Lo stress test del virus sulla democrazia parlamentare: esiti

Annalisa Chirico

I confini da rispettare tra le misure eccezionali e la sovranità dell’aula. Parlano Cassese, Padovani e Olivetti

Roma. Il coronavirus è uno stress test per la democrazia parlamentare. In tempi di isolamento coatto, con un governo iperattivo e un Parlamento che si riunisce, a ranghi ridotti, una volta a settimana, la Costituzione va in quarantena? “Certamente no – risponde il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese – La Costituzione di Weimar, approvata nel 1919, prevedeva all’articolo 48 che il presidente potesse adottare misure per ristabilire l’ordine e la sicurezza e sospendere l’efficacia di alcuni diritti fondamentali. La Costituzione italiana non prevede lo stato di necessità. Adopera solo due volte la parola ‘eccezione’ (articoli 13 e 81), una volta quella ‘necessità’ (articolo 13), cinque volte la parola ‘urgenza’ (articoli 13, 21, 72, 73, 77). Mai la parola ‘emergenza’. Ma la Corte costituzionale ha riconosciuto che strumenti eccezionali possono essere adottati se consentiti da una legge che preveda misure ben definite nel contenuto, nei tempi e nelle modalità di esercizio. Il delirio regolatorio che ha preso la presidenza del consiglio rispetta solo in parte questi criteri”.

 

Cassese: “La Carta non prevede lo stato di necessità.
Adopera solo 2 volte la parola ‘eccezione’, una ‘necessità’, 5 ‘urgenza’. Mai ‘emergenza’.
Ma la Corte ha riconosciuto che strumenti eccezionali possono essere adottati
con una legge che preveda misure definite nel contenuto, nei tempi e nelle modalità di esercizio”

 

Sulle colonne di Avvenire, il costituzionalista Marco Olivetti ha affermato che la situazione attuale, con un governo che emana decreti e un Parlamento di fatto assente, somiglia alla dittatura dell'Antica Roma. Giuseppe Conte come il dictator che per sei mesi sostituiva i consoli. “Coloro che hanno scritto il primo decreto legge (il n.6 del 2020, ndr) hanno dimenticato che ‘ogni misura di contenimento’ non risponde al criterio fissato dalla Corte costituzionale. Tra l’altro, i giuristi di Palazzo Chigi hanno dimenticato di apporre un termine, nel decreto legge, ai poteri di intervento”. Forse perché presi dalla iperproduzione normativa: quattro decreti legge emanati in nove giorni, seguiti da sette decreti del presidente del Consiglio dei ministri e da una quindicina di ordinanze ministeriali. “Molte norme, per giunta scritte male. Mi preoccupano inoltre due dimenticanze. Primo: gli articoli 6 e 32 della legge del 1978 sul servizio sanitario nazionale dicono chiaramente che gli interventi in materia di epidemie sono di competenza dello stato (ministro della salute). L’articolo 117 della Costituzione dispone che gli interventi in materia di profilassi internazionale sono di competenza esclusiva dello stato. Seconda dimenticanza: il testo unico delle leggi sanitarie del 1934 regola in numerosi articoli gli interventi in materia di epidemie. Quindi, tre errori: pensare che le regioni abbiano competenze in una situazione così grave; accentrare a Palazzo Chigi tutti gli interventi, anche quelli che sono di competenza del ministro della salute; adottare nuove leggi anche quando potevano bastare leggi esistenti”.

 

Colpisce il ruolo ancillare del Parlamento che, proprio in emergenza, dovrebbe esercitare il potere di controllo e vigilanza democratica. “Il Parlamento è divenuto da tempo un attore secondario, un organo di ratifica. Tocca prenderne atto”. Lei ha criticato la qualità della redazione tecnica dei testi normativi. “Le norme sono scritte male, alcune sono incomprensibili. Si aggiungano le voci delle regioni. Quando questa vicenda sarà finita, bisognerà fare un bilancio di ciò che ha funzionato e di ciò che non ha funzionato. La sempre vituperata burocrazia mi pare che abbia risposto meglio della politica, ad esempio”. Si ha l’impressione che nell’attuale sistema, in assenza di un ruolo attivo del Parlamento, il premier sia di fatto abilitato a limitare diritti fondamentali con misure che solo a crisi terminata potremo valutare nel merito. “Il decreto legge numero 6, ora legge 13, presenta indubbi limiti gravi. Mi auguro che vengano presto corretti, perché quel testo inserisce nel corpus legislativo un potere innominato dell’esecutivo di limitare tutti i diritti senza limiti relativi al contenuto e alle modalità di esercizio. Questo è il momento in cui occorre esser uniti e rispettare le norme in vigore ma, terminata l’emergenza, dovremo trarre un bilancio da questa esperienza e provvedere, prima che sia troppo tardi”.

 

Il virus pandemico che sta paralizzando il mondo intero si è insinuato anche nelle carceri che sono, da oltre mezzo secolo, oggetto di studio del professore Tullio Padovani, già ordinario di Diritto penale presso la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. La rivolta delle carceri, che ha coinvolto circa il 10 per cento della popolazione detenuta, è giudicata come un “evento inevitabile che si manifesta ricorrentemente negli istituti penitenziari che funzionano sempre al limite, come tutte le istituzioni ‘totali’. Dopo tanti anni, mi sono convinto – prosegue Padovani – che il carcere non possa svolgere una funzione rieducativa: non puoi rieducare una persona all’uso della libertà negandola. Il carcere può svolgere, al più, un ruolo meno diseducativo, può funzionare solo in termini di prevenzione speciale negativa, ovvero per impedire che soggetti gravemente pericolosi circolino a piede libero. In cella dovrebbero andarci serial killer, violentatori, boss mafiosi, invece oggi la prigione è diventata la discarica di relitti sociali”. E’ un tema rimosso dall’agenda politica: se ne parla solo quando scoppia l’emergenza. “Il rischio di contagio rappresenta il detonatore in una polveriera che sottopone le persone a un livello di stress intollerabile a causa del sovraffollamento. I reclusi vivono come animali, ridotti in uno stato di abbrutimento permanente. In Italia non si garantisce neppure uno spazio paragonabile a quello che l’Ue pretende per gli animali da allevamento. Non è la prima rivolta e non sarà l’ultima, bisognerebbe riflettere sul fatto che il sovraffollamento non aumenta in funzione dell’incremento dei delitti ma delle scelte di politiche criminali e di sicurezza. Da anni l’indice di criminalità cala, eppure la popolazione detenuta non accenna a diminuire”.

 

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non aveva adottato alcun piano di prevenzione, e l’interruzione delle visite esterne ha provocato la rivolta. “Di fronte all’emergenza sanitaria, una popolazione reclusa non informata ha appreso di essere esposta al contagio. Non si può escludere che vi sia una regia e che qualcuno miri a strumentalizzare la situazione per obiettivi diversi, ma ciò non toglie che, per uscire dall’emergenza, serve un radicale cambio di passo. La legge Gozzini del 1986 ha avuto il merito di eliminare il problema delle rivolte grazie all’accesso alle misure alternative che riducono la tensione rendendo il carcere non più umano ma meno disumano”. L’assalto ai reparti di infermeria ha svelato anche la realtà della droga dietro le sbarre. “La circolazione di stupefacenti in cella dà l’idea dell’attuale degrado. Oltre un terzo dei detenuti sono legati a quel mondo, e le politiche adottate finora hanno determinato un fallimento ormai sotto gli occhi di tutti”.

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