Il senso di Grillo per la Cina

Giulia Pompili

Il Movimento cinque stelle continua ad aprire porte con Pechino. Ma nei suoi colloqui in ambasciata, il garante cosa avrà garantito ai cinesi? Qualche pista

Roma. L’ambasciata cinese in Italia ha pubblicato ieri una fotografia dell’ingresso della sede diplomatica di via Bruxelles a Roma con un messaggio: “La nostra Ambasciata si è da sempre impegnata a promuovere lo sviluppo delle relazioni sino-italiane e la sua porta rimarrà sempre aperta agli amici italiani di diversi settori”. Il riferimento è all’ampia copertura mediatica che hanno avuto gli incontri, nel fine settimana, tra Beppe Grillo e l’ambasciatore Li Junhua. I rapporti tra diplomatici e rappresentanti di partito sono una consuetudine, ma il problema con Grillo è sempre il solito: in che veste si è presentato dall’ambasciatore? Come “garante” dei Cinque stelle al governo oppure come privato cittadino? Un altro aspetto interessante riguarda il programma del weekend: Grillo è arrivato venerdì sera a Roma direttamente da Genova per un incontro che, scriveva ieri Repubblica, “è stato chiesto dalla parte cinese” mesi fa e poi rimandato. E fin qui, dicevamo, nulla di anomalo. L’anomalia semmai si verifica il giorno dopo, cioè sabato, quando Grillo, a meno di ventiquattro ore dal primo incontro (e dopo un colloquio con il ministro degli Esteri italiano nonché leader del M5s Luigi Di Maio) torna in ambasciata e ci resta per altre due ore e mezzo di faccia a faccia.

 

Dopo le speculazioni dei quotidiani sul doppio incontro di Grillo – e stimolata dalla nuova politica di Pechino che chiede alle sue sedi diplomatiche di “replicare alla guerra mediatica occidentale” – l’ambasciata cinese scrive su Twitter che “la sua porta resta sempre aperta”. Eppure in passato quella stessa porta è stata chiusa all’attuale segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che una ventina d’anni fa, da responsabile internazionale dei Ds, si fece promotore di una serie di incontri in Italia con il Dalai Lama Tenzin Gyatso. Incontrare il capo politico del Tibet indipendente porta da sempre molte grane con i cinesi, e lo sanno bene anche Giuliano Pisapia e il comune di Milano che nel 2012 rifiutarono di dargli la cittadinanza onoraria dopo le pressioni di Pechino. All’epoca, a scandalizzarsi per la faccenda fu proprio Grillo, che sul suo blog scriveva: “La Cina, oltre ad aver occupato il Tibet, ha occupato anche Palazzo Marino. I neo maoisti meneghini hanno bocciato l’onorificenza a Tenzin Gyatso in nome dei danè”, e poi: “Ho avuto l’onore di incontrare il Dalai Lama nella sua ultima visita a Milano. Mi concesse mezz’ora del suo prezioso tempo e, alla fine del colloquio, mi donò una sciarpa bianca e un forte abbraccio. Gli promisi il mio appoggio. Il Tibet è occupato, straziato, e l’Italia fa affari con chi lo occupa senza provare vergogna e si lascia ricattare nelle sue decisioni politiche per motivi economici”. Grillo ha incontrato il Dalai Lama come Zingaretti, e ha usato in passato parole particolarmente critiche contro Pechino. Eppure solo per lui, per il “garante” dei Cinque stelle, la porta dell’ambasciata cinese è spalancata. Questo passaggio è fondamentale: se fino a pochi anni fa Grillo parlava della Cina come del peggior regime possibile con il quale non è corretto fare affari, oggi pubblica sul suo blog gli articoli di tale Fabio Massimo Parenti, “professore associato all’istituto internazionale Lorenzo dei Medici di Firenze”, apparentemente un filocinese capace di negare la brutale repressione di Pechino nell’area dello Xinjiang contro gli uiguri. E infatti Grillo la definisce testualmente una “campagna mediatica sui diritti umani volta a screditare l’operato del governo cinese”. Ma le porte aperte dell’ambasciata sono anche per Di Maio, naturalmente, unico ministro degli Esteri del G7 ad aver parlato di Hong Kong come di un “affare interno alla Cina” e sul quale il suo partito applica la “politica della non interferenza”.

