Gli investimenti languono, ma le strutture tecniche proliferano

Valerio Valentini

Abortito il nuovo dipartimento mai nato al Mef, restano ferme le cabine di regia di Conte. Solo annunci. E la Lega lascia fare

Roma. Che fosse inutile perfino provarci, Giovanni Tria lo ha capito domenica sera, quando i vertici di Lega e M5s, divisi su tutto, trovavano una strana sintonia nel dettare alle agenzie, quasi in simultanea, due note che alle orecchie del ministro dell’Economia dovevano suonare grosso modo così: toglitelo dalla testa. E insomma alla fine non se n’è fatto nulla: il progetto di Tria di istituire presso il Mef un nuovo dipartimento dedicato agli investimenti è abortito prima ancora di vedere la luce, alla vigilia del Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto discuterlo nella stessa riunione che avrebbe poi promosso Biagio Mazzotta a capo della Ragioneria generale dello stato. “Le due cose non sono legate”, ammonivano i leghisti. “Meglio slegare le due questioni”, facevano eco i grillini. E del resto questi ultimi erano stati scettici fin dall’inizio, sull’idea di costituire una nuova struttura a Via XX Settembre: “E’ una mossa di Giorgetti – sbuffavano già a fine febbraio – che vuole garantire a Tria uno spazio di manovra purché a controllarlo siano di fatto lo stesso sottosegretario e Gravaglia”. I quali, in effetti, sulle prime non erano affatto scettici in proposito. Se non fosse che poi, a quanto raccontano, il ministro avrebbe gestito la partita “un po’ troppo in autonomia”, finendo così con l’inimicarsi pure il Carroccio. “Poco male”, dicono ora i grillini, “perché sarebbe stato un doppione”, ché d’altronde di strutture dedicate agli “investimenti da sbloccare” ce ne sono fin troppe: tutte però sostanzialmente ferme.

     

La più formidabile di tutte dovrebbe essere “Investitalia”, una “task force” alle dirette dipendenze del premier Giuseppe Conte. Il quale, già a fine febbraio, ne parlava al tempo presente, come di cosa già operativa. “E’ una struttura di missione che ha il compito di coordinare la realizzazione del piano di investimenti”, diceva il premier. Tre mesi dopo, il nulla, se non un bando per raccogliere le candidature attraverso una gara pubblica alquanto macchinosa. Si è deciso infatti che Conte nominasse “tre esperti”, che questi andassero a costituire una “apposita commissione” che dovrebbe selezionare i migliori curriculum, per poi procedere a un “colloquio” dopo cui individuare tre dirigenti, un coordinatore di struttura di missione, dieci “unità di personale non dirigenziale” e un numero imprecisato di altri “esperti”. E solo allora si potrà iniziare il vaglio dei progetti già in cantiere, stabilire le priorità, allocare le risorse e quindi avviare i lavori.

     

E così, mentre la anonima équipe di ingegneri che dovrebbe comporre la “centrale unica di progettazione” viene di fatto osteggiata da quelle stesse strutture tecniche che dovrebbe andare a supportare, e che però temono di venirne esautorate, e mentre il miracolistico decreto “sblocca cantieri” resta impantanato nella palude del Senato, Conte continua a confidare in “Strategia Italia”, questo ennesimo pachiderma burocratico partorito dalla mente grilloleghista sotto forma di “cabina di regia” tra ministeri, enti locali e Cipe. Si è riunita una sola volta, a metà aprile, e come risultato ha prodotto l’emanazione di due decreti già pronti sui piani nazionali del settore idrico (260 milioni) e della mobilità sostenibile (3,7 miliardi dal 2019 al 2033). Non proprio una rivoluzione.

    

E d’altronde, se anche queste varie e variegate strutture fossero pienamente operative, avrebbero ben poche nuove risorse da gestire, visto che l’ultima legge di Bilancio ha aggiunto in capo all’amministrazione centrale non più di un miliardo per investimenti pubblici, mentre i fantasmatici “venti miliardi” che sarebbero dovuti sgorgare dal “patto con le partecipate di stato” dell’ottobre 2018 si sono, ovviamente, volatilizzati nel clamore della propaganda. Ci sarebbero, certo, i 6 miliardi che Autostrade sarebbe pronta a investire per la Gronda di Genova, ma quelli Di Maio e Toninelli li schifano per motivi ideologici. La Tav piemontese viene ostacolata in ogni modo, quella tra Brescia e Padova attende il via libera definitivo (anche perché la Lega si nasconde dietro l’alibi che “la colpa dell’immobilismo è del M5s”, e non tocca palla). E così, mentre proliferano le strutture per gli investimenti, e sempre in nome degli investimenti nascono e muoiono cabine di regia, quello che mancano sono proprio loro, gli investimenti.

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