruolo di influencer e influenzare in modo decisivo la linea del partito.

 

La differenza tra Di Maio e Giorgetti, entrambi espressione in questa legislatura di una riconversione parziale del populismo, è che la nuova Lega, che Salvini si ostina a non voler vedere, c’è, esiste, si è radicata, ha ottenuto risultati importanti, ha tenuto a bada il fronte estremista del partito, ha spinto il leader a mettere da parte i suoi istinti anti europeisti, anti vaccinisti, e quella Lega, la Lega giorgettiana, la Lega di Massimiliano Fedriga, di Attilio Fontana, di Luca Zaia, una Lega che quando parla con Draghi del proprio leader non usa parole molto diverse da quelle probabilmente usate da Draghi con Grillo parlando di Conte, non avrebbe alcun dubbio oggi a sostenere che nel futuro della Lega c’è un po’ meno Salvini e un po’ più Draghi.

 

Certo. Giorgetti sa che l’ambiguità della leadership salviniana costituisce un problema per il centrodestra. E sa che il suo disegno di sostituire un giorno Matteo Salvini con Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia trasversalmente stimato, non potrà realizzarsi prima delle politiche, ma solo dopo, solo dopo un’eventuale sconfitta della Lega. E dunque: molte telefonate con Luigi Di Maio, qualche colloquio con Mara Carfagna, qualche dialogo con Beppe Sala, ma nulla di più. Non perché non sia possibile, un nuovo soggetto, ma perché semplicemente, vista da questa prospettiva, non serve: l’immersione del draghismo ha cambiato la Lega, sul fronte dei doveri, e andare contro la nuova Lega, che a questo governo ci crede, che in questo governo si riconosce, significherebbe, per Salvini, andare non contro Giorgetti ma contro il suo stesso partito. Cambiare leadership non si può, d’accordo, perché la Lega è un partito staliniano, ma non cambiare linea è possibile, e la sfida della nuova Lega in fondo è tutta qui: essere pronta a buttare giù dalla torre il salvinismo se l’attuale leader dovesse chiedere ai suoi dirigenti chi scegliere e chi seguire tra Matteo Salvini e Mario Draghi. Viva il paradigma Giorgetti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.