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Il modello Paragone per la commissione sulle banche è il talk-show

Il M5s riparte da dove aveva finito il Pd nella scorsa legislatura, all’assalto di Banca d’Italia

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allegranti@ilfoglio.it

12 Febbraio 2019 alle 09:46

Il modello Paragone per la commissione sulle banche è il talk-show

Gianluigi Paragone (foto Imagoeconomica)

Roma. “Li faremo cantare”, dice Luigi Di Maio riferendosi ai vertici di Banca d’Italia e di Consob, contro cui si scagliano i grillini nel tentativo di oscurare la recessione e i non brillanti risultati elettorali in Abruzzo. Un’espressione che rimanda ad altri contesti tutt’altro che canori; commissari, ispettori e poliziotti che interrogano imputati già considerati colpevoli, i quali devono soltanto rivelare nomi di complici e mandanti. E Di Maio ha già individuato l’uomo giusto per torchiarli, questi felloni delle banche: nel ruolo del commissario Basettoni c’è Gianluigi Paragone, ex direttore della Padania, ex feroce dirigente e conduttore della Rai lottizzata dalla Lega, oggi senatore del M5s in procinto di presiedere la commissione d’inchiesta sulle banche. Il M5s dunque riparte da dove aveva finito il Pd nella scorsa legislatura, all’assalto di Banca d’Italia. Non è finita bene, come ricorderà senz’altro Matteo Renzi. Adesso è il turno di Paragone, che ha passato gli ultimi anni a costruire trasmissioni televisive e scrivere libri sul sistema bancario, rappresentandolo come un covo di neoliberisti pronti a turlupinare ignari vecchietti di provincia derubandoli dei loro risparmi di una vita.

 

Il metodo Paragone è nei suoi libri, come “Gang Bank”, fulminante fin dall’incipit, perfettamente in linea con lo spirito del tempo felpastellato: “Perché non sopportiamo più i politici? Perché ci rubano i soldi. E allora perché non odiamo gli economisti e i finanzieri? Semplice, perché non abbiamo ancora capito quanti soldi ci fregano. E perché non l’abbiamo capito? Facile, perché non ce lo raccontano. Perché il sistema bancario e finanziario mantiene tutti. Dai giornali alla politica. Quindi il corpo del reato non lo vediamo mai”, scrive nel libro pubblicato da Piemme nel 2017. Il metodo Paragone è anche nei suoi vecchi programmi televisivi, come “La Gabbia”, oggi non più in onda ma antesignani di un modo di pensare e, ora, anche di governare. Paragone non fa più il giornalista ma il politico; lo stile però è rimasto e guardarsi qualche video sul suo canale YouTube per capire qual è lo spirito con cui guiderà la commissione d’inchiesta, il solito contentino che il M5s è costretto a dare a chi ha chiesto e preso i voti dei “truffati dalle banche” e tutto quel florido mercato delle vacche del disagio sociale attorno al quale costruire un sentimento ostile nei confronti degli istituti di credito. D’altronde, a inizio gennaio s’era irritato non poco per il commissariamento di Carige, il senatore Paragone: “Vogliamo essere come i gilet gialli? Allora cominciamo a farlo! Sono incazzato! Dobbiamo dimostrare di essere forti, di essere il governo del cambiamento e di essere vicini alla gente!”. Mai una parola – in questo profluvio contro chi per mestiere non fa beneficenza ma fa credito – viene spesa per spiegare che in banca, in preda all’ansia di guadagno, ci vanno anche – non solo, ma anche – gli ingordi che sperano di fare soldi con le obbligazioni. Mai una parola neanche sull’analfabetismo finanziario che interessa soprattutto il nostro paese: secondo l’indagine S&P Global FinLit Survey sulle conoscenze degli over 15 in 140 paesi, il 63 per cento degli italiani non possiede le conoscenze finanziarie di base. Qualcuno potrebbe definirla una decisione tardiva, ma nel 2018 sono stati migliorati i controlli, grazie alla direttiva Mifid II che serve ad aumentare la tutela per chi investe (se ne stava occupando Mario Nava prima di essere messo nella condizione di lasciare la presidenza Consob). Per Paragone l’importante è “far cantare” i vertici delle banche, di Banca d’Italia o di una qualche banchetta di strapaese. Non esiste mai per il Paragone – sia il giornalista sia il senatore – una responsabilità del singolo investitore o della singola banca, ma solo colpe “di sistema”. Nel sistema rientrano anche i giornalisti che “non hanno il coraggio di sputtanare le banche”. Insomma, la commissione d’inchiesta sulle banche è presto fatta. Il modello è un talk show con Rinaldi, Borghi e Bagnai.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • ancian99

    30 Marzo 2019 - 13:01

    Sono totalmente d'accordo su questa ironica e drammatica valutazione dell'inutilità o della pericolosità delle commissioni d'inchiesta, specie quando sono presiedute e formate da soggetti prestati alla politica, senza saper nulla di economia, di politica monetaria, né tanto meno di ciò che significa "controllo del credito". Malgrado l'ammonizione del Capo dello Stato, assisteremo a ulteriori interventi dei c.d.politici per mettere in discussione l'autonomia della Banca d'Italia e l'intero sistema bancario. .

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