Mario Draghi - Foto LaPresse

"arrogante e ingrato"

Draghi e la psico-politica del Quirinale: “La verità è che ci sta antipatico”

Salvatore Merlo

Il carattere del presidente del Consiglio rischia di connotarsi come una delle variabili decisive di questa elezione

Non si intende qui varcare la soglia della psico-politica, per carità, ma il carattere di Mario Draghi, o meglio la percezione che ne hanno i grandi elettori, nonché diversi leader di partito e capicorrente, rischia di connotarsi come una delle variabili decisive di questa elezione presidenziale. Antonio Tajani, per esempio, non lo ammetterebbe mai in pubblico, ma lo considera all’incirca “un arrogante” che non prese in considerazione la lista dei ministri che lui gli portò un anno fa per conto di Forza Italia e che adesso pretende il Soglio laico del Quirinale. Silvio Berlusconi invece lo ha ribattezzato “l’ingrato”, e s’è pure lamentato: “Draghi non mi ha mai fatto una telefonata amichevole e nemmeno mi ha mai inviato un bigliettino di auguri per Natale”.

 

Fa sorridere? Forse. Ma sono cose che contano, sul serio. Dario Franceschini, e nemmeno questo è un dettaglio, gli dà freddamente del lei (ricambiato). Non si sono mai presi. Due pezzi da novanta, l’iperpolitico e l’ipertecnico. Salvini, infine, che gli imputa tutte le sue difficoltà all’interno della Lega con Giorgetti, una volta lo ha definito in tono ironico “il monarca”, per l’atteggiamento da “non vi do niente ma voi votatemi comunque”.

 

E sarà certamente vero che quella che ai politici sembra boria, forse è ritegno. E quella che appare come arroganza, è più verosimilmente la sicurezza nelle proprie capacità di un uomo che nella vita si è trovato ad avere a che fare con le cancellerie internazionali, con i falchi dell’austerità e ancora prima con la Banca d’Italia al suo meglio. Ma la distanza, il distacco, il pudore e la ritrosia, persino l’eleganza, funzionano solo se usate con sapienza. Almeno in politica.

    
E chissà se è vero che quando Giovanni Toti, molto ben disposto, gli ha telefonato per parlargli di Quirinale e di futuro del governo, ecco che il presidente del Consiglio e candidato presidente della Repubblica si è innervosito alla sola idea di dover negoziare qualcosa con lui (forse anche perché qualcuno dice che intanto Toti stia lavorando anche per Casini al Colle). Fatto sta che Draghi ha troncato la telefonata. Sbrigativamente. Ecco. Machiavelli voleva che il suo Principe fosse temuto, e non amato. Ma quelli di Machiavelli e del duca Valentino erano altri tempi, non si trattava certo di Repubblica parlamentare. E insomma, come dice Andrea Ruggeri, spigliato deputato e dirigente di Forza Italia: “Va bene non essere amati, ma se guardi la politica dall’alto in basso, e lasci capire che ti facciamo pure un po’ schifo, sbagli le proporzioni. Anche perché poi è proprio quel ‘basso’ che ti deve votare al Quirinale”. 

  
Anche Dante Alighieri, a quanto si tramanda nella novellistica, opponeva fra sé e gli altri il pathos della distanza. “L’uovo crudo è la pietanza più buona”, rispose con la sua assoluta alterigia a un convivio di sapienti ghiottoni. E questo per dire che distacco, freddezza, consapevolezza di sé, e persino una punta di altezzosità, sono tutte virtù dei grandi italiani. “Ma non sono virtù politiche”, dice Roberto Giachetti, deputato renziano, anche lui immerso come tutti nel Transatlantico che ancora vota scheda bianca in attesa di un’epifania.

   

Simpatia e seduzione sono da sempre le armi di Berlusconi, si sa. E per qualcuno addirittura sono la risorsa del diavolo: il sole in tasca, il sorriso,  le facezie... “Non che Draghi debba trasformarsi in un seduttore”, dice un senatore del Pd che si fa promettere cento volte di non essere citato per nome, “ma quantomeno chiediamo un attestato di dignità. Non facciamo così schifo. Draghi potrebbe anche farcelo capire ogni tanto”. E giù con le lamentele da anonimi pigia tasti: da un anno con Draghi si decide tutto in commissione, le proposte dei gruppi parlamentari vengono rifiutate, il lavoro del parlamentare è ridotto alla presentazione degli ordini del giorno. Ovvero di quei testi, in verità abbastanza inutili, in cui si dice che “il Parlamento impegna il governo a...”. Ma poi il governo fa come gli pare. Frustrazione, insomma. E anche, sotto sotto, specialmente tra i grillini, lì dove forse la mediocrità è la cifra più comune, anche un gusto tutto ritorto nell’osservare il gigante che ruzzola giù per le scale.
 

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.