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Le virtù degli impresentabili pagliacci

Politica in mutande, sgrammaticatura del discorso pubblico, stile del non-stile. La nuova macchina propagandistica è uno sgorbio vero ma è una realtà muscolosa da studiare, a prescindere dal muscolo cardiaco e dalla scarsa materia cerebrale

20 Giugno 2019 alle 06:20

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Abbiamo passato anni a polemizzare contro le accuse di volgarità rivolte al Cav., ci sembrava volgare piacersi così tanto nello specchio mattocchio, spesso esilarante, delle gaffe mondane di Berlusconi, ci pareva un segno di falsa distinzione, di compunzione morale, di stupidità elegante. Ora si sono pentiti, i piacioni d’antan, e lo rimpiangono, bene. “Aridatece er puzzone” è da sempre una faccia dell’italiano medio e anche di quello chic. Ora però i veri puzzoni ci sovrastano, ché il Cav. era un Cumenda del “mi consenta”, e se era capace di anticipare il tardivo Trump (“sono il più grande statista americano a eccezione di George Washington”), la sua vanità aveva niente a che fare con il trucismo dei giorni nostri in tutte le sue varianti. Ora uno è “concentrato” con i suoi occhialetti sul povero ponte Morandi, il cui troncone infatti è ancora lì, un altro in trasferta semituristica in America, essendo un pelino più compos sui, dice a un suo collaboratore quello che ogni turista italiano ha detto ai compagni di comitiva almeno una volta: “Non facciamoci riconoscere”, che è frase spiritosa e abbondante di understatement, ma dice più di quello che lascia capire a prima vista. Il Conte fa la serenata a uno in mutande sul balcone, e si posta, dopo aver infornato la pizza napoletana. Trionfano divise e nutelle a sbafo, instagrammatizzate con la stessa faccia tosta dei mutandoni, dei pelacci, dei tuffi che, l’estate ahinoi aiutando, sono destinati, “amici”, a riprodursi mille volte mille nelle prossime settimane, nell’èra della riproducibilità tecnica del grande squallore.

 

L’abbassamento o kenosis è il segreto paradossale della fede cristiana, e scusate se è poco. Ma l’Incarnato frustato processato crocifisso dopo aver raggiunto Gerusalemme a dorso d’asina si abbassa, si umilia in un senso molto diverso dal rasoterra della nuova genìa politica italiana, che non avrà carisma ma dispone di allacciamenti e radici internazionali. Per lui la missione era redentrice, incurante di ogni Sé, qui la vocazione strategica è al dominio narcisista di cuori già infranti dalla cattiva e maleducata tendenza della vita quotidiana: riproducono il peggio degli amministrati per somministrare loro un devastante e volgarissimo, qui ci vuole, potere d’immagine, che è quello che loro chiedono a gran voce, stanchi delle buone maniere d’élite. Non possiamo non dirci drammaticamente cristiani se consideriamo la performance messianica, non possiamo non farci vedere divertiti, fino talvolta all’entusiasmo, quando assistiamo ai numeri da circo dei nuovi potenti unti dalla democrazia del consenso. Ma dobbiamo sapere che se l’obbedienza non è più una virtù, il peggio di Barbiana e della sua scuola, l’incompetenza, la parlantina babbea, il gusto pagliaccio del travestimento, e la sgrammaticatura sconocchiata del discorso pubblico andante sono purtroppo la nuova virtù politica dell’autorità non autorevole, sono la nuova macchina propagandistica di un consenso conformista e disobbediente le cui radici si vedono in lontananza, offuscate dal senso di colpa dei piacioni, ma si vedono: dispiacersi e farsi dispiacere dispiacendo è ormai una tecnica altissima e sofisticatissima di governo virtuale della cosa pubblica, magari in nome dei rancori delle idiosincrasie delle frustrazioni e delle rabbie private.

 

I Tory britannici devono scegliere tra un pagliaccio di genio, politici normali e un fantastico Rory Stewart, avventuroso nel senso migliore del concetto e sublime nell’eloquio politico diretto. Noi avevamo uno stile che poteva non piacere, dai formalismi eterei di un Forlani agli argomenti freddi di un Craxi, alle talleyrandate minori ma sapide di un Andreotti, fino ai ragionamenti politici di De Mita, abilmente e geneticamente sopravvissuti, e con gusto, al corso dell’età. Poteva non piacere, specie a chi rimpiangeva Einaudi, ma era uno stile. Lo stile del non-stile, la propensione coatta all’eccesso vernacolare, e tutto il resto dello sgorbio quotidiano, questo è quello che resta, ed è molto poco. Ma è un poco assai minaccioso. Pensare che molta gente sia felice di riflettersi nello specchio deformante di una classe dirigente che la classe non sa che cosa sia, e che la nega, in radice, come espressione di un vecchio mondo desueto, bè, questa è una minaccia in sé. Avremmo bisogno di un Macron, che parla come Racine o Molière, in versi alessandrini, o perfino di una Marine Le Pen, che conosce i protocolli anche se è un poco fascia, e invece dobbiamo accontentarci di registrare, dopo tante intemerate contro la volgarità ai tempi dell’antiberlusconismo, che qui i protocolli sono stati bruciati e riscritti da mano volutamene floscia, sporca e inesperta a vantaggio di una politica muscolosa, la più muscolosa del secolo a prescindere dal muscolo cardiaco e dalla materia cerebrale. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Giugno 2019 - 13:01

    Caro Ferrara, l'uomo è sopravvissuto a se stesso indossando il vestito di Arlecchino, aggiungendo, via via, nuove pezze con variazioni e sfumature di colori diversi. Possiamo definirlo "un benefico, incessante, trasformismo adattativo" Nessuno s'è mai tirato indietro nell'adottarlo. Domani è un altro giorno.

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