Referendum sull’antipolitica? Ma dove?
L’intolleranza verso il sì referendario nasce da visioni errate dell’Italia moderna
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31 AUG 20
Ultimo aggiornamento: 08:26 PM

(foto Ansa)
Molti in ottima fede non accettano di votare a favore della riduzione del numero dei parlamentari, e anzi sono infuriati con chi la pensa diversamente e lanciano con foga accuse di tradimento e collusione con i nemici della democrazia rappresentativa. C’è anche molta frustrazione in giro, quelli del “No” prevedono per il 21 settembre, chissà poi se sia vero, una cocente sconfitta per le loro posizioni e una risonante vittoria dell’antipolitica demagogica. Nonostante un voto parlamentare massiccio a favore della riforma costituzionale oggetto di referendum, l’idea che risulta insopportabile è una parata da balcone con Di Maio e altri affacciati su una folla plaudente nella scia del mito anticastale. Il Pd naviga nell’esitazione, richiama patti che legano il nuovo Parlamento a una riforma elettorale, e questo francamente è giusto ma aumenta l’incertezza generale, sparge una patina di banale politicismo, a parte le encomiabili intenzioni, sul pronunciamento finale degli organi direttivi di quel partito.
D’altra parte, molti che voteranno “Sì”, e alcuni di loro votarono allo stesso modo quando una maggioranza berlusconiana e poi una renziana proposero riforme costituzionali contenenti anche il famoso taglio, non sarebbero contenti di una nuova affermazione della piattaforma detta “dell’accozzaglia”, il partito del “no” eterno a qualsiasi cambiamento nella Costituzione più bella del mondo, in cui gente rispettabile, folle di giuristi, appellisti professionali e popoli vari della protesta già girotondina, si mescolano a demagoghi balordi quanto i grillini della prima ora, pomposi e faziosi sostenitori di un conservatorismo costituzionale e nemici giurati di ogni possibile progetto riformista, tipi che avrebbero volentieri azzoppato Berlusconi e Renzi, per non parlare di Craxi e della Iotti e di D’Alema che per loro fortuna non sono mai arrivati alla conta finale e l’hanno scampata bella.
Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: in questo caso non vale in nessun senso, ciascuno ha compagni di strada che preferirebbe non avere, e come abbiamo spesso notato politics makes strange bedfellows.
Il punto è che l’intolleranza verso il “Sì” al quesito referendario dipende interamente da una valutazione errata di quanto è accaduto in questo paese nel tempo recente. Quello del 21 settembre non è un voto sull’antipolitica perché la signorina è morta e stramorta. Opporsi alla riforma e abrogarla a furor di popolo equivale in realtà, posto che tutti sanno in cuor loro (comunque abbiano deciso di votare) che la riduzione del numero dei parlamentari non è un indebolimento fatale o un colpo mortale alla democrazia rappresentativa, che semmai naviga in cattive acque per tutt’altre ragioni, opporsi è come se uno si pronunciasse contro la grande svolta della mutualizzazione del debito in Europa perché è stata trattata da un presidente del Consiglio di estrazione 5 stelle, perché è anche il risultato di una nuova collocazione dell’Italia e del suo governo Pd-5 stelle nell’equilibrio dell’Unione all’ora della pandemia e dello sforzo di ricostruzione e bilanciamento al quale si sono impegnate Germania, Francia e gli altri della partnership di Bruxelles.
Tutti ricordiamo il momento più grottesco dell’antipolitica antieuropeista grillina, quando Dibba e Di Maio si recarono in un van al Palazzo Berlaymont e promisero di picconarlo a favore di telecamera. E quell’immagine ridicola è stata cancellata dall’esperienza politica del governo Bisconte, quali che siano le sue contraddizioni e i suoi sbaffi di cipria e fanghiglia. Sequestrata dal sovranismo al mojito, messa di fronte al suo esito truce dei pieni poteri e altre amenità, umiliata e calpestata, combattuta con gagliardia da tanti che ora votano in modo opposto, con la svolta di un anno fa l’antipolitica demagogica è deceduta. Chi si ricorda che i due ragazzotti, uno dei quali voleva espugnare l’Eliseo con i gilet gialli, mentre insieme attaccavano la roccaforte dell’Unione europea, erano campioni casaleggiani dell’abolizione dei partiti e delle assemblee rappresentative? Uno ha molto viaggiato, l’altro fa il ministro degli Esteri in un governo di concretismo europeista vecchio stile, un tanto postcomunista e un tanto democristiano nello stile e nei contenuti. L’Italia è un paese strano, se volete inaffidabile in tutte le sue promesse, compresa quella dell’antipolitica, ma le cose stanno così.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.