I giovani, l'arte, la creatività, l'industria, la solidarietà. Ecco i talenti della mia Firenze

Dario Nardella

Un’occasione, per quanto drammatica, da cogliere. Con coraggio. Succede qui e succede in tutta Italia. Ci scrive il sindaco di Firenze

Al direttore - Ho trovato le parole del direttore Cerasa sull’Italia che reagisce all’emergenza del Covid non solo condivisibili, ma utilissime a ribaltare quella “narrazione farlocca” che puntualmente ritroviamo nel dibattito pubblico con la quale si descrive un paese ripiegato su se stesso, remissivo, depresso e rinunciatario. Del resto, è stato già detto più volte che dietro ogni crisi si nasconde un’opportunità: se riflettiamo sull’etimologia greca della parola crisi, possiamo coglierne anche un aspetto positivo, in quanto un momento di crisi e cioè di riflessione, di valutazione, di discernimento può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita. Fare un discorso del genere a chi oggi ha perso il lavoro o ha l’azienda in fallimento può sembrare al limite della provocazione, ma non è così se ci poniamo una domanda: di fronte a questo dramma ha più senso piangersi addosso o combattere per rialzarsi? 

 

Ebbene, se guardo l’Italia di oggi, con le lenti della mia città, Firenze, non posso che confermare lo spirito di una società civile che prova a rialzarsi facendo appello a tutto il talento, la creatività e il coraggio di cui è capace, di fronte alla più grande crisi economica dal Dopoguerra, scatenata dalla più grave pandemia degli ultimi 100 anni. Proprio Firenze sarebbe la prima città ad avere sacrosante ragioni per lamentarsi di una crisi che sta colpendo al cuore il turismo, l’export, gli eventi, le fiere, tutti settori nei quali eccelliamo nel mondo. Gli imprenditori e i lavoratori fiorentini avrebbero mille ragioni per tenere tutto chiuso, bloccare le produzioni, licenziare, pretendere sussidi, ma non è così, o quanto meno non è solo così.  In questi mesi ho assistito personalmente a storie che raccontano una Firenze e un’Italia reattive, resilienti, intraprendenti. Sono storie di portata locale e nazionale, che appartengono a diverse generazioni e a diverse realtà.

 

Come la storia della comunità di giovani ragazzi della cooperativa sociale Cepiss, che – nel pieno del lockdown – realizzano in un giardino del quartiere popolare dell’Isolotto il primo esempio in Italia di design art su pavimentazione, con un collettivo olandese di artisti, che hanno realizzato progetti di arte urbana, arte sociale, design art in giro per il mondo. Quattro giorni di lavori e oltre venti ragazzi coinvolti, per un’opera dedicata a un loro giovane amico, morto davvero troppo giovane. E sempre giovani sono gli imprenditori delle “Serre Torrigiani” che, a causa del Covid, hanno dovuto chiudere lo spazio estivo di cultura e tempo libero nel centro storico, ma non si sono scoraggiati. Dopo pochi giorni hanno aperto uno spazio ancora più grande, nel bellissimo giardino storico Torrigiani, dove ogni pomeriggio e sera si organizzano incontri con artisti e intellettuali, concerti, mostre di arte contemporanea, senza rinunciare a cene e aperitivi fuori dal trambusto della solita “movida”.

 

