Matteo Salvini (foto LaPresse)

Il vicolo cieco del governo sul caso Sea Watch

Luca Gambardella

Nessuna strategia politica e un accerchiamento giuridico che non lascia scampo ai gialloverdi. L'avvocato che ha fatto ricorso sul caso Diciotti ci spiega perché la politica non può violare le leggi per cambiarle

Mentre i ministri del governo gialloverde sono in aperta competizione su chi meriti di farsi processare per primo nel caso della Diciotti, stasera il vicepremier Luigi Di Maio incontrerà i senatori del M5s appartenenti alla Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato (secondo indiscrezioni del Foglio il Movimento starebbe studiando anche ipotesi estreme). Lo scopo della riunione è decidere cosa fare nel caso dell’altro vicepremier, Matteo Salvini, che dopo avere chiesto in un primo momento di essere processato, oggi ha ritrattato. Il respingimento della nave della Guardia costiera, ha scritto il ministro nella sua lettera al Corriere, rispondeva al “preminente interesse pubblico”. L’impressione è che sia in corso l’ennesima battaglia interna tra Lega e M5s su chi debba intestarsi la linea dura contro i migranti. In tal senso un indizio ulteriore è arrivato stamattina, quando il sottosegretario agli Esteri, il grillino Manlio Di Stefano, ha ipotizzato un coinvolgimento nel processo anche per il premier Giuseppe Conte e per Di Maio. “Le scelte fatte sull'immigrazione sono scelte collegiali del governo’’, ha detto Di Stefano, sebbene non esista alcun provvedimento sulla Diciotti approvato dal Consiglio dei ministri che lasci desumere una responsabilità collegiale dell’esecutivo.

  

 

Ora l’accerchiamento a Salvini procede su più fronti anche sul caso della Sea Watch. C’è un esposto presentato da alcuni membri del Pd alla procura di Siracusa e poi il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo presentato da Sea Watch e Mediterranea. “Un'operazione di soccorso in mare, secondo il diritto internazionale, si dichiara conclusa solo con lo sbarco in un porto sicuro, che deve essere garantito nel più breve tempo possibile – dicono le due ong – Ciò non può essere subordinato ad alcuna negoziazione tra stati in merito a una eventuale redistribuzione delle persone soccorse, o per qualunque altro motivo”. Il governo italiano ha già inviato a Strasburgo le informazioni aggiuntive che dovranno consentire alla Corte di prendere una decisione a breve.

 

 

Intanto resta il mistero su quali siano gli atti ufficiali che – come ripete da tempo il Viminale – hanno chiuso i porti italiani. “Vogliamo vedere il provvedimento”, dice al Foglio l’avvocato Salvatore Di Pardo, che dopo avere presentato ricorso al Tar per il caso Diciotti – innescando poi la decisione di pochi giorni fa del Tribunale dei ministri contro Salvini – ora sta preparando un esposto analogo anche sulla Sea Watch 3. Sia per la nave della Guardia costiera rimasta ostaggio per giorni al porto di Catania, sia per quella umanitaria ancora alla fonda al largo di Siracusa, il punto è lo stesso, secondo Di Pardo: capire cosa impedisca a queste navi di attraccare e di fare scendere i migranti. A leggere la lettera inviata da Salvini al Corriere sembrerebbe che tutto stia dietro quelle che il ministro definisce “considerazioni politiche”. “Innanzitutto il Tribunale dei ministri di Palermo ha detto chiaramente che nel caso della Diciotti non si è trattato di una scelta politica ma di una chiara ingerenza del ministro che ha impedito lo svolgimento regolare di attività amministrative (lo sbarco delle persone a bordo, ndr). Inoltre, in uno stato di diritto la politica deve attenersi alle leggi. Il ministro dell’Interno dice che il popolo è sovrano. Ma dimentica che il popolo sovrano si esprime attraverso le leggi che lui stesso si è dato. Ovviamente se il governo vuole cambiarle per rispettare il mandato dei suoi elettori può farlo. Ma sempre restando nel quadro normativo di uno stato di diritto”.

 

Il cortocircuito paradossale che tiene ancora in ostaggio 47 migranti a poche miglia dal porto di Siracusa parte da un punto cruciale. “Dire che i porti sono chiusi semplicemente non ha senso”, chiarisce Di Pardo. Il motivo è che la libertà di movimento delle persone è un diritto umano fondamentale e per questo deve essere sempre garantita. “Spetta solo all’autorità giudiziaria, in presenza di condizioni gravi, il potere di sospendere la libertà di movimento. Per questo il governo si è arrogato un’autorità che non ha, senza soprattutto che esista alcun provvedimento ufficiale”. Da una parte, spiega il legale, al compimento di operazioni di salvataggio dei naufraghi, “a prescindere dalla loro nazionalità e della bandiera di apparenza della nave che compie il soccorso, si deve sempre garantire un porto sicuro dove farli scendere. Nel caso della Sea Watch si tratta dell’Italia, in quanto paese più vicino (esclusa la Libia, considerata “porto non sicuro” dalle Nazioni Unite, e la Tunisia, che non ha mai autorizzato lo sbarco ndr)”. “L’identificazione dei migranti e la valutazione del loro status giuridico deve avvenire in un secondo momento e sono un problema distinto e successivo alla messa in sicurezza dei naufraghi”, spiega l’avvocato, che rappresenta diverse associazioni umanitarie: “In questo caso, invece, il governo sta confondendo tra loro due problemi diversi, in modo strumentale”.

 

Se la questione è politica – come rivendica Salvini nella sua lettera al Corriere – allora si potrebbe ridare slancio ai negoziati per la riforma del Trattato di Dublino, dicono le opposizioni. La proposta già approvata dal Parlamento europeo rende obbligatoria la redistribuzione dei migranti tra gli altri paesi dell’Ue e attende solo il via libera dei governi. Ma in vista del prossimo Consiglio europeo, a marzo, non risultano passi avanti nelle trattative con gli altri stati membri (se si esclude l’incontro a Varsavia tra Salvini e i leader del partito nazionalista polacco, che per inciso si oppone alle quote dei migranti). Ma oltre allo sbandamento politico e diplomatico, aggiunge Di Pardo, il caso della Sea Watch “dimostra che non esiste una strategia giuridica da parte del governo sul tema dei migranti. Quelle 47 persone non potranno restare a bordo per sempre. In tutta sincerità spero di non dovere presentare ricorso al Tar, perché tutta questa situazione è ridicola e umiliante per l’Italia”.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it