Conte all'ultimo atto scopre chi è Salvini

Salvatore Merlo

Abbracci, insulti, risse in piazza. Un giorno di trasformismo da operetta ha chiuso un anno di governo surreale. La maschera del leader della Lega, che le busca e finge che va tutto bene

Roma. La crisi di governo non teme repliche, simmetrie, scambi, furti di ruolo e di parti in commedia. E forse nessuno oggi vorrebbe essere nei panni di Sergio Mattarella. Così c’è il presidente del Consiglio espresso dal Movimento padronale di Grillo & Casaleggio, quello delle piazze vaffanculeggianti e della democrazia diretta dai capi, che a un certo punto, nell’Aula del Senato, sprigiona una forte energia, come dire, istituzionale e carrieristica. Quindi spiega, lui che sta con quelli di Rousseau, il senso della democrazia al suo ministro dell’Interno. “Caro Matteo”, gli dice Giuseppe Conte con l’aria di aver scoperto d’un tratto chi è Salvini: “Hai chiesto pieni poteri e invocato le piazze. Questa tua concezione della democrazia mi preoccupa…”. Quell’altro allora, il ministro che sempre vorrebbe sparare ai ladri e di solito invoca il carcere “e buttiamo via la chiave”, si impegna in una lezione di garantismo per spiegare la crisi di governo. “A differenza di qualcuno dei Cinque stelle per me i cittadini sono tutti innocenti fino a prova contraria”.

 

E insomma in poche ore, a Palazzo Madama, va in onda una commedia di travestimenti e trasformismi – per esempio tra Conte e Matteo Renzi a un certo punto comincia un cincischio di occhi che lascia immaginare la discesa agli inferi e la risalita in paradiso – tutta una sceneggiatura che molto assomiglia all’Italia più antica, quella di sempre. Ma non al serio trasformismo di Depretis e di Crispi. Piuttosto a Totò. Per la precisione al Totò che rideva mentre un tale gliele dava di santa ragione chiamandolo “Pasquale”. Quello lo picchiava, e lui incassava e rideva felice perché “tanto io non sono mica Pasquale!”. E infatti, similmente, Matteo Salvini, mentre Conte lo picchia metaforicamente e lo accusa di essere Truce, cinico, e anche scansafatiche, si rivolge ai Cinque stelle e dice loro: se volete possiamo andare avanti, approvare la manovra e fermare l’aumento dell’Iva. “Tanto io non sono mica Pasquale!”. Una commedia degli equivoci.

 

Sotto il ritratto di Cavour, Domenico Scilipoti, che se ne intende, assume l’aria elevata: “Ci vorrebbero i responsabili”, dice l’ex senatore che nel 2010 salvò il governo di Berlusconi con un acrobatico salto: da Di Pietro a Forza Italia. Poi osservando Cavour dal suo metro e cinquanta: “Ci vogliono politici di alta statura, statisti”. Ecco. Il più alto è Giancarlo Giorgetti, che oggi non parla ma regala all’Aula un campionario di smorfie da Guinness della disperazione: le mani tra i capelli, sulla faccia, la bocca spalancata, gli occhi sgranati come un’attrice del muto. Sul banco del governo si riflettono le emozioni più disordinate. I Cinque stelle si sono posizionati correndo, occupando tutti i posti attorno a Conte, quasi per abbracciarlo, prima che arrivassero i leghisti, mentre allo stesso tempo una piccola folla evidentemente organizzata, fuori dal Palazzo urla e scioglie un lungo striscione: “L’Italia con Conte”.

 

Poi però Lorenzo Fontana, il ministro leghista, ruba con destrezza un posto a un sottosegretario grillino, proprio accanto al ministro degli Esteri Moavero, e apre così un varco ai suoi, che cominciano a posizionarsi. I Cinque stelle difendono, i leghisti assediano. Apparentemente. Ecco dunque Salvini, con l’aria di educanda caduta dall’altalena, che fa sloggiare il ministro della Cultura Bonisoli, e si trova alla destra di Conte, proprio mentre Conte parla (male) di lui. Ed ecco Di Maio che sorride gongolante mentre Conte cita Federico II, Habermas, e addirittura Virgilio in latino (“chissà che ha capito”). L’avvocato del popolo si presenta ora come la riserva della repubblica antipopulista. E il Pd lo applaude. L’unico sempre immobile è Danilo Toninelli. Sembra il postiglione di un biroccio funebre, ma imbalsamato. Due occhi senza espressione, spaventosamente vuoti di tutto e inutilmente dilatati. “Gli hanno spiegato che se si fa il governo col Pd cambiano pure i ministri”. Ecco. “Vuoi sapere che succede?”, dice Vincenzo Spadafora, il sottosegretario grillino: “Succede che con la Lega non ci torniamo manco morti”. 