La cultura è stata più volte la chiave di lettura di questa rinascita post Covid. Ne abbiamo la dimostrazione da più parti nella città. Penso allo storico cinema Alfieri nel centro di Firenze, che per dare un segnale alla città apre (nonostante l’assenza di contributi economici pubblici) una Arena all’aperto nel cuore del chiostro di Santa Maria Novella. Anche il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino non si è fermato, e, per volontà del sovrintendente Pereira e di tutti i lavoratori, ha realizzato – primo in Italia – la più grande maratona digitale di musica sinfonica mai eseguita per dare speranza al pubblico nazionale e internazionale nel cuore del lockdown. L’Opera di Santa Croce, da parete sua, ha prodotto il primo memoriale italiano dedicato a medici e infermieri che hanno perso la vita salvandone altre, a pochi passi dai monumenti funebri di Galilei, Machiavelli, Michelangelo. Questo spirito di adattamento e di reazione collettiva si ritrova anche nel modo di supportare la città in vista della riapertura delle scuole di settembre prossimo: il Teatro della Pergola è stato il primo in Italia a mettere a disposizione i propri luoghi per consentirci di garantire agli studenti fiorentini lezioni in classe, in questo caso in una “classe” del tutto speciale, così come la Curia fiorentina ha messo a disposizione gli spazi delle proprie parrocchie.

 

Ma non si tratta solo di storie “locali”, se penso che appena poche settimane fa, ancora nel pieno dell’emergenza, la celebre maison di moda, Dolce e Gabbana, ha scelto Firenze e i suoi eccellenti artigiani per raccontare l’Italia che rinasce in una tre giorni di sfilate, mostre ed eventi all’inizio di settembre. Tutto ciò mentre le altre capitali della moda, da Parigi a Londra a New York non hanno ripreso alcuna attività dal vivo nel settore. 

 

Questa emergenza, in alcuni contesti, ha addirittura assunto la funzione di vero e proprio detonatore economico. La prima azienda farmaceutica italiana, Menarini, ha avviato un piano di investimenti di 150 milioni di euro per realizzare alle porte di Firenze un nuovo stabilimento produttivo che darà vita a 250 nuovi posti di lavoro diretti e altrettanti indiretti. Una scelta maturata, come ha affermato la famiglia fiorentina proprietaria, Aleotti, con il cuore, proprio nei giorni drammatici del lockdown. In quegli stessi giorni quella azienda convertiva a tempo di record lo stabilimento fiorentino per la produzione di gel terapeutico in gel disinfettante da regalare al Comune di Firenze e a tutta la rete di volontariato del territorio e avviava nei propri centri della Toscana e del Lazio un progetto di ricerca per la realizzazione di un farmaco per curare l’infezione da Covid 19.

 

Sono solo alcuni esempi di storie fiorentine e italiane allo stesso tempo. Molte altre se ne potrebbero raccontare. Storie di cultura, impressa, ricerca, innovazione, solidarietà di cui spesso, e non a caso, sono protagonisti i giovani. Quegli stessi giovani che sono sulla bocca di tanti di noi per lamentarci della movida, della negligenza imperante, sono in realtà il seme di un paese che rinasce e si libera da una triste autocommiserazione che a molti fa quasi comodo raccontare. Sono le nuove generazioni che nessuno si è degnato di ascoltare per capire se e come andassero riaperte le nostre scuole e le nostre università. Sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto di questa pandemia e che stanno dando una lezione di ottimismo e creatività alla generazione dei propri genitori.

 

Questa è l’Italia da raccontare. L’Italia vera del talento e dell’intrapresa. E’ più di una luce in fondo al tunnel. E’ la genesi di una civiltà nuova, la base di una rinascita. La risposta alla lettura stanca e decadente di chi, per interesse, o semplicemente strafottenza e superficialità, trova più comodo dipingere un’Italia debole, in balìa di se stessa, incapace di rialzarsi se non con un alluvione di sussidi. Spesso è l’invidia per il successo altrui che si insinua in queste letture e attraversa diversi ambiti della società italiana, riflettendo un’immagine del Paese paradossalmente contraria alla visione che gli altri popoli hanno di noi ben più alta e dignitosa. I veri poteri da combattere non sono quei poteri “occulti” c che vecchi e nuovi complottisti ritengono responsabili di aver pianificato questa pandemia, ma quei poteri che vogliono soffocare il nostro talento e il nostro orgoglio sotto una cappa di cinico realismo rinunciatario. Non possiamo permetterlo. Né oggi, né mai.

 

Dario Nardella è sindaco di Firenze