(foto Ansa)

Il retroscena

Romanzo Quirinale, Draghi e il Cav. alla prova del Parlamento fuori controllo

Il 3 gennaio Fico convocherà le Camere in seduta congiunta. Il primo voto per il presidente della Repubblica è atteso fra il 13 e il 15 gennaio

Simone Canettieri

Mattarella in allarme: è consapevole della "frammentazione" all'interno dei partiti. L'ipotesi del premier al Colle terrorizza i grillini: "Così  andiamo subito a casa". E Salvini consegna una scheda a Berlusconi con tutti i possibili elettori

Prima certezza: il 3 gennaio, un mese prima della fine del mandato di Sergio Mattarella, Roberto Fico convocherà le Camere in seduta congiunta. Il tempo di  arrivare ai 58 delegati dei consigli regionali e partirà l’elezione del Capo dello stato. Lo start è previsto fra il 13 il 15 gennaio.  Al massimo il lunedì seguente. Seconda certezza: Sergio Mattarella decadrà il 3 febbraio. E non ha intenzione di rimanere un giorno di più al Colle. Se non sarà stato eletto ancora il suo  successore, temporaneamente al Quirinale salirà Elisabetta Casellati, presidente del Senato. Stop. Il resto è in mano  ai fattori M (come mutuo da pagare) e P (come pensione da far scattare). Il Parlamento è balcanizzato. I partiti sono matrioske.  “Questa frammentazione non ci sfugge”, ragionano tra i corridoi del Quirinale. 

Le zuffe interne a quasi tutti i partiti e l’istinto di sopravvivenza dei singoli eletti sono chiarissimi a Mattarella. Il quale, però, si è dato il mandato di “rispettare in pieno la totale autonomia del Parlamento”. Dunque nessuna interferenza né regia per scegliere il suo successore. Non sono previsti per ora, spiegano dal Colle, nemmeno appelli alla responsabilità.  

La  faccenda è un rompicapo. Lo sanno tutti. Deputati e senatori si agitano come mosche impazzite in un bicchiere di vetro. I vari leader hanno iniziato a parlare fra di loro. Ieri Giuseppe Conte ha telefonato all’“amico” Goffredo Bettini per chiedergli di vedersi il prima possibile e iniziare a tessere una linea comune con il Pd. Sempre sul fronte del M5s, forza di maggioranza relativa, Luigi Di Maio continua il suo tour di conciliaboli: al Mise, casa del leghista Giancarlo Giorgetti, è un habitué, e anche con Pier Ferdinando Casini, altro quirinabile, non manca di confrontarsi. Il ministro degli Esteri saltella da una chiacchierata con Dario Franceschini a una telefonata con Gianni Letta e i vari big di Forza Italia. Ecco, i grillini sono la vera mina vagante. Come sempre. I peones, gli eletti al secondo mandato, tutti coloro che in caso di elezioni saluteranno per sempre la buvette, perché mai più ricandidati, in coro dicono: “L’ipotesi Draghi è troppo pericolosa per noi”. E dunque nel segreto dell’urna “non lo voteremo mai”.

Il premier tace. Non indica soluzioni, non fa trasparire piaceri personali. 
 Giuseppe Conte sa che “sull’elezione delle elezioni” si gioca tutto. A partire dalla leadership. Di Maio farà il suo gioco? L’altro giorno quando l’avvocato del popolo ha annunciato la cinquina dei vicepresidenti, una cinquantina di grillini ha lasciato l’aula dei gruppi imbufalita.


Gianfranco Rotondi, che da buon democristiano è il Cicerone ideale in questo Squid game, apre uno scenario folle, ma non impossibile: “Non meno di 50 grillini sono pronti a qualsiasi avventura. Anche a votare Silvio Berlusconi”. 


Ecco nel centrodestra, attraversato da violente guerre interne, c’è la convinzione che il Cav. possa comunque essere della partita. Mercoledì a Villa Grande, Matteo Salvini gli ha portato uno specchietto con tutti i possibili elettori: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, e poi il gruppone del Misto (a partire da Coraggio Italia di Luigi Brugnaro), per non parlare dei delegati regionali. 

Il centrodestra governa quattordici regioni. “Berlusconi annuiva”, racconta chi ha assistito alla scena. “Se il centrodestra è compatto Silvio ce la fa perché i gruppi parlamentari delle sinistre sono slabbrati e pieni di gente che nel segreto dell’urna ha voglia di dispetti”, dice con convinzione Rotondi. Consapevole del clima impazzito dentro Forza Italia, ma anche nel Carroccio: “Andreotti aveva nel cassetto un elenco di parlamentari comunisti pronti a votarlo, ma perse l’appoggio della  Dc. E’ il rischio che corre Silvio: ha pronto il soccorso rosso e giallo, ma la compattezza del centrodestra, e persino di FI, dà qualche preoccupazione”. Il fatto in maniera molto banale è che in questa legislatura nessuno controlla nessuno. Sicché l’urna potrebbe trasformarsi nel grande festival del franco tiratore.  

 
Nel centrodestra, per esempio, in questi conteggi pazzi e inafferrabili puntano anche sugli ex M5s di Alternativa c’è. Che non solo non voteranno mai Draghi al Colle, ma nemmeno si butteranno su candidature espresse dalla sinistra. O, in caso di maionese impazzita, su schemi Ursula. Attenzione a Matteo Renzi. In queste partite dà il meglio di sé. Per ora “vede ancora molta nebbia”, ma continua ad agitarsi. La sua mossa del cavallo si chiama Pier Ferdinando Casini. Il toto Quirinale investe anche Giuliano Amato. Ma in ambienti importanti gira anche un altro ragionamento: attenzione a non eleggere un presidente che non sia votato da Salvini e Meloni. Perché? I due leader della destra potrebbero nella nuova legislatura disconoscerlo forti del fatto che sarebbe espressione di un Parlamento che non esiste più, a partire dai numeri complessivi. Un accordo ponte che blindi  Draghi al Colle  garantendo la fine della legislatura nel 2023 (fattori M e P) al momento non c’è.  E la situazione appare ingovernabile. Salvo esorcismi.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.