L'America che non va

Daniele Raineri

Un’equipe americana aveva migliaia di tamponi pronti prima del contagio. Bloccata

Roma. Il New York Times ha pubblicato una storia di ritardi orrendi da parte dell’agenzia federale americana che si occupa di test per il coronavirus. Sappiamo che negli Stati Uniti il focolaio più forte si è sviluppato nello stato di Washington, sulla costa del Pacifico, senza che nessuno se ne accorgesse per settimane a partire dalla fine di gennaio. Quando poi il virus è venuto a galla l’ha fatto in modo catastrofico e ha ucciso diciannove ospiti di una stessa casa per anziani. Il caso ha voluto che una dottoressa, Helen Chu, stesse lavorando da mesi a un programma per osservare l’epidemia di influenza e che quindi con la sua squadra stesse prelevando migliaia di tamponi nasali e di saliva in un’area molto vasta dello stesso stato.

 

Quando è cominciata a circolare la notizia dei primi casi di coronavirus, la squadra ha realizzato di avere già a disposizione un numero di campioni che potevano essere analizzati per sapere cosa stava succedendo. Senza volerlo avevano già pronta una mappatura della regione e a quel punto bastava soltanto fare le analisi per sapere dove fosse il virus e a che punto fosse arrivato il contagio. Ma la FDA, la Food and Drug Administration, si è opposta per ragioni etiche – perché i soggetti che avevano dato i tamponi lo avevano fatto nell’ambito di un’altra ricerca, non per il coronavirus – e di protocollo, perché i laboratori della squadra del progetto Influenza Seattle non erano laboratori per fare i test ma laboratori da ricerca. Erano due obiezioni reali, ma gli Stati Uniti erano sull’orlo di una pandemia e tutto il lavoro sull’influenza era una coincidenza fortunatissima da sfruttare. E invece no.

 

Il New York Times scrive che la FDA è stata molto lenta nel rilasciare le autorizzazioni, mentre tutti i ricercatori diventavano di settimana in settimana sempre più impazienti perché capivano cosa si stava preparando. Per esempio per avere la sicurezza di sapere individuare il virus i laboratori dovevano per forza avere un vero campione di virus da testare, ma poiché nessuno forniva loro quel campione alcuni se lo sono andati a procurare dai colleghi in Europa. Perché, hanno realizzato, ogni giorno che trascorreva era un giorno di ritardo nel contenimento del contagio.

 

Quando la squadra della Chu ha deciso di procedere per conto suo e di analizzare i tamponi che avevano, hanno trovato quasi subito il coronavirus e hanno capito grazie al ceppo genetico che era già in circolazione da sei settimane e che probabilmente aveva già infettato centinaia di persone. Il contagio aspettava soltanto di essere riconosciuto e di esplodere. Il primo caso che la squadra ha scoperto è quello di uno studente che non aveva viaggiato da nessuna parte e che non aveva avuto contatti con altri casi di coronavirus americani. Hanno mandato il campione positivo a un laboratorio di stato, perché loro ufficialmente non potevano fare quel tipo di analisi, che ha confermato la presenza della malattia. Le autorità hanno fermato il ragazzo mentre entrava nel suo liceo, che più tardi per precauzione è stato chiuso. La FDA ha intimato alla dottoressa Chu di smettere di indagare e di interrompere i test.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)