Zingaretti ai raggi X, che animale politico è il segretario del Pd

David Allegranti

Dove va l’alternativa? Il governatore del Lazio visto da Giovanni Orsina, Angelo Panebianco, Marco Tarchi e Michele Salvati. Un ritratto collettivo

Roma. Un mese dopo le primarie, insomma, che animale politico è questo Nicola Zingaretti, che è diventato segretario del Pd con propositi unitari se non unitaristi, in equilibrio fra la derenzizzazione del suo partito e la conservazione di vecchie appartenenze? Non è un leader che spacca, che s’attacca a valori non negoziabili così forti da dividere l’opinione pubblica, interna ed esterna al Pd. Anche perché quello era l’identikit di Matteo Renzi.

 

Dunque, che leader è Zingaretti, il governatore del Lazio che fuori dal Lazio prova a tenere insieme la sinistra movimentista e i liberal-democratici? Il Foglio lo ha chiesto a quattro osservatori della politica italiana: Giovanni Orsina, Michele Salvati, Angelo Panebianco e Marco Tarchi.

La ditta di Zingaretti

“Con il mestiere che faccio, preferisco sempre mettere gli eventi in prospettiva storica”, dice Giovanni Orsina. “Matteo Renzi viene chiamato a prendere la leadership del Pd perché la ditta era già fallita. Nel 2013 il Pd avrebbe dovuto vincere ‘in carrozza’, invece le elezioni gli vanno malissimo. I dirigenti del Pd entrano in crisi, non sanno che cosa fare con i Cinque stelle, litigano sull’elezione del capo dello Stato. Bruciano Franco Marini, bruciano Romano Prodi. I primi mesi del 2013 sono la dimostrazione di un partito allo sbando. Di fronte al successo dei Cinque stelle, hanno bisogno di Renzi, che è giovane, fresco e populista. Renzi insomma non è la causa, ma la conseguenza del fallimento del partito. L’ex sindaco di Firenze non si prende un animale vivo; gli danno il Pd perché è già morto. Ecco, Nicola Zingaretti è il ritorno a quel modello, che ha già fallito nel 2012-2013, sette anni fa, non ieri. Oggi il Pd ha chiuso il cerchio. I segnali di ripresa che si vedono sono quelli di un partito che sta grattando la base storica che si era allontanata per Renzi. Stanno tornando in quel giardinetto”. Quello del vecchio 25 per cento al massimo, se va bene. “Con la stessa faccia, lo stesso impianto e la stessa crisi di idee drammatica, posto che di idee non ce n’è una a pagarla da nessuna parte. Prendiamo Di Maio, che per cercare di coprire il vuoto pneumatico è costretto a mettere cinque donne capolista alle Europee. Ma tanto non importa, perché i programmi servono a poco, non solo in Italia. Non nascondiamoci dietro un dito e guardiamo cosa succede altrove: pensiamo a quanto nella vicenda di Obama ha contato non quel che ha fatto, ma quel che è stato – il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti”. Insomma, dice Orsina, “siamo di fronte all’esaurirsi di un ciclo storico. Quindi da un lato dovremmo essere atterriti, ma dall’altro eccitati, perché stiamo vivendo un’esperienza storica straordinaria”. E mentre il ciclo storico si esaurisce, “le radici del Pd si stanno dimostrando tutto sommato abbastanza resistenti; sono quelle che gli consentono di stare intorno al 20 per cento”. Però questo significa che se il Pd vuole essere competitivo “deve cercare un’interlocuzione – e l'interlocutore può essere solo uno, il M5s”. Con il senno di poi viene da dire che se Pd e Cinque stelle avessero fatto l’accordo per andare al governo insieme, oggi forse il Pd sarebbe nelle stesse condizioni della Lega e avrebbe cioè cannibalizzato il M5s. “Questo l’ho sempre pensato ed ero convinto che il Pd alla fine avrebbe ceduto e che sarebbe nato un governo fra Pd e M5s. Anche l’establishment spingeva verso quella soluzione”. Certo, “Salvini, all’opposizione, avrebbe fatto il pieno di consensi forse pure più di quanto non stia accadendo ora, e il Pd avrebbe rischiato di affondare. Però si sarebbe potuto ibridare con i Cinque stelle e avrebbe salvato qualcosa della sua tradizione. D’altronde, il M5s è come un camaleonte: prende il colore del ramo cui si appoggia. Ma Renzi, a quel che sembra, ha fatto saltare l’accordo, già fatto, con i Cinque stelle e secondo me col tempo scopriremo che è stato uno dei suoi tanti errori”. Ora, con Zingaretti, il Pd “dovrà dire qualcosa di sinistra. Non avendo più la vocazione maggioritaria dovrà aprire alle alleanze. Perfino Salvini, che è in un momento di grazia, è costretto a farle per via di questa legge elettorale”. L’impostazione del nuovo segretario è inevitabilmente “tutta sulla difensiva, di protezione. Non cresce, non amplia il bacino elettorale. Deve cercare di sopravvivere. Il ragionamento è: ‘è vero che siamo morti, ma anche gli altri sono in pessime condizioni di salute, congeliamo il cadavere e aspettiamo’”. Insomma, non granché come strategia.

