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Le tante vite e reincarnazioni di Carlo Coccioli, lo scrittore sciamano

L'opera omnia del girovago che incarnò il Novecento

2 Agosto 2020 alle 06:00

Le tante vite e reincarnazioni di Carlo Coccioli, lo scrittore sciamano

Come scrisse della nonna ebrea livornese, siamo tutti “padroni e schiavi di un segreto”. Dio è un cielo, o “tetto”, cui accedere da “tanti pianereottoli”. Carlo Coccioli è uno di quegli autori che si può dire abbiano effettivamente incarnato il Novecento, anzi i Novecento. Attraversandoli nello spazio, negli eventi della storia collettiva, nella ricerca culturale e spirituale. Da Bengasi a Fiume e poi Livorno, Parigi, Città del Messico, realizzando le sue opere e traduzioni in italiano, francese, spagnolo, partecipando alla Resistenza e varcando le molteplici soglie di un turbinoso caleidoscopio di identità spirituali. In un libro-intervista si paragonerà ai malamatiyah musulmani, o agli sciamani Sioux la cui fluidità di genere e connessione con l’Altro Mondo si esprimeva nel nome “Due-Anime”.

 

Quelle di Coccioli sono state assai di più: da un cattolicesimo tormentato à la Bernanos (La mia porta fu Satana è il titolo del primo capitolo del primo romanzo) a un ateismo col quale disintossicarsi dalle ossessioni che dilaniavano la sua omosessualità per poi tornare all’unicità del Dio ebraico d’un ottavo del suo sangue e infine (se una fine c’è davvero) approdare a un induismo-buddismo che riconosceva in Krishna il fanciullo eterno, perennemente inseguito in ogni volto umano, dai compagni partigiani ai ragazzi amati in Messico: “Nell’induismo c’è tutta la filosofia del mondo. Gesù Cristo è induista. Lo sono anche Marx e Freud”. Scandalizzò critica e pubblico, e perfino i suoi ammiratori, difendendo le telenovele venezuelane, attaccando duramente Giovanni Paolo II e sostenendo che lo humour britannico di G. P. Wodehouse gli avesse salvato la vita. Come Calderón de la Barca, considerava essere nati il peggiore delitto imputabile agli uomini, e le vita esposta alle domande ultime una “succursale dell’inferno”, seppure percorsa da gioie e benedizioni come l’amore carnale, o la tenerezza sconfinata degli animali. Sperava in un “Dio Caramella” anziché Padre e Giudice.

 

“Esule, girovago, curioso, senza patria, innamorato di Firenze, di Città del Messico, di San Antonio nel Texas e di Parigi nello stesso tempo, Carlo Coccioli rappresenta un momento inafferrabile della nostra letteratura”, scrisse Giuseppe Marchetti. A questa caccia una e molteplice, dove lo scrittore è al tempo stesso preda e inseguitore, si richiama anche Alessandro Raveggi nel suo romanzo appena uscito Grande Karma-Vite di Carlo Coccioli (Bompiani), nel quale, come in Possessione di Antonia S. Byatt, un giovane studente sulle tracce dello scrittore-sciamano, scopre che quei crocevia spirituali e psichici sanno prendersi spazi che forse non avremmo voluto concedergli. In questi stessi mesi la casa editrice Lindau sta meritoriamente ripubblicando l’opera omnia dello stesso Coccioli, da Il Cielo e la Terra a Piccolo Karma, passando dal celebre Davide o L’Erede di Montezuma.

 

Si è detto che il rinnovato interesse per la sua opera (che ha conosciuto entusiami, stroncature, oblii), riecheggiò nel Pasolini di Teorema e in tanto Tondelli (“pensando a Tondelli, ho voglia di piangere…Barukh Atà, Signore dell’Universo, Benedetto Tu che fai esseri così umani e generosi che subito te li riprendi!”), segna un ritorno dell’Assoluto nella letteratura contemporaneo, e ciò è vero e non vero: gli anni 90 hanno certamente conosciuto una certa indifferenza progressista alla spiritualità, sebbene più circoscritta di quanto spesso si affermi; semmai le questioni metafisiche sono state espresse in modalità altre rispetto agli espliciti canali tradizionali, ma sarebbe certamente sciocco sostenere che Roth o Houellebecq non interroghino il cosmo e Dio. E il primo ventennio del nuovo millennio, con l’esplosione drammatica del sacro nella società globale e consumistica, ha trovato proprio nell’arte uno degli spazi fondamentali della ricerca ed espressione metafisica, dove l’ateismo, agnosticismo o la religiosità di partenza sono tutte cornici dalle quali affacciarsi sulle tenebre e cercare di tenere gli occhi bene aperti. Si pensi a Marilynne Robinson, Antonio Moresco, Walter Siti, o a percorsi gnostici come quelli che attraversano le opere di Vanni Santoni. In questo clima di fermento e al tempo stesso nuovo analfabetismo religioso, dove si oscilla tra l’indifferenza narcotizzata da giocattoli tecnologici e la perenne umana tendenza a sgozzare capri espiatori per placare gli dei delle epidemie e delle tempeste, i cortocuicuiti insoluti additati dal picarismo spirituale di Coccioli, la sua guerra contro le “mille ridicole astrazioni” dei fanatismi dogmatici costituiscono una riscoperta artistica salutare. “Non vi sono amori pazzi o folli. Tutti gli amori sono sensati, sani, ammissibili, necessari”.

Edoardo Rialti

Edoardo Rialti ha 30 anni e continuerà ad averli, perché ha un ritratto che invecchia in soffitta al posto. Insegna in Italia e Canada. Cura e traduce letteratura inglese, fantasy e fantascienza per Mondadori, Lindau, Marietti e Gargoyle. Per Cantagalli ha pubblicato "L'uomo che ride", "Un'infinita sorpresa", "La lunga sconfitta, la grande vittoria", biografie letterarie di G. K. Chesterton, C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien che raccolgono le puntate uscite tra il 2010 e il 2013 sul Foglio. Vive in treno. Godersi sia Proust che Stephen King, Platone e George R. R. Martin, lo sport, le serie tv e il vino costituisce per lui segno di grande equilibrio mentale. Vuole scrivere un best-seller e passare la vita a twittare su una spiaggia candida. E' su twitter, appunto.

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