Perché Luigi Di Maio è ormai una figurina tragica (in attesa di Dibba)

David Allegranti

A marzo il vicepremier s’era ritrovato, non per merito suo, il M5s al 32,66 per cento e la Lega a quasi il 18. In sei mesi di governo i rapporti di forza si sono ribaltati

Roma. Al governo c’è una figura, o meglio una figuretta, più tragica di Beppe Conte, di Laura Castelli o di qualunque Toninelli pronto a dichiarare funzionanti tunnel del Brennero che in realtà neanche esistono. Ed è Luigi Di Maio, cresciuto per anni nella fascio-indignazione fino a diventare, da disoccupato di poche letture, vicepresidente della Camera e dunque capo politico del M5s. A marzo s’era ritrovato, non per merito suo, il M5s al 32,66 per cento e la Lega a quasi il 18. In sei mesi di governo i rapporti di forza si sono ribaltati, i Cinque stelle – impossibilitati a venire a patti con un principio di realtà – funzionano solo se stanno all’opposizione, se invece devono governare, e governare pure con un alleato ingombrante come Matteo Salvini, sono costretti a indietreggiare e poi inseguire la Lega, rilanciando costantemente con annunci irrealizzabili, boiate pazzesche e tutto un pacchetto di supercazzole da elargire all’elettorato in cambio della propria pazienza.

 

 

 

Era partito con le peggiori intenzioni, Di Maio, pronto a dichiarare guerra all’establishment e ai babbi di famiglia del Pd, contro il lavoro nero e l’abusivismo, gli amici delle banche e gli affaristi, in nome del popolo sovrano e sovranista che deve liberare l’Italia dal cosiddetto marciume, riempiendo piazze virtuali e fisiche di odio distillato. Contro avversari, giornalisti, contro il Sistema. Piano piano si sta scoprendo però che anche i Cinque stelle fanno parte del meraviglioso sistema, con la “s” minuscola, perché quel che oggi sembra la “piovra” di Pomigliano D’Arco, la nuova Rignano sull’Arno, altro non è che la solita storia di strapotere e strapaese. Con Di Maio senior al posto di altri augusti babbi di famiglia, che già in passato avevano inguaiato i loro figli. Di Maio junior, che aveva sparso veleni insieme al M5s senza porsi il problema delle conseguenze, oggi apprende il senso dell’adagio attribuito a Pietro Nenni sulla gara a fare i più puri: “Prima o poi arriva qualcuno più puro di te che ti epura”. E’ la nemesi per chi ha scommesso, costruendo il proprio successo, sul manettarismo e oggi è costretto ad accontentarsi del vittimismo, denunciando presunti complotti dei giornali ai danni di Di Maio e del M5s.

 

“Il problema della stampa – scriveva ieri il Sacro Blog – è che non sta facendo libera informazione disinteressata, ma sta compiendo un’opera di delegittimazione nei confronti di una forza politica per venire incontro agli interessi affaristici e politici dei loro editori. Il quarto potere è l’ultimo su cui possono contare i veri sconfitti alle elezioni. E lo esercitano in modo brutale, per il loro interesse esclusivo e a danno della qualità dell’informazione e dei cittadini”.

E la delegittimazione, diceva ancora il Sacro Blog a colpi di citazionismo spinto, “è il metodo utilizzato dai poteri autoritari per far fuori i loro avversari. Come disse molto bene Malcolm X: ‘Se non state attenti, i  media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse  e amare quelle  che  opprimono’. Quello che ci salva è la possibilità offerta dai social media di poter parlare direttamente con i cittadini e mantenere un rapporto diretto con tutti voi”. Come si vede, a Di Maio non resta che l’inguaribile vittimismo.

 

La storia è piena di personaggi utili alla causa di qualcun altro, convinti di star perseguendo un proprio disegno, sempre con quell’aria di chi sa come va il mondo ed è pronto a elargire lezioni agli altri. Questo ruolo, nell’Italia del 2018, è affidato ai Cinque stelle, la cui missione principale è portare voti alla Lega. Con un’ottima capacità di riuscita, a quanto vediamo dai sondaggi. Il capolavoro politico di Di Maio è insomma, per il momento, questo: aver costruito le premesse per la propria autodistruzione, consegnandosi mani, piedi e account Facebook al “fratello” guatemalteco Alessandro Di Battista, le cui comunicazioni internettistiche sono in aumento. Il M5s oggi ha più bisogno del fasciocomunista ex deputato showman che di Di Maio, cioè ha bisogno di quello che sale sul palco dei comizi con il casco in mano, che s’è tenuto fuori dal governo felpastellato e può dunque rivendicare una certa verginità politica. L’inverno sta arrivando, e Dibba pure.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.