Il tragico vuoto dell'alternativa

Claudio Cerasa

Tenda o calamita? Il Pd si prepara alla partita della vita contro gli sfascisti trainato da leader senza leadership che non bucano e non suscitano interesse se non quello delle alleanze. Eppure l’autostrada c’è ed è libera. Antidoti utili, e buone primarie

La parola giusta per inquadrare il vero tema che ha accompagnato il percorso delle primarie del Partito democratico (si vota domenica) non ha a che fare con la irritante, inutile e pigra questione della Noia ma ha a che fare con un tema ben più profondo che riguarda il reale filo conduttore della nuova stagione del Pd: il Vuoto. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che è quasi naturale che le quinte primarie del Pd (2007, 2009, 2014, 2017) siano caratterizzate da un forte senso di monotonia e di vuoto. Possono sembrare dettagli, e in buona parte lo sono, ma per la prima volta nella sua storia gli elettori del Partito democratico sono chiamati a scegliere un leader che, come ammesso da tutti i rispettabili e onesti candidati in campo, non ha alcuna intenzione di essere considerato il leader del centrosinistra del futuro ma ha intenzione di essere considerato semplicemente un buon amministratore del condominio Pd. Un tempo, eleggere il leader del Pd significava eleggere colui che sarebbe diventato il candidato premier del futuro, oggi significa altro.

 

E la ragione per cui gli elettori del Pd sembrano essere poco interessati al futuro del proprio partito non ha a che fare tanto con le percentuali del primo partito d’opposizione ma ha a che fare con uno scenario che c’entra, più che con il 4 marzo 2018, con il 4 dicembre 2016, quando gli elettori, votando contro il riscatto maggioritario dell’Italia (votare contro il referendum costituzionale è significato votare anche contro l’Italicum), hanno tolto linfa all’idea di un Pd a vocazione maggioritaria. La vocazione minoritaria in cui è rimasto intrappolato il Pd nasce anche con il No al referendum costituzionale.

 

Ma a voler essere un po’ meno tecnici e un po’ più profondi si potrebbe dire che per il Pd il vuoto più preoccupante è un altro, ed è quello relativo al principale rischio che corre oggi la figura del segretario: quella di essere un onesto leader senza alcuna leadership. Essere un leader senza alcuna leadership significa essere un leader che non buca, che non emoziona, che non riesce a mettere in campo un quid, che non suscita altro interesse se non quello algebrico delle alleanze del futuro, dei rapporti con il Movimento 5 stelle, delle distanze con la Lega, delle differenze con i leader del passato. Un leader, chiunque egli sia, che fa notizia più per quello che non è che per quello che è, è un leader che corre il serio rischio di non avere sufficiente forza per riempire l’altro grande vuoto che da diversi mesi affligge l’Italia: la presenza di un’alternativa vera al populismo di governo. Dal punto di visto strategico, in prospettiva, il centrosinistra può trarre un vantaggio dall’avere di fronte un avversario più semplice da maneggiare come un centrodestra guidato dalla Lega. E se davvero a livello nazionale si confermerà il trend registrato nelle regionali in Abruzzo e in Sardegna, ovverosia il ritorno di un cauto bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, è possibile che il Pd del futuro possa trarre un qualche beneficio dall’essere diventato, complice il crollo del Movimento 5 stelle, l’alternativa al modello Salvini.

 

Ma paradossalmente se tutto questo è accaduto lo si deve più che ai meriti di Salvini ai demeriti della sua alternativa. E in questo senso, il prossimo segretario del Pd dovrebbe chiedersi non solo come conquistare i voti in uscita del M5s ma anche come evitare che il vuoto della sua proposta possa contribuire a far diventare sempre di più Salvini l’unica alternativa al suo stesso governo. Il vuoto con cui deve fare i conti il Pd è quello che riguarda la sua incapacità di far sognare e di essere un soggetto notiziabile solo per i suoi piccoli litigi interni. Ma l’altro vuoto importante con cui deve fare i conti il prossimo leader del Partito democratico è relativo a un’altra assenza chiave nel cosìddetto campo dell’alternativa: una spalla con cui essere credibili nella creazione di una futura opzione di governo. Da questo punto di vista, il vuoto della proposta del Pd può diventare drammatico se non nascerà in fretta un soggetto complementare al Partito democratico capace di offrire uno spazio alla maggioranza silenziosa degli italiani che oggi non si riconosce né in questo governo né in questa opposizione. E’ possibile che il nuovo leader del Pd possa trasformare la sua normalità in un punto di forza, ma fino a quando l’Italia sarà dominata dalla logica del proporzionale sarà inevitabile chiedersi fino quando il Pd potrà rinunciare ad avere al suo fianco un moderno partito liberale (un po’ Verdi tedeschi, un po’ En Marche un po’ Ciudadanoss) capace di mettere in campo una forma di sano e patriottico populismo europeista.

 

Il Pd, lo sappiamo, era nato con l’idea di portare in Italia la formula della “Big tent” blairiana, di dar vita a una grande tenda del riformismo mettendo insieme dentro un unico contenitore tutte le forze sane del progressismo italiano. La nuova geografia politica e il profilo dei nuovi leader obbligano il Pd a passare dunque dalla formula della Grande tenda a quella della Grande calamita. Ma fino a quando non ci saranno altri soggetti da attrarre nel proprio campo magnetico è probabile che il vuoto dell’alternativa venga occupato a lungo dall’unico politico che per il momento, ma chissà per quanto, riesce a essere percepito come l’alternativa allo sfascio grillino: il Truce. Più che parlare dunque di quello che sarà il destino di Renzi (il cui futuro più sarà lontano dal Pd e meno sarà un futuro); più che parlare della discontinuità con il passato (Zingaretti, Martina e Giachetti sono diversi da Renzi ma sui temi principali, giustizia, economia, Europa, la discontinuità non c’è); più che parlare delle differenze tra il M5s e la Lega (l’opposizione a un governo sfascista non può essere un’opposizione che fa differenze tra Lega e M5s); più che parlare di tutto questo, il nuovo segretario del Pd dovrebbe occuparsi con urgenza del vuoto in cui si muove l’alternativa al governo più pericoloso mai avuto dal Dopoguerra a oggi. E non riuscire a essere molto popolari di fronte a un branco di pericolosi e incapaci populisti significa essere parte del problema del paese e non della soluzione. Buone primarie a tutti.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.