 

Un leader attendista

 

“Nicola Zingaretti non è un leader divisivo”, dice Michele Salvati. “E’ come Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, un temporeggiatore. Il suo messaggio, con cui ha vinto le primarie in nome di un patriottismo di partito molto forte, è: ‘State uniti’. Quindi, non essendo una persona azzardata, vede come evolve la situazione. Se poi sia il leader adatto, nella condizione economica e sociale in cui siamo, è tutto da vedere”. Zingaretti dunque attende; anche perché, aggiunge Salvati, “fino alle Europee e alle elezioni regionali in Piemonte, non si decide niente. Non solo al governo. Quindi il segretario del Pd cercherà di tenere insieme tutti, compresi i transfughi, senza però irritare troppo i tanti renziani che ancora sono dentro il parlamento. Dunque il Pd non farà nulla, a parte naturalmente criticare il governo sulla base delle sciocchezze che sta facendo. Dopo, potrebbero aprirsi i giochi. Bisogna però tenere conto della situazione in  cui siamo. Se gli elettori non cambiano radicalmente opinione, evento purtroppo improbabile, i governi possibili sono due, uno di destra-centro, l’altro giallo-rosso. Sarebbero però entrambi deboli, forse un po' meno quello di Destra. Quello giallo-rosso non si sa se ha i numeri, perché i franchi tiratori e i transfughi, da entrambe le parti, sarebbero numerosi e comunque la maggioranza è risicata. Per quanto riguarda l’opzione destra-centro, per ora non si sa in che misura riuscirà a coinvolgere o prosciugare Forza Italia. Qualora la vittoria di Salvini alle Europee e in Piemonte non ammettesse dubbi e ne facesse prevedere un'altra in Emilia, Salvini potrebbe andare anche solo con Fratelli d’Italia e formare un governo che i numeri li ha”. In questo contesto, dice Salvati, potrebbe però giocare non poco la situazione della Libia. “Che cosa potrebbe fare questo governo, qualsiasi governo, se, in conseguenza dell'anarchia in Libia ci fosse una migrazione biblica verso il nostro paese?”. E poi, dice Salvati, bisogna tenere conto del fatto che “chi decide dello stato d’eccezione, pur con forti limiti costituzionali, è il presidente della Repubblica”. La situazione è caotica e incerta, quindi servirebbe “un grande leader in grado di dire all’opinione pubblica che ci troviamo in una situazione drammatica, in cui si decide il destino del nostro Paese. Dovrebbe rivolgersi soprattutto ai ceti intermedi. Solo un rovesciamento di opinioni nel "popolo", provocato dall'emergenza e da un grande leader, potrebbe funzionare, altrimenti il paese è sparato verso il declino. Il problema è che il leader oggi non c’è. Aveva tentato di farlo Renzi, ma non c’è riuscito. Era l’unico leader, per orientamento e personalità, non per cultura e per profondità, a poterlo fare. Ma per calcoli di consenso elettorale -e temo avesse ragione in questo clima elettorale e in questo Paese- ha seguito la stessa strada di altri, quella della ‘vie en rose’, della critica ai gufi e ai pessimisti, ‘Va tutto bene, che allegria, ce la facciamo’, invece di dire la verità. Le cose non andavano e non vanno affatto bene, e per riportare l'Italia sulla strada della crescita ci vuole una cura da cavallo”. Quanto a Zingaretti, per carità, dice Salvati, “è una bravissima persona, della cui onestà, sincerità, spirito di partito, non ho dubbi. Come persona mi piace”. Il suo Pd però rischia però di essere lo stesso degli ultimi anni: “Un partito di sinistra democratica, diviso al suo interno, che ha ancora in mente uno scenario da partito socialdemocratico -tra parentesi, quello che il vecchio PCI aveva sempre avversato, criticando come "miglioristi" quelli che ci credevano- senza rendersi conto che i trenta gloriosi sono stati una congiuntura eccezionale nella storia del capitalismo e che siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica e geopolitica alla quale in Paese è impreparato”.

