Ecco come Salvini è diventato il tappo che impedisce un cambio di governo

Salvatore Merlo

Le manovre per un nuovo esecutivo s’infrangono su una certezza: “Salvini è il migliore alleato di Conte”

Roma. Se nel Pd cominciano a dire, un po’ scherzando e un po’ no, che Matteo Salvini è “il migliore alleato di Giuseppe Conte”, c’è più di un motivo. E infatti, mentre si fa sempre più solida la consapevolezza che questo governo e il suo capo possano non essere attrezzati a guidare l’Italia nei marosi di una crisi economica che si annuncia di proporzioni cataclismiche, proprio mentre si affacciano progetti sempre più insistenti che puntano alla nascita di un governo di unità nazionale, ecco che la natura zuzzurellona e compulsivamente contraddittoria del leader leghista si è trasformata nello scudo più forte che il presidente del Consiglio oppone ai tanti e trasversali teorici dell’operazione. Il governo del Bisconte nacque per arginare Salvini. E adesso si tiene in piedi per l’incapacità dello stesso Salvini di tornare a fare manovra politica. 

  

Chi parla con Salvini lo descrive ancora intimamente persuaso della propria demiurgica infallibilità. Il leader della Lega, per esempio, ancora adesso non considera infatti l’esperienza del suo governo con i Cinque stelle un fallimento, ma nelle conversazioni con i suoi amici e collaboratori, al contrario, tende a descrivere quell’anno e mezzo di pasticci e contorsioni come una sorta di mitologica età dell’oro in cui lui, investito dal fato, stando al governo e al ministero dell’Interno, era riuscito a proiettare un partito dell’11 per cento (politiche 2018) fino alle vette inimmaginabili del 34 (europee 2019). Di conseguenza, adesso che dopo il lungo digiuno dal potere veleggia mestamente verso il 25 per cento, ora che la Lega sembra un universo in contrazione senza spiragli di ripresa, il demiurgo padano si è ancor più persuaso di un’equivalenza matematica, ovvero “governo” è uguale a “successo”, governare gli porta voti. Così in questi giorni alterna ragionamenti di ottimismo derivanti dalle difficoltà di Conte a considerazioni di grande sicurezza personale che suonano all’incirca in questo modo: “A me basterebbe tornare al governo per invertire l’andamento negativo dei sondaggi”. Ed ecco il punto. Tornare al governo. Ma come? Per lui è una specie di ossessione (fu Salvini a proporre a Di Maio di ritornare insieme, appena cinque minuti dopo che lui stesso aveva provocato la crisi del primo governo Conte) e quindi anche una tentazione costante: era infatti stato lui, mesi fa, ancora prima del Covid, a gettare con spensieratezza nel mucchio l’idea di un governo di salvezza nazionale, con tutti i partiti dentro, e presieduto da Mario Draghi. Il problema di Salvini, come ben si capisce, non risiede nella sua incapacità di inventare e rimescolare, di saltare sulle suggestioni politiche come un tordo sulle siepi. Tutte queste sono qualità che non gli mancano. Il limite antropologico del segretario della Lega è, piuttosto, nella sua apparente incapacità di dedicarsi con pazienza alla costruzione, logica, di un percorso politico che in maniera coerente lo porti da A a B, cioè dalla posizione sterile in cui si trova (A) verso quella invece dinamica nella quale si vorrebbe trovare (B). Ed è, in sostanza, per estrema semplificazione, proprio questo il rimprovero che gli fa Giancarlo Giorgetti, l’architetto di retrovia della Lega, l’uomo che vorrebbe salvare Salvini anche da se stesso, e tirarlo su dal pozzo di autocommiserazione social nel quale è precipitato: stabilisci un obiettivo e muoviti in maniera conseguente. Ma Salvini non ci riesce, non è la sua natura. E infatti come si comporta l’uomo che più di ogni altra cosa al mondo vorrebbe tornare al governo e detronizzare Giuseppe Conte? E’ una specie di trottola, contraddittoria e imprevedibile, che s’è trasformata nella migliore assicurazione sulla vita di Giuseppe Conte.

 

Su Instagram, per esempio, dice ai suoi follower che “dobbiamo uscire dall’euro” e “Bruxelles ci vuole fottere” ma poi, nello stesso giorno, va a fare un’intervista alla Stampa dove parla di “pensiero liberale” e di “comunità dei popoli del vecchio continente”. Insomma si trova di fronte a un presidente della Repubblica cauto e accorto, che prima di togliere un mattone dall’attuale maggioranza avrebbe bisogno di rassicurazioni convincenti, ma lui invece di dimostrarsi affidabile (o di fingere di esserlo) spalanca di continuo prospettive vertiginose, si fa esplodere nei salotti tivù, si tormenta, si ripete, si corregge di continuo con un candore di fondo, o se vogliamo una tragica inadeguatezza, che forse lo redime dal punto di vista umano ma certamente lo condanna dal punto di vista politico. “E’ il tappo di felpa”, dice un ministro del Pd: provoca il più assoluto immobilismo nel sistema malgrado non stia fermo (e zitto) nemmeno un secondo. Ieri ha annunciato un “sit in” dei deputati della Lega: andranno in Parlamento. Sai che idea.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.