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“Non si può aver paura del voto”. Intervista a Marco Minniti

Salvatore Merlo

“Salvini si può sconfiggere. E questa crisi è l’azzardo di uno che ha paura. Per questo ci vuole una grande alleanza democratica”. Parla l'ex ministro dell'Interno

Roma. “Se il presidente della Repubblica, dopo l’apertura formale della crisi, dovesse valutare che ci sono le condizioni per una maggioranza ampia, di legislatura, che affronti in maniera progressiva la crisi del nostro paese, allora è evidente che il Pd la valuterà”, dice Marco Minniti. Quindi governo Pd-M5s? “Una mera alleanza tra Pd e M5s sarebbe l’arrocco degli sconfitti. L’idea di partire dal voto sulla riduzione del numero dei parlamentari per poi stare a vedere se ‘da cosa nasce cosa’, non funziona. Da cosa non nasce cosa. Qui si tratta di cambiare le ruote della macchina, tutte insieme e senza fermare la macchina. E’ una sfida ai limiti dell’impossibile. Ma è un’eventualità che una forza responsabile non può non considerare”. E se non dovesse funzionare? “Non si può avere paura del voto. In una sfida inedita e con altissima posta in gioco. Ben più impegnativa di chi controlla i gruppi parlamentari. Salvini non è imbattibile. E la sua sconfitta parlamentare, ieri in Senato, ne è la dimostrazione più evidente”.

 

E dunque Marco Minniti, abbastanza lontano come si sente dalle contese interne al Pd, descrive in termini politici la situazione per certi versi paradossale nella quale si trovano il suo partito e la legislatura. Allearsi con il nemico (il M5s) per impedire la vittoria di un nemico adesso individuato come più pericoloso (Salvini). “Così sarebbe paradossale e anche forse suicidale”, dice l’ex ministro dell’Interno. “La risposta dell’opposizione non può essere quella di fare una manovra economica e tornare al voto. E non si può nemmeno fare un arrocco di resistenza parlamentare coi grillini, che darebbe l’idea di uno iato con il paese. O c’è una proposta di governo vera, o altrimenti bisogna accettare la sfida di Salvini. Lui ha azzardato. Ha paura. Questa crisi è una fuga. Il ‘Russiagate’ gli ha fatto perdere sicurezza. E allora si capisce che c’è uno spazio. Se si è capaci di costruire un progetto elettorale di grande alleanza per la democrazia. Un progetto che abbia per protagonista il Pd unito. E questo proposito vorrei aggiungere una postilla”. Prego. “L’unità è preziosissima. Ma tuttavia per quanto preziosa è pur sempre un mezzo. Straordinario e potentissimo. Ma un mezzo. L’unica cosa che non si può fare è farla diventare fine a se stessa. Raggiungerla rimanendo paralizzati nella non scelta”. E insomma, come ben si vede, Minniti parla a tutti i protagonisti della vicenda del Pd.

 

Intanto il Corriere ha scritto che Minniti avrebbe discusso di un’ipotesi di governo con Riccardo Fraccaro, il ministro grillino. “Fraccaro non l’ho mai visto. Meno che meno di recente”. A marzo, però, subito dopo le elezioni, si parlò di un ruolo di Minniti nelle trattative con il M5s. “Me ne occupai perché mi era stato chiesto. Ora no. E oggi la situazione non è la stessa del 4 marzo 2018. E’ più grave. Perché il 4 marzo era una situazione magmatica. Adesso c’è stato uno spostamento gigantesco verso le forze estreme del nazionalpopulismo. Adesso, come dicevo, le opzioni sono solo due: o un patto di legislatura, un’operazione complicatissima, oppure le elezioni con una grande, vasta alleanza democratica”.

 

Ma a sinistra dicono che non si può. Dicono che le elezioni vanno evitate perché vincerebbe Salvini. “Può essere”, risponde Minniti. “Ma intanto prima o poi le elezioni arrivano comunque. E in secondo luogo: chi l’ha detto che vince per forza Salvini? Batterlo non è impossibile. E’ difficile, certo. Ma sono convinto che lui non abbia affatto la maggioranza del paese in mano. Nel momento in cui lui configura le elezioni politiche come un referendum sulla sua persona mette contemporaneamente in campo la strategia per poterlo sconfiggere. In Italia nessuno ha mai vinto referendum sulla propria persona. Allora noi dovremmo mettere in campo quella che potremmo chiamare ‘alleanza per la democrazia’. C’è chi ha parlato di ‘fronte’. Non è un termine che mi piace, per me che vengo dal Pci evoca una sconfitta. Tuttavia il senso è quello: un fronte. Una vasta alleanza contro le forze illiberali che sia innervata da una visione innovativa e progressiva nei contenuti. Che metta al centro il tema delle diseguaglianze, del rapporto tra sicurezza e libertà, del governo dei flussi migratori e la grande questione ambientale. Lo ripeto: progressiva e innovativa. Non una continuazione con altri mezzi di quello che abbiamo già fatto. Non si può mettere in campo una continua saudade, una nostalgica malinconia del governo che fu. Se è possibile creare questa ‘alleanza’, ecco allora io penso che la sinistra, che l’opposizione, non debba avere paura del voto. Non deve accettare escamotage per allungare il brodo di questa legislatura infausta”.