 

Questa spiccata simpatia del M5s per il governo cinese spiega anche la rinnovata amicizia poco commerciale e molto politica che abbiamo raccontato spesso anche su queste colonne nel periodo della firma del Memorandum d’intesa sulla Via della seta a fine marzo di quest’anno. Quando i grillini promuovevano la grottesca esportazione di qualche conteiner di arance via aereo (lasciando pensare che a interessarli non fosse precisamente lo sviluppo del commercio internazionale italiano) mentre la Francia ai cinesi vendeva direttamente gli aerei per 30 miliardi di euro.

 

Il ruolo della Casaleggio Associati

 

Tutto ha inizio, manco a dirlo, con la Casaleggio Associati, che in passato si è avvicinata ai rappresentanti industriali di Pechino. Hanno scritto d’altra parte Nicola Biondo e Marco Canestrari nel loro libro “Sistema Casaleggio”: “La Cina è una di quelle tappe d’affari che Casaleggio senior ha coltivato nel tempo. Era il giugno 2013 quando in un laconico comunicato stampa l’ambasciatore cinese Ding Wei comunicava di aver incontrato i cofondatori del M5s Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio”. Da allora l’azienda che controlla il M5s attraverso Rousseau ne ha fatta di strada (e di affari cinesi). Fino a raggiungere, oggi, una matura collaborazione con Huawei. Il ceo Thomas Miao una decina di giorni fa ha inaugurato la presentazione alla Casaleggio del report “Smart Company”. Ma già a febbraio il Mise smentì con veemenza una “presunta messa al bando” dei colossi delle telecomunicazioni cinesi Huawei e Zte. Entrambe le aziende, qualunque evento organizzino, possono contare sulla presenza di “rappresentanti istituzionali”, quasi sempre del M5s. Prima da ministro dello Sviluppo, poi da ministro degli Esteri, Di Maio pone un’attenzione particolare ai temi che stanno a cuore a Pechino. Tanto che un anno fa, dopo la sua prima missione istituzionale a Shanghai, il Mise pubblicò sul suo sito un’intervista (non firmata) all’allora ambasciatore cinese in Italia, Li Ruiyu. Una stranezza irrituale, per così dire, da parte del Mise. Lì dove Di Maio lavorava con un altro promotore degli interessi cinesi… ops, italiani in Cina: l’ex sottosegretario Michele Geraci. Che pur non avendo più alcun ruolo istituzionale, è da giorni impegnato in un tour mediatico in Cina “per cercare di aiutare le nostre aziende e non dissipare tutto il capitale investito nei mesi scorsi”. Parla ancora da sottosegretario, nelle interviste, e parla al plurale, ma non si sa bene chi rappresenti. Si dice che agli investitori cinesi Geraci continui a ripetere che tornerà al governo “dopo il 26 gennaio”. Il fatto è che nel frattempo la Lega, il partito a cui dice di appartenere, ha cambiato direzione. O meglio, l’ha aggiustata. Ieri Matteo Salvini ha detto al Corriere di essere “preoccupato” dagli incontri di Grillo con l’ambasciatore cinese, “e i frequenti viaggi di Di Maio in Cina. E per contro, stanno zitti sulla situazione di Hong Kong. Non vorrei che stessero cambiando la collocazione internazionale dell’Italia”. Gian Marco Centinaio, ex ministro leghista dell’Agricoltura, in questi giorni guida l’annuale delegazione di parlamentari a Taiwan, che è da sempre mal tollerata dall’ambasciata cinese ma quest’anno lo sarà ancora di più, perché gli italiani hanno incontrato i vertici del governo di Taipei. A colloquio con il Foglio, Centinaio parla dei suoi rapporti “con l’ambasciata di Taiwan a Roma” e di “un paese dove ci sono libertà e diritti civili”. Spiega Centinaio: “L’Italia deve avere l’autorevolezza di mantenere rapporti con la Cina e anche con Taiwan. Senza dover abbassare il capo come fanno altri, senza fare scelte”. Sembra invece che il M5s abbia scelto.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.