l'intervista

"Così la propaganda di Putin ha traviato leader politici e giornali italiani". Intervista all'ambasciatore ucraino

Valerio Valentini

"Zelensky sapeva di parlare a un Parlamento che è stato filo-Putin. Chi ha disertato il suo discorso evidentemente avalla la strage di civili fatta da Mosca". Lo stallo sui negoziati, le richieste di Kyiv e le bombe del Cremlino. "Le parole di Draghi sull'Ue sono un grande segnale politico"

E’ l’alba della vigilia, quella che precede il primo triste anniversario. “Il primo a sottovalutare l’orgoglio e la dignità del nostro popolo è stato proprio Putin, che di certo non si aspettava che dopo un mese dall'inizio dell'invasione il suo esercito si sarebbe ritrovato così in difficoltà. E forse proprio per questo ha iniziato a bombardare in modo indiscriminato, a uccidere civili in modo cinico”. Ma è anche l’alba del giorno dopo, il senso del discorso pronunciato a Montecitorio da Volodymyr Zelenskyy solo ventiquattro ore fa va ancora capito appieno. “Ho visto che è stato letto come un intervento molto cauto e misurato”, sorride Yaroslav Melnyk, ambasciatore ucraino a Roma. “Ma ogni paese è diverso, e in ognuno ci sono equilibri politici di cui tener conto. Il Parlamento italiano, ad esempio, è stato fino a poco tempo fa, forse fino a pochi minuti prima dell’invasione, a maggioranza filorussa”. E quelle  assenze, più o meno motivate, tra gli scranni della Camera, dimostrano che forse qualche incrostazione di filoputinismo ancora permane. “Le scelte di deputati e senatori sono tutte legittime, non spetta a me giudicarle. Chi non ha sentito l’importanza di essere in Aula, ieri, evidentemente ha espresso il suo personale consenso, più o meno esplicito, alle stragi di donne e bambini perpetrate dall’esercito russo. Per chi ha scelto di non esserci, la lotta del nostro popolo in nome dei valori europei non vale nulla”

Poca sorpresa, dunque, per le reazioni scomposte e per le ambiguità di certi leader politici italiani. “Sappiamo che alcuni di loro – dice l’ambasciatore Melnyk – sono stati legati da relazioni di amicizia, in un certo senso particolari, con Mosca. Ma forse la guerra ha aperto gli occhi anche a loro, ha fatto percepire anche a chi riteneva Putin il miglior capo di stato sulla faccia della terra la distanza tra la propaganda russa e la realtà dei fatti”.

 

Di certo ha scosso qualche parlamentare di fede sovranista. “Alcuni di loro mi hanno scritto per esprimermi privatamente la loro solidarietà e la loro condanna a Putin, dicendo però che preferivano non esporsi pubblicamente per rispettare le direttive del loro partito”. Ma non è, ci dice, una anomalia circoscritta nel perimetro della politica. “Anche l’etica giornalistica, mi pare, ne esce un po’ incrinata: certi articoli, certi servizi, avallano da anni, qui in Italia, la narrativa del Cremlino”. 

Non è insomma uomo da gentilezze di maniera, questo signore alto e massiccio, modi sbrigativi e gesti asciutti (“Piacere, Yaroslav”), che ci accoglie in questo  elegante ufficio al piano terra, forse  la più sfarzosa delle  stanze disposte su due piani della palazzina, nel quieto fermento mattutino dei Parioli – quieto ma comunque romano, e infatti fuori dall’ambasciata un furgone pieno di viveri e medicinali sta parcheggiato in mezzo strada e ostruisce il traffico, un funzionario ucraino prova come può a spiegare che no, non è qui che devono essere consegnati quegli scatoloni, spediti da Agrigento, ma alla chiesa di Santa Sofia, senza però persuadere granché il corriere (“Aoh, a me qua m’hanno detto de portalli”). “La straordinaria solidarietà degli italiani è commovente, ve ne saremo sempre grati”, ci dice l’ambasciatore,  nato 42 anni fa a Dubrovytsia, cittadina a nord ovest di Kyiv, a un passo dal confine bielorusso. Una parte della sua famiglia è riuscita a venire a Roma; alcuni parenti sono voluti restare in patria, sotto le bombe, a vivere notti insonni riempite dal suono delle sirene. “Solo chi sta lì può capire l’orrore della guerra, il suo folle anacronismo nel 2022. Ed è per questo che il presidente Zelenskyy ha voluto offrire agli italiani quel paragone tra Genova e Mariupol. Perché lì, a Mariupol, ormai il 100 per cento dei palazzi residenziali sono stati colpiti o abbattuti dalle bombe. Ma come si può testimoniarla, una cosa così?”.