 

Tutto passa però, prima, dal Quirinale. “E infatti, naturalmente, il Pd non deve disperdere il rapporto con gli interessi fondamentali del paese. Il presidente della Repubblica ha dimostrato capacità di governo della situazione, e sensibilità verso il paese. Bisogna fidarsi di Sergio Mattarella. Non è un caso che, pure in questi momenti così confusi e torbidi, lui rimanga un punto di riferimento incancellabile. A volta dimentichiamo che c’è un solidissimo punto di riferimento riconosciuto dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Se il presidente dovesse valutare che ci sono le condizioni per una maggioranza ampia, di legislatura, che affronti la crisi, allora il Pd avrà quel senso di responsabilità che è nel suo Dna”.

 

Sembra molto improbabile, considerato che l’interlocutore sarebbe il M5s del vaffa. Ma intanto questa crisi è forse già la più strana della storia democratica. Dunque chissà. Tutto è possibile. “Il primo paradosso è che si sta discutendo della prospettiva di dar vita a un nuovo governo senza che una crisi di governo sia stata in realtà formalizzata. Una crisi, per essere tale, ha bisogno innanzitutto di essere parlamentarizzata. Ed è anche necessario che si renda chiaro ed evidente al paese quali sono le ragioni della rottura. E invece nessuno lo spiega. Tutto questo problema è stato rapidamente bypassato. Si è dimenticato che con questa crisi si è segnalato il fallimento di quella che era stata presentata come una straordinaria esperienza innovativa: il contratto di governo che doveva cambiare il paese. Parafrasando Majakóvskij: la barca del cambiamento si è arenata nella realtà”.

 

Quindi è anche paradossale, se non surreale questo dibattito interno al Pd sull’eventualità di un incesto con il M5s? Dovreste stare lì, in Parlamento, a chiedere conto di ciò che è successo. “Se noi consentissimo che non vengano evidenziate le ragioni di questa crisi, faremmo un favore ai nazionalpopulisti. L’opposizione dovrebbe inchiodare alle sue responsabilità colui che ha aperto la crisi. Anzi, alle sue irresponsabilità. Il presidente del Consiglio, Conte, ha usato dei termini impegnativi. Ha cioè detto che Salvini intende ‘massimizzare il suo consenso sulle spalle del paese’. E’ una affermazione grave. Di cui per esempio si dovrebbe discutere. E invece si parla già dell’ipotetico prossimo governo… Ma tutto questo è preoccupante. Guardate che Salvini non è Berlusconi. E’ tutta un’altra cosa, un altro paio di maniche. Berlusconi, che pure ho combattuto, voleva portare la Russia nella Nato. Qua adesso tra un po’ si parla di sciogliere la Nato a Vladivostok”.

 

Va bene. Ma la ragione della crisi secondo lei qual è? “Innanzitutto bisogna dire che questa non è una ordinaria crisi di governo. Avviene a Ferragosto, la si è aperta adducendo la ragione che andavano superati i ‘No’ del M5s proprio nel momento in cui invece il Parlamento ha sancito un enorme ‘Sì’ sulla Tav. Strano, no? E’ chiaro che una delle ragioni per cui si è affrettato questo passaggio sta nel fatto che sulla figura del ministro dell’Interno, del vicepresidente del Consiglio, del protagonista principale, ci sono degli interrogativi giganteschi. Interrogativi che hanno una questione di fondo: è possibile in democrazia avere un ministro dell’Interno, autorità nazionale di Pubblica sicurezza, su cui pesa il dubbio che possa trovarsi in una condizione di soggezione psicologica, economica o politica nei confronti di un paese straniero? E’ possibile che di fronte a questo dubbio lui, invece di chiarire in Parlamento, chieda lo scioglimento delle Camere?”.

 

Quindi Salvini apre la crisi per il ‘Russiagate’? Davvero? “Fugge. Perché quella storia lo ha spaventato. Ma da tutto questo derivano altre considerazioni. La prima è che, comunque vada, Salvini non può gestire lui il percorso elettorale, perché non dà garanzie di terzietà. Secondariamente, la vicenda russa e la fretta con la quale lui ha deciso di voler sciogliere le Camere invece di dare una risposta, rende evidente quale sia in generale la posta in gioco. C’è un fastidio nei confronti delle regole democratiche”.

  

Addirittura. “Sullo sfondo c’è una crisi di sistema che coinvolge direttamente il modello democratico. Non abbiamo difronte una situazione ordinaria. Che cos’è se non questo il richiamo a ‘datemi i pieni poteri’?”. Non le sembra di esagerare? “No, perché è in atto una trasformazione che non riguarda solo la democrazia italiana. Ma il mondo. Non ci troviamo davanti a una anomalia momentanea che può essere facilmente assorbita. Nel 2020 si voterà la presidenza degli Usa. Non sappiamo l’esito. Ma se per caso dovesse rivincere Trump, allora ci sarebbe un senso complessivo: non una anomalia ma un nuovo corso di un pezzo della storia mondiale. Per questo dico che il compito del dibattito in Italia, e in Parlamento, ora dev’essere quello di rendere evidente la posta in gioco. Quello che è stato presentato e sdoganato come ‘democrazia illiberale’ è invece la negazione della democrazia. Di fronte a una sfida di questo tipo non ci si può rifugiare nell’escamotage di tirare ancora un po’ avanti questa legislatura. Il momento del confronto con l’illiberalità prima o poi arriva comunque”.

 

Verrebbe da dire: altro che elezioni, se è così ci vogliono i partigiani in montagna. Andiamo tutti. Ma Minniti non scherza: “Il nazionalpopulismo va sfidato nel rapporto con la gente, a viso aperto nella partita del consenso. Sapendo che è una partita che si vince con la vicinanza e la prossimità al popolo”. Allora elezioni. O no?

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.