(Foto Imagoeconomica)

Una manovra da cambiare ma impossibile da cambiare

Salvatore Merlo

“E il ribaltone quando si fa?”. Un vincolo politico tiene in ostaggio il governo soffocato dallo spread. Due passi alla Camera

Roma. Alla Camera c’è una bella atmosfera da bar, come nel giorno in cui la squadra di casa vince la partita. E questo malgrado lo spread che sale, la Borsa che scende, le aste dei Btp che vanno maluccio e i titoli di stato a un passo dal livello spazzatura. Si vota la legge Anticorruzione – grandi pacche sulle spalle al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che per l’occasione ha il fazzoletto nel taschino.

 

E poi tutti aspettano il presidente del Consiglio, il prof. Giuseppe Conte, che deve riferire sulla bocciatura della manovra da parte della Commissione europea. “Chissà come se la cava”, chiede ironico Andrea Ruggieri, deputato di Forza Italia. E Raffaele Volpi, il sottosegretario leghista, che gli sta accanto nel cortile dove tutti fumano: “Benissimo come sempre”. Al che l’altro, in un crescendo morbidamente provocatorio: “E il ribaltone quando lo facciamo?”. Volpi si aggiusta gli occhiali con il dito medio. E se ne va.

 

Alla buvette c’è la fila dei sottosegretari per congratularsi con Franco Bechis appena nominato direttore del Tempo, ecco Angelo Tofalo, che per l’occasione sorride pure, poi la sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli, che lo prende alle spalle, se lo bacia e se lo strizza come un fratello, “tra poco c’è il discorso del premier”. E come si potrebbe perderlo mai? Tutti dentro.

 

Giuseppe Conte non emoziona. Non indigna. Un solo applauso. L’opposizione non lo contesta. “Spiegheremo”, “parleremo”, “incontreremo”, “rimoduleremo”, “chiederemo tempo”, “aspetteremo gli effetti benefici della manovra sulla crescita”. Alla sua sinistra, il ministro Paolo Savona prende appunti, fogli su fogli. Ogni tanto alza la testa, guarda l’Aula come a cercare ispirazione, e torna a scrivere, astratto dentro un suo pensiero. 

 

Sugli scranni del governo manca Matteo Salvini, ma c’è Luigi Di Maio sorridente, in cravatta arancione, seduto accanto a Danilo Toninelli, concentrato. Poi, a destra, una sedia vuota, e ancora dopo, isolato, finalmente ecco il ministro dell’Economia, Giovanni Tria: il volto chiuso come un guscio di mandorla. Il prof. Conte sta dicendo che in sostanza l’Europa non ha capito la manovra, che si dovrà continuare a dialogare, e “nel caso in cui l’Ecofin dovesse decidere di aderire alla raccomandazione della Commissione, chiederemo tempi di attuazione molto distesi per le eventuali sanzioni. Questo tempo ci servirà per consentire alla manovra economica di produrre i suoi effetti sulla crescita”.

 

Tria intanto guarda l’orologio, e senza mai spostare il palmo della mano sul quale nel frattempo è come sprofondata la sua guancia destra. Giancarlo Giorgetti, invece, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’architetto di retrovia di Salvini, sbadiglia. Una, due, tre volte. Poi guarda Savona che continua a prendere appunti con la stilografica, e allora si mette a scrivere pure lui, ma sul cellulare.

 

“Giuro di non aver capito nulla del discorso di Conte”, soffia Giorgio Mulè, il portavoce di Forza Italia. “Nulla”. E in effetti raramente, in un contesto simile, l’opposizione è stata così zitta e muta. Quasi addormentata. Un sedativo. La scena si ravviva quando il capogruppo del M5s, Francesco D’Uva, prende la parola, non appena il presidente del Consiglio si siede, ringraziando l’Aula stordita.

 

Allora D’Uva spiega perché lo spread secondo lui si alza. Non per la manovra, dice. “Lo spread sale quando…”. Pausa. “Lo spread sale quando…”. Brusio generale (forse a D’Uva è caduto il foglietto con il discorso). “Lo spread sale quando…”. Coro dell’opposizione resuscitata: “QUANDO?”. Suspense. E lui, finalmente: “Quando c’è instabilità”. Qualche risata liberatoria. Da uno scranno si solleva la voce di Maria Elena Boschi: “Ma non diciamo fesserie”.

Lo spread che si alza, dunque, e come il monossido di carbonio lentamente invade i polmoni del bilancio pubblico, provoca giramenti di testa, sonnolenza, e alla fine se nessuno apre la finestra avvelena mortalmente. “A quanto sta lo spread?”, s’informa il ministro Riccardo Fraccaro, nel cortile di Montecitorio. A 305. “Beh”, come dire: poteva andare peggio. “I fondamentali dell’economia non giustificano questi livelli di spread”, dice Tria, in tono sempre più afflitto.

“Confidiamo che le argomentazioni che forniremo saranno oggetto di attenta valutazione da parte dell’Ecofin”, aveva detto Conte, come mormorando uno scongiuro, parlando poi di “investimenti”, che però praticamente non esistono. Circola anche la leggenda che gli appunti del ministro Savona, presi in Aula, fossero una lettera ai vicepremier Salvini e Di Maio. Suggerimenti per cambiare quella manovra alla quale si sono legati, come al capestro. Ma è una leggenda, appunto. Forse un auspicio.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.