Lo stato infettato si avvicina al popolo

Giuliano Ferrara

Si infetta parecchio, la così detta classe dirigente. Ma ora che si è messa a un metro di distanza ci è stranamente vicina, quella famosa élite

Si infettano parecchio, i famosi politici. Anche il calciatore o i calciatori, anche le star internazionali, anche il giornalista (auguri a Porro e agli altri), sopra tutto medici e infermieri, sopra tutto la gente comune. Ma abbiamo già Zingaretti, un paio di deputati italiani, il ministro francese della Cultura con due deputati al seguito, il ministro britannico della Sanità (auguri a lei e al callido Boris Johnson), il consigliere leghista di Piacenza, sopraffatto (Rip), e numerosi altri nel novero della nomenclatura un po’ qui un po’ là. Alla fine, percentuali alla mano, scopriremo che un quantum di spirito di servizio, decisivo per il consenso per l’affabulazione per l’incontro e per l’esercizio della politica come professione, resiste anche nelle pellacce degli odiati, detestati, sputazzati politici, e in genere negli uomini pubblici. Ora che si sono messi a un metro di distanza, ci sono stranamente vicini, quelli delle élite.

 

In fondo sono l’incarnazione, con i funzionari o burocrati, le forze dell’ordine, gli impiegati pubblici, i magistrati, di quello che si dice lo stato. Concetto nei giorni ordinari quasi inafferrabile, che ha qualcosa di arcaico e perfino di turpe o di opaco in quest’orgia di trasparenza individualistica e privata che pure si riscopre nella tragica noia della quarantena, e nelle quarantene anche più felici, lo stato, il doppio stato, il deep state, il custode della menzogna sotto forma di Ragion di stato, il muscoloso organo della forza sociale che fa rispettare le leggi e le regole, il principe non principesco che esige le tasse ma non sa farle pagare a tutti, che ti finanzia con una mano e con l’altra ti toglie sempre qualcosa, perché è lo stato, il peggiore dei castighi, il più sospetto dei delitti in corso, un Duca Valentino in divisa insofferente di ogni legge per sé, sede di privilegi i più astratti e intrattabili, quello stato che nella vecchia vulgata marxista-leninista si abbatte e non si cambia e nella nuova vulgata socialdemocratica è l’alfa e l’omega di tutta la vita economica e civile.

 

Non è che si debba necessariamente praticare il famoso sfrenato neoliberismo per diffidare dello stato, che fu autorevolmente definito “la via verso la servitù”. A essere obiettivi e spassionati, tuttavia, lo stato è perfino un magnifico organo di servizio al cittadino, anche quando ti mette agli arresti domiciliari e si fa secondino di sessanta milioni di sudditi, producendo uno sforzo che è come sessanta ponti Morandi o ex Morandi tutti insieme (complimenti agli indomiti che colà procedono), anche quando si estende nelle file al supermercato, trasformate in una specie di condominio statale esterno in attesa di entrare un po’ per volta, anche quando ha la delicatezza di ricordarsi dell’importanza dei giornali, addirittura, e del tabacco, due componenti essenziali delle vite di molti di noi (il sesso, se viene, è in terza posizione, decisamente). Un filosofo da cabaret internazionalmente quotato come una mente sana e creativa, accadde anche per il caro Toni Negri, come già mi capitò di ricordare ha scritto il pezzo più grottesco dell’anno bisesto, sul manifesto di qualche giorno fa, sostenendo che la situazione è artificialmente gonfiata per far scattare lo stato di eccezione, sospendere le libertà civili, mettere il chiodo di Hindenburg sull’elmetto prussiano a tre punte della pochette gagà dell’avvocato Conte. Nelle mie mille giravolte ho flirtato anche con il platonismo politico e ho coccolato l’idea che in fondo meriteremmo di essere governati da Filosofi-Re. Abiuro. Meglio i politici, e perfino quelli improvvisati. Con un fervido augurio di pronta guarigione al popolo e alle élite, anche le più scombiccherate sulla carta, senza i quali, che insieme fanno lo stato, non riusciremmo a esistere.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.