La “corrente Salomone”. Apologo quasi biblico su un partito diviso a metà

Matteo Marchesini

La politica di tagliare una storia in due, il caso e la necessita’

La sera prima dell’assemblea del partito, il presidente si consultò un’ultima volta con i membri che gli erano più legati. Nei messaggi WhatsApp, e nelle brevi telefonate corse tra loro in quelle ultime ore, si erano ribattezzati scherzando “la corrente Salomone”. Il giorno successivo, quando prese posto nella sala già gremita, il presidente era fiducioso. Dopotutto la sua autorevolezza, la sua anzianità contavano ancora qualcosa. Ascoltò con pazienza tutti gli interventi, quindi si rivolse ai due leader che lottavano per far approvare due mozioni opposte.

 

Guardò il più giovane, il cui sorriso goliardico non riusciva a nascondere la durezza del volto. Poi si girò verso l’altro, un cinquantenne calvo dai lineamenti infantili, che lui stesso aveva allevato nella perigliosa traversata dalla caduta del muro al nuovo secolo. Attese un lungo minuto e alla fine, nel silenzio generale, parlò. “Mi sembra che non ci sia più modo di comporre il dissidio” scandì senza inflessioni. “Dunque credo che sarebbe bene se il partito si dividesse, e ognuno in questa assemblea scegliesse la sua parte”. Subito il leader giovane si fece avanti allegro, dimenticando di chiedere la parola: “Mi pare, signor presidente, che lei mantenga la sua consueta saggezza. Questa è senz’altro la decisione più limpida, e io come al solito non mi tirerò indietro”. Negli occhi dell’altro leader, invece, pareva si stessero formando delle lacrime. “Signor presidente”, disse con voce rotta, “lei sa quanto mi è cara la sua, anzi la nostra storia, e con quanto rispetto valuti i pareri che offre a noi tutti, mettendoci generosamente a disposizione la sua vasta esperienza. Ma se le cose stanno così, io vorrei dire che tengo troppo all’unità del partito per seguire questa strada. No, piuttosto rinuncio alla mia proposta…”. Fissò l’avversario. “… rinuncio e va bene, sì, proviamo a lavorare sulla tua. Vediamo che succede”.

 

A questo punto il presidente stese una mano per calmare il brusio. Stava per parlare di nuovo. Avrebbe indicato il suo vecchio protetto, per mostrare cosa significava avere a cuore il partito. Ma ruotando le pupille sulla sala, e incontrando quelle dei membri dell’assemblea, si accorse che né le lacrime trattenute, né la voce rotta né la rinuncia volevano dire niente per loro. E d’altra parte si capiva che erano incerti: non sapevano dove andare, quanto rischiavano schierandosi. Così muovevano le braccia e le teste come un gregge disorientato. Allora il presidente impallidì, e richiuse la bocca. In quell’istante il suo cellulare squillò. Il partito egemone dello schieramento nemico, che tanto allarme stava suscitando per le maniere antidemocratiche e per il consenso attraverso queste maniere ottenuto, aveva fatto una mossa falsa. I barbari non sarebbero venuti neanche stavolta. Sospirò. E adesso cosa sarebbe stato di loro, senza il fantasma di quel pericolo? Da troppi anni, ormai, erano l’unica soluzione per sentirsi vivi. A un tratto il presidente sentì una goccia sulla mano. Alzò gli occhi al soffitto. Da una piccola fessura pioveva acqua calda.