 

E si consumano allora i commiati, ci si restituiscono i regali di fidanzamento. In un angolo del Palazzo il sottosegretario grillino Andrea Cioffi abbraccia il sottosegretario leghista Michele Geraci. “Il tuo unico problema è che appartieni a ’sta fetenzia di partito”, gli dice. “Adesso dobbiamo separarci”. E poi: “Quanto ci dispiace”. Adesso al ministero dello Sviluppo chissà chi ci andrà. Magari Maria Elena Boschi? E Cioffi: “E io allora torno a fare l’ingegnere”. Non può certo cambiare tutto in un attimo, nemmeno in questa giornata di capriole e travestimenti. Del resto, una passione vera nasce in mille modi, uno più falso dell’altro. E l’unica cosa che appare forse irritrattabile (ma mai dire mai) è il discorso di Conte, con quegli sguardi a Salvini che lasciano spifferare una pernacchia brutale, con quelle parole che per un’ora “hanno trasformato il premier di Di Maio in un iscritto del Pd”, dice il leghista Massimiliano Romeo, ridacchiando. Mentre il sottosegretario Stefano Candiani gli risponde: “Non un iscritto al Pd, ma una riserva della Repubblica… per il dopo”. Chissà. “E’ il magma della Terza Repubblica”, dice sornione il vecchio Roberto Calderoli, “tutto è possibile ma anche no”. E deve essere proprio vero, perché i Cinque stelle sono bellicosi, ma sudano come candelotti lacrimogeni. C’è chi forse pregusta l’ingresso al governo col Pd (come Spadafora) e chi invece teme di essere defenestrato (come Toninelli e Alfonso Bonafede). E tutta questa sinfonia contrastante avviene mentre la Lega recita un po’ sfacciatamente il ruolo della moglie tradita. Quindi Salvini tende la mano a Di Maio (ma soltanto dopo aver detto “rifarei tutto quello che ho fatto”). Fino al capolavoro di ritirare la mozione di sfiducia contro Conte (ma dopo che il premier ha annunciato le dimissioni).

 

Sembra tutto confuso, contraddittorio, forse per essere prima o poi meglio ritrattabile. “E’ il magma” dice Calderoli, una festa in maschera in cui ci si scambiano parrucche e nasi da clown, dove tutti recitano tutti i ruoli e tutti contemporaneamente. Così alle 11 del mattino, mentre Salvini preparava il suo discorso dal finale conciliante, Luca Morisi, l’agitatore della propaganda salviniana, inviava un messaggio a tutti i parlamentari: “Scatenate la Bestia. Fate post su Facebook. Twittate sul partito di Bibbiano e l’alleanza oscena”. Fuori dal Senato intanto venivano convocati militanti, finto “vero popolo” – ecco un altro travestimento – raccolto a sostegno di “Matteo-Matteo”. Ma poiché ci avevano pensato anche i Cinque stelle (“Conte-Conte”), ecco che i due simil-popoli, veri ma fasulli, divorziano e si insultano anche loro, sul serio ma non troppo: “O’ Giggino portace da bere / o Giggino portace da bere”, urlano in romanesco i leghisti. Mentre i grillini si abbandonano evidentemente al richiamo delle origini: “Salvini-Salvini-vaffanculo”. Tutto talmente ben organizzato, così ben scritto, che la polizia non ha nemmeno dovuto faticare a tenere separate le due manifestazioni. Alla fine, a sera, Conte però è salito davvero da Mattarella, l’unico che può strappare di dosso i travestimenti di ciascuno. Ma che fatica.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.