Camera dei Deputati (foto LaPresse)

Di Maio s'informa sulla tenuta dei suoi e Berlusconi cerca cinque stelle fuggiaschi

Salvatore Merlo

Mentre passa la fiducia sulla manovra e nessuno sa cosa sta votando, Forza Italia inaugura la campagna “adotta un grillino”

Roma. Dominando una delle colonne che reggono il passaggio dal Transatlantico all’emiciclo – lui è alto tipo due metri – Guido Crosetto coglie l’essenza più amara delle cose: “Sai perché durano? Questi durano perché ogni gruppo di opposizione pensa a come costituire una nuova maggioranza con un pezzo dell’attuale maggioranza”. E l’Aula di Montecitorio, mentre vota una “fiducia sulla fiducia”, come dice Renato Brunetta, cioè vota su una manovra che nessuno ha visto e che forse ancora nemmeno esiste, si gonfia allora di favole e fantasie, ipotesi più o meno improbabili, che pure animano gesti e parole dei deputati. Una parte del Pd, ringalluzzita dal possibile ma smentito addio di Matteo Renzi, è tornata, col solito disordine sentimentale, a bramare i Cinque stelle. E poi c’è Silvio Berlusconi – parola d’ordine: “adotta un grillino” – che vorrebbe portare in dote a Matteo Salvini un sufficiente numero di cinque stelle fuggiaschi da poter costituire una maggioranza alternativa a quella con Di Maio. Il Pd sogna Di Maio, anzi Fico. Forza Italia è sempre lì pronta a un cenno di Salvini, “un cenno resipiscente”, precisano alcuni. E allora ecco, in un angolo del Palazzo, Renata Polverini, ex presidente del Lazio, deputata di Forza Italia. Incrocia Davide Tripiedi, giovane grillino lombardo, seduto su un divanetto accanto a una collega. Polverini sa tutto di Tripiedi. “Ti sei lasciato, dovresti fidanzarti con lei”, gli dice. E Tripiedi: “Non mi sono lasciato. Con la mia ragazza ci siamo presi una pausa di riflessione”. E Polverini, dotata di verace ironia: “Sai che significa pausa di riflessione?”. E qui fa il segno delle corna. “Significa un cesto di lumache”. E d’altra parte Matteo Dall’Osso – per dire – transitato due giorni fa dal M5s a Forza Italia, cammina appoggiandosi a un bastone che gli è stato regalato da… Renata Polverini. 

  

Si spiano le mosse dei possibili disertori, defezionisti, voltagabbana, ribaltonisti, infedeli, transfughi, apostati e felloni. E questo malgrado alla Camera il ribaltone sia pressoché impossibile, un’operazione che non sarebbe riuscita nemmeno a Denis Verdini. “Il governo non cadrà mai”, esclamano con voce tenorile, quasi all’unisono, Riccardo Tucci, Giovanni Currò e Andrea Caso, tre moschettieri di Di Maio. Al Senato la maggioranza è invece più fragile, e Loredana De Petris, la capogruppo del Misto, ha già ricevuto alcune timide richieste d’informazione da parte di senatori del gruppo Cinque stelle. E ovviamente tutti i sospetti ricadono su Gregorio De Falco e sugli altri quattro senatori che a novembre non votarono il decreto sicurezza. Ma chissà. Il Senato è anche la terra del quieto vivere, lì dove Forza Italia è cauta e accorta.

  

Tuttavia la postpolitica vive anche di mimica, per cui forse basta osservare, come in un acquario, i gruppetti che si compongono e si scompongono nel minuetto del Transatlantico, per indovinare cosa stia succedendo sotto il pelo dell’acqua. Non c’è solo Polverini, che adotta grillini in giro per il Palazzo come una benefattrice, un po’ Madre Teresa e un po’ Vanna Marchi. E infatti chissà che discorsi staranno facendo, al centro del grande salone di Montecitorio, con aria intima e consapevole, i tre Cinque stelle passati al misto, Salvatore Caiata, Catello Vitiello e Andrea Cecconi. “Strano però”, dice Vitiello. “Dall’Osso è passato direttamente a Forza Italia, senza un periodo di ‘decantazione’ al misto”. Lì dove sono loro tre, che continuano a votare la fiducia al governo, malgrado tutto, perché evidentemente si deve procedere per gradi. Dice Caiata: “Una volta aperto il recinto i buoi scappano”. Si vedrà. Intanto però la “fiducia sulla fiducia” passa alla grandissima, e le carte di ciascuno e le manovre – se esistono – rimangono coperte, un’evanescenza, un’entità fantasmatica almeno quanto il reddito di cittadinanza e la quota cento, i provvedimenti immaginifici che tutti votano e nessuno ha mai visto. Così i flebili scricchiolii di Palazzo, i cambi di casacca, i presunti tradimenti, rimangono una cosa a metà tra l’ordalia sempre rimandata e il gioco di società. Eppure Di Maio s’informa, e chiede. Un po’ come faceva Otello con Desdemona. “Giuro che è meglio essere tradito che vivere nel dubbio”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.