L'aggressione alla credibilità democratica

Giuliano Ferrara

Craxi, Berlusconi, Renzi. E la libido delendi, il desiderio di trovare un modo per eliminare una stagione dall’opinione pubblica. Controindagine sul modo in cui viene aggredita la libertà della politica in una repubblica democratica e liberale

E’ vero che esordì con la rottamazione, ma oltre che un’espressione brutale quella era una scelta e forse anche una necessità politica nel conflitto per il rinnovamento di una sinistra esausta dopo il tradimento della repubblica dei partiti a favore del giustizialismo, dopo la fregatura del ciclo berlusconismo-antiberlusconismo, dopo la battaglia d’arresto veterolaburista sull’articolo 18, dopo le fanfaluche bertinottiane dell’arcobaleno, era un modo aggressivo e volgare ma chiaro per dire: voltiamo pagina. Nanni Moretti è più stylish, “con questi qui non vinceremo mai”, ma per i suoi girotondi usò in fondo, con altri obiettivi e contenuti, una formula analoga. Ora alla rottamazione si sostituisce la demolizione, una protratta, incisiva, incalzante demolizione mediatico-giudiziaria di Matteo Renzi. Mi pare una vendetta di cui non un politico è vittima, ma impersonalmente il sistema politico, la sua credibilità democratica.

 

  

So poco o niente delle ambizioni del dottor Creazzo per la procura di Roma e delle mene dei renziani per frustrarle; non so dello scandalo Consip e delle fatture di casa Renzi altro che quanto basta a capire che cosa è l’accanimento; non conosco e non voglio conoscere la legge sulle fondazioni, mi limito a constatare che l’esercizio dell’attività pubblica essendo costoso o lo si finanzia a carico della fiscalità generale o si costruisce e si benedice un sistema di finanziamenti privati nelle forme possibili, e Bloomberg è una vivente e opulenta Fondazione Open, come ItalianiEuropei o la Casaleggio per non sbagliarsi (salvo dettagli e dissimulazioni ulteriori), e se contribuisci per un milione alla campagna elettorale il presidente eletto ti fa ambasciatore a Kiev, se di più becchi Londra o Roma o Parigi, sedi altrimenti confortevoli, e questo a proposito di traffico di influenze, che con l’autoriciclaggio e altre diavolerie come il voto di scambio è uno dei grimaldelli per le inchieste politicizzate e per il dilagare dell’ipocrisia sul potere e sulla sua natura. Ora vabbè, abbiamo fiducia nella magistratura, si dice così e così sia. Amen. 

 

 

E siamo tutti garantiti e presunti innocenti, compresi gli amministratori della fondazione che ha finanziato e organizzato i congressi della Leopolda e le primarie e altro di natura politica, e viviamo nella certezza che ci sarà un giudice a Berlino e i media ridaranno la reputazione perduta in un’orgia di pettegolezzi e insinuazioni al giglio magico cosiddetto e a Renzi e agli imprenditori e finanzieri indagati perquisiti e sputtanati come potenziali delinquenti perché hanno versato quattrini per la politica in forma legale e tracciabile allo scopo di costituire un blocco sociale e di influenza capace di realizzare certe cose in Italia, ricavandone uno svantaggio (versamenti, rischi) e un vantaggio (essere dalle parti di una battaglia vinta in nome di obiettivi comuni). Perquisiscono Davide Serra, uno che ha fatto i soldi e i versamenti, e da tempo mette in rete un milione di tuìt al giorno per significare che a lui piacciono politici e programmi ispirati alla competenza e alla gestione sana dell’economia e dispiacciono, e quanto, gli incompetenti aggressivi parolai e nazipop che hanno rovinato quel progetto e rischiavano di rovinare il paese e danneggiare l’Europa.

 

Ora di Renzi si può pensare tutto quello che si vuole, opposizione politica e opposizione estetica, e il renzismo può essere giudicato come un vizio esibizionistico, parolaio, un percorso politico insincero e sleale. D’accordo, io non la penso così, ma ci sta. Nessuno però può negare che il cv di Renzi è in chiaro. Vuole il potere prima a Firenze e poi a Roma, organizza la sua cordata con mezzi aperti e leciti, partecipa a elezioni municipali e poi a primarie che perde e vince, diventa segretario del primo partito, poi capo del governo, e governa per tre anni facendo cose che aveva promesso di fare nel quadro di un programma di innovazione, di riforma e modernizzazione di una società aperta. I suoi errori, i suoi difetti, le sue curvature tattiche sono la sua fierezza e la sua dannazione, nella visione di sostenitori e avversari, e anche questo ci sta, dal 40 per cento alla sconfitta in un referendum di riforma costituzionale.

 

Ma qui è un altro discorso. Qui, come per Craxi prima e per Berlusconi poi, c’è altro. C’è la libido delendi, il desiderio spasmodico di trovare comunque un modo di cancellare anche solo dal ricordo dell’opinione pubblica un tipo politico che ha scommesso sulla propria leadership, sulle proprie idee, su metodi di potere e di governo sotto gli occhi di tutti, e che per questo è stato prima imputato di piduismo, perché era andato bene alle primarie di Arezzo, poi di chissà quant’altro, uomo solo al comando, guru di un inner circle di cui diffidare, politico disinvolto e responsabile di quello che non va nel rapporto tra classi dirigenti e pancia del paese. Il suo status di incensurato è uno scandalo. E’ o deve essere presentato come il capo di una banda di profittatori. Un intruso. Un usurpatore. Uno da eliminare. Come prima di lui, in altre situazioni, altri due titolari di cv e di progetti intrattabili e scorretti che si chiamavano appunto Craxi o Berlusconi.

 

Non solo non è una cosa sensata, è un attentato alle libertà democratiche e civili del paese. Accusare di gravi reati criminali una fondazione che si chiama Open in richiamo allo stile culturale del giro politico che intende sostenere, che era composta da amici e collaboratori di Renzi, e finanziata da gente di denari e di impresa ora sotto scacco giudiziario e inquisitorio per aver fatto un passo tipico delle democrazie moderne, i versamenti per il finanziamento di attività politiche, e tutto questo sulla base di una interpretazione insinuante della sua funzione, intesa come “un’articolazione del Pd”, ovvero una cosca familista che si fa gli affari suoi, è semplicemente aberrante. I magistrati inquirenti non affermano, tantomeno provano anche solo indiziariamente o incidentalmente, che i fondi sono stati stornati a fini di arricchimento personale o che azioni politiche illegali hanno fatto da riscontro ai contributi privati che la fondazione ha accolto e canalizzato, si limitano a indagare su “un’articolazione del Pd” che ha raccolto quattrini impiegati per gli eventi pubblici e politici di un gruppo che con quel partito si è legalmente e apertamente identificato. Questa materia dell’indagine, con la ovvia campagna mediatica d’accompagno, è in sé un modo per aggredire la libertà della politica e della sua concreta organizzazione in una repubblica democratica e liberale.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.