Roma Capoccia

Natale è qui, Roma è ancora sporca e Gualtieri dovrebbe uscire dal suo ufficio

Salvatore Merlo

Il sindaco della Capitale si è impiccato a una promessa irrealizzabile. Gli servirebbe trovare sotto l'albero un paio di scarpe comode, utili a una lunga passeggiata nella realtà dei problemi della città. Una buona abitudine per ignorare i consigli della partitocrazia

“Ripulirò Roma entro Natale, forse prima se riusciremo a essere rapidi”. Ci siamo. Tra due giorni è il 25 dicembre, Natale, appunto. E l’unica cosa evidente a chiunque è che le strade, i marciapiedi e le caditoie della capitale d’Italia sono all’incirca come prima, praticamente come sempre: luride. La città è puntellata dal suo consueto arredamento urbano composto di cassonetti sfiniti che rigurgitano monnezza. Viene dunque da chiedersi cosa avesse spinto Roberto Gualtieri, a ottobre, appena eletto sindaco, a sbilanciarsi, impiccandosi a una promessa talmente enorme, improbabile, da far dubitare del suo rapporto con la realtà e con la complessità di una città che sconta più di quindici anni di amministrazioni clientelari e cialtronesche di ogni segno e colore.

 

Per questo, se potessimo fargli un regalo di Natale, al sindaco Gualtieri, che non è una zeppa improvvisata ma un ex ministro dell’Economia che ha avuto la sua fierissima grandeur, regaleremmo un bel paio di scarpe comode per farlo uscire dal Campidoglio e girare la città che amministra, la capitale che cerca di ritrovare una dimensione normale dopo gli anni dei cravattari, del marziano Marino e della Raggi sindaca per caso. La promessa iperuranica di ripulire Roma “entro Natale” conferma infatti l’immagine di un sindaco distante, se non distaccato dalla città che lo ha votato (peraltro) senza entusiasmo. Solo un romano su quattro. Mentre lui prometteva l’impossibile, intanto le cronache di questi primi mesi raccontavano di un sindaco chiuso in ufficio a gestire baruffe di partito per le nomine nelle partecipate e nel sottopotere.


E allora si metta sul serio delle scarpe comode, Roberto Gualtieri, ed esca da quella stanza affacciata sui fori romani, vada a conoscere la sua città, almeno finché è ancora in tempo. E’ assolutamente normale che un’amministrazione appena insediata discuta e cerchi di individuare le figure migliori per gestire quei disastri ambulanti che sono i servizi pubblici, la nettezza urbana, i musei e le biblioteche di Roma. Nessuno rimpiange infatti i tempi in cui era, non solo metaforicamente, il meccanico di Alessandro Di Battista a determinare orientamenti strategici e industriali durante la stagione più populista e fallimentare della recente storia politica romana e italiana. Ma lo spettacolo di frenesia spartitoria offerto dal Pd a Roma negli ultimi mesi, specie di fronte alle macerie fumanti lasciate da Virginia Raggi, i litigi tra ottimati di partito per piazzare i propri uomini all’Auditorium e al Teatro dell’Opera, e persino l’ardente lavorìo delle ultime settimane per ottenere dal governo i fondi necessari ad assumere ancora personale amministrativo in una burocrazia comunale già troppo clientelare ed elefantiaca, non sono state mosse precisamente corrispondenti a quella “attesa positiva” e a quell’“intenzione di dare una scossa che venga percepita dai romani” pur manifestata (a parole) da Gualtieri appena eletto. Anzi. Tutto il contrario. Ed è proprio per questo che la sparata a quota himalayana su “Roma pulita entro Natale”, cioè entro domani, questa per ora unica e surreale manifestazione di ambiziosa fantasia, diventa quasi insopportabile.

 

Vada in giro, Gualtieri. E senza spacciare la riapertura del Ponte di Ferro andato a fuoco la notte delle elezioni per un’operazione di efficienza alla ponte Morandi di Genova. Si liberi di questa retorica che sa di patacca. Il ponte è abbrustolito. Ma non c’erano danni strutturali che ne impedivano la riapertura al traffico. Mentre quello che c’è, ancora, è un orrido mammozzone di metallo precipitato a occludere la pista ciclabile sul Tevere. Eviti, il sindaco, le fotografie disperate in stile Raggi su Facebook, quei tentativi di spacciare per straordinario l’ordinario, quelle immagini patetiche con tutta la giunta comunale concentrata a osservare una buca stradale appena asfaltata. Indossi invece un bel paio di scarpe, vada in giro, lasci perdere i famelici ed eterni signorotti della partitocrazia romana, piuttosto si faccia vedere, specie in quei quartieri dove l’astensionismo ha sfiorato il 60 per cento. Lì dove, ne siamo sicuri, se si facesse un sondaggio si scoprirebbe che non sanno nemmeno come si chiama o che faccia abbia il sindaco di Roma.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.