Putin ha alzato il tiro. “Negli ultimi giorni l’esercito russo non ha conseguito alcuno progresso territoriale, anzi in certe zone è stato costretto a ripiegare. Putin usa bombe e missili, e lo fa anche contro i civili, per dire che ciò che sta facendo a Mariupol può farlo ovunque. E del resto lo ha già fatto in vari centri più piccoli, a nord di Kyiv e nella regione di Kharkiv”.
E’ per questo che vi servono armi? “Abbiamo apprezzato moltissimo la scelta dell’Italia e dell’Ue di consegnarci armamenti difensivi. So che per certi versi è una scelta senza precedenti, e ne siamo grati. Speriamo dunque che questa politica di sostegno venga confermata nei vertici della Nato e dell’Ue a Bruxelles di questi giorni: l’inasprimento delle sanzioni alla Russia, e una soluzione che permetta la chiusura dello spazio aereo sulle nostre città, sono misure vitali”.

E però, sulla no fly zone, le obiezioni sono note: sarebbe l’inizio della Terza Guerra Mondiale. “Noi ci fidiamo dei nostri alleati occidentali: se vedono la possibilità di proteggerci dai bombardamenti russi fornendoci delle armi di difesa antiaerea, lo apprezziamo”. 

Eppure c’è chi dice che proprio da qui, dalla fornitura delle armi, passi l’impossibilità della soluzione diplomatica. Che sia Zelenskyy, con la sua retorica orgogliosa, a impedire la pace. “Il nostro presidente si dice pronto da tempo a incontrare direttamente Putin. Il quale, però, usa le bombe come strumento di pressione diplomatica. Da parte nostra, noi chiediamo il riconoscimento dell’integrità territoriale del nostro paese, nel rispetto dei confini riconosciuti a livello internazionale. E chiediamo sicurezza. Se non può essere la Nato a fornircela, possiamo discutere di altri formati”

 

Come quello che prevede la protezione da parte di America, Turchia e Gran Bretagna? “E’ una delle ipotesi. Ma per noi è fondamentale la prontezza d’intervento. Per questo Zelenskyy parla di U24, una formula che consenta all’Ucraina di ricevere assistenza economica, umanitaria e militare entro 24 ore dall’inizio della sua aggressione per rispondere all’invasore”. 

La minaccia di Mosca perennemente incombente. “Putin credeva di inglobare l’Ucraina in modo quasi indolore. Ma ha sopravvalutato le sue forze. E, soprattutto, non ha considerato la fierezza di un popolo che ha una sua identità e che da  anni lotta per sentirsi fino in fondo europeo”.

Le parole di Mario Draghi, in questo senso, sono state positive? “Sono state accolte con straordinario favore dalla nostra gente e dal nostro governo,  e sono valse a superare delle iniziali incomprensioni nelle prime ore del conflitto. Le sue parole così nette, così coraggiose, sono un segnale politico che potrà essere ora raccolto da altri stati europei. Sappiamo che le procedure sono lunghe e complesse, e lo rispettiamo. Ma chiediamo che ci possa essere una procedura accelerata, alla luce della situazione attuale. A volte abbiamo l’impressione che il valore dell’Europa venga colto più da chi non ne fa parte che da chi ne è membro. Ma per noi l’Unione europea è una prospettiva di benessere, di pace e di civiltà. Perché di là, in Russia, i diritti non valgono niente, la democrazia viene vista come una minaccia. Per questo non ci arrenderemo all’invasore. Putin può distruggere i nostri palazzi, ma non potrà abbattere la nostra volontà di essere un paese libero e democratico, che con questa lotta si sta guadagnando, io credo, il diritto ad entrare nell’Ue”.
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.