 

Il segretario del Pd e la proporzionale

 

E’ l’età della proporzionale, bellezza. E tu non puoi farci niente. Angelo Panebianco lo ha scritto anche lunedì scorso sul Corriere della Sera. “Tanto Forza Italia quanto il Partito democratico – ha scritto sul quotidiano di via Solferino - sono formazioni sorte in epoca di maggioritario, l’epoca dominata dalla contrapposizione fra centrodestra e centrosinistra. Il ritorno alla proporzionale, relegando a un ruolo secondario quella contrapposizione, rende anche improbabile che Forza Italia e Pd possano sopravvivere a lungo conservando inalterati i loro attuali assetti”. Dunque, spiega Panebianco al Foglio, “mi aspetto una scissione in entrambi i partiti. Dentro Forza Italia, Berlusconi fa da tappo e sta tenendo insieme posizioni diventate incompatibili. Nel Pd la divisione è fra chi dice che i nemici sono la Lega e i Cinque stelle e chi dice, come Nicola Zingaretti, che è il nemico è solo la Lega. Anche queste sono posizioni incompatibili che non staranno ancora a lungo nello stesso partito. Tutto dipende da quale sarà l’occasione, il momento; ma quando arriverà, si produrrà una scissione di destra. Così come quella di D’Alema e Bersani venne catalogata come una scissione di sinistra. La posizione di Zingaretti è coerente con la proposta con cui ha vinto le primarie: cancelliamo la moria di ciò che è stato Renzi. Cerca di recuperare il recuperabile di D’Alema e Bersani. E’ tutto lineare, d’altronde è questa la piattaforma con cui è stato eletto”. Zingaretti dunque vuole essere un leader “inclusivo”, però “non può includere tutto. Non può includere chi vuole l’alleanza con i Cinque stelle e chi non vuole l’alleanza con i Cinque stelle”. Ma al di là del “carattere inclusivo delle sue politiche, c’è un dato strutturale”. Forza Italia e Pd appartengono alla stagione maggioritaria in cui uniti si vince. “Uniti con la proporzionale però sì perde”, dice Panebianco. “E dividersi è meglio, a meno che uno non sia, boccheggiante, sulla soglia di sbarramento”. Altrimenti non conviene andare uniti. “Il centrodestra esiste a livello locale e regionale perché c’è un meccanismo di tipo maggioritario ed è ovvio che si aggreghi. Ma a livello nazionale non esiste. C’è soltanto, prima delle elezioni, per competere nei collegi uninominali”. La colpa è naturalmente di questa legge elettorale, che si basa su “un imbroglio”. “Alle elezioni si presenta un finto centrodestra o un finto centrosinistra. Ma dopo le elezioni c’è il liberi tutti, perché, con la proporzionale, le alleanze si fanno in parlamento”. Per questo Panebianco dice che il Pd appartiene a un’altra epoca, perché “è figlio di una stagione di maggioritario. Quale possibilità avrà di sopravvivere a una nuova e diversa stagione, al di là dell’abilità o meno di Zingaretti?”. Il segretario del Pd insomma a un certo punto non potrà tenere insieme due posizioni non conciliabili. “Potrà essere inclusivo ma non al punto di far stare nello stesso partito chi vuole essere amico dei Cinque stelle e chi pensa che i Cinque stelle siano l’avversario”.

 

Quella differenza di stile con Renzi

 

Fra Zingaretti e il suo predecessore, Renzi, “c’è una differenza di stile: dal protagonismo, dal linguaggio impertinente e dall’esibizione di sicurezza spinta oltre i limiti dell’arroganza si passa al basso profilo, al politichese da funzionario di partito e ai toni poco più che sussurrati”, dice Marco Tarchi. “E ce n’è una di contenuti e di strategia: Renzi puntava ad allargare i consensi al centro e voleva dare l’idea di un cambio di rotta rispetto al passato; Zingaretti guarda verso la sua sinistra e punta a ricompattare il vecchio mondo disperso”. Zingaretti è un leader non divisivo. Può funzionare il paradigma del segretario/presidente/politico “normale”? “Per ricucire qualche ferita del recente passato, sì. Per attrarre consensi al di fuori dell’area Pds-Ds-Pd, no”. C’è poi il tema dell’identità del Pd. L’elezione di Zingaretti non la chiarisce, “perché un’identità precisa il Pd non l’ha mai avuta fin dal momento in cui si è costituito sulla base di una fusione fredda tra due culture politiche che avevano più differenze che punti di contatto. E dai primi gesti del nuovo segretario - l’esibizione di un antifascismo nostalgico-resistenziale in puro stile ‘vecchi tempi’ – mi sembra che la strada scelta sia cercare referenti nel passato non sapendo cosa proporre per l’immediato futuro”. Resta da capire, con il nuovo corso zingarettiano, come faccia un partito a tenere insieme Macron e il Pse pur di costruire un fronte anti-sovranista. In fondo, c’è modo e modo di essere alternativi ai sovranisti… “Creare un fronte così eterogeneo”, dice Tarchi, “significa fare un favore a sovranisti e populisti, che non vedevano l’ora di poter descrivere gli avversari come un’accozzaglia variopinta di sostenitori dell’establishment, uniti solo dal desiderio di conservare il potere. Grazie a una mossa di questo tipo, lo schematismo ‘paladini dei ceti popolari’ contro ‘difensori dello status quo’ acquista contorni realistici…”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.