Matteo Renzi (foto Imagoeconomica)

L'alternativa al governo del cambiamento esiste ed è ora di parlarne

Claudio Cerasa

Che succede se Di Maio e Salvini perdono il controllo dell’economia? Il sogno della Lega, la carta elezioni (magari) e la ragione per cui Pd e M5s sono l’alternativa (da incubo) al collasso. Cosa aspettarsi, cosa augurarsi

Non succede, ma se succede che cosa succede? Le fibrillazioni registrate negli ultimi giorni sul sismografo di Palazzo Chigi ci dicono senza possibilità di essere smentiti che per la prima volta dall’inizio della legislatura Salvini e Di Maio sono stati costretti a valutare con attenzione l’ipotesi del Piano B. Nella grammatica del governo sovranista, il Piano B finora ha coinciso con il famoso piano che il ministro Paolo Savona avrebbe voluto portare al Mef per dare all’Italia la possibilità di usare l’arma dell’uscita dall’Euro per ottenere maggiori concessioni dall’Europa. Quel piano, grazie alla notevole capacità con cui Salvini e Di Maio sono riusciti a far perdere in soli quattro mesi la credibilità che l’Italia aveva conquistato in sette anni, non è detto che sia stato messo nel cassetto e non è detto che i due azionisti del governo del cambiamento non considerino in un futuro non remoto il cambiamento della nostra moneta come il cambiamento necessario per diventare, come diceva Perón, un paese “socialmente giusto, economicamente libero e politicamente sovrano”. Ma il Piano B di cui vale la pena parlare oggi riguarda uno scenario più politico che economico e per provare a disegnare questo scenario occorre compiere un’operazione apparentemente impossibile: prendere le due piazze protagoniste di questo weekend e provare a capire che effetto fa vederle interagire insieme.

 

Le piazze, diverse per composizione, storia, inerzia, solidità, numeri e progetti sono quella del Movimento 5 stelle, a Roma, e quella del Pd a trazione renziana, alla Leopolda di Firenze, God Bless, e per quanto nel corso di tutto il fine settimana le due piazze non abbiano mancato occasione di mandarsi a quel paese il tema giusto da mettere a fuoco per studiare i prossimi mesi della politica italiana continua a essere questo: la maggioranza di governo è ancora solida, la debolezza di Di Maio è un’assicurazione sulla vita di questo governo, la forza di Salvini non è ancora tale da poter immaginare un governo da solo.

 

Ma se il rapporto tra la Lega e il Movimento 5 stelle dovesse diventare impossibile da gestire – e se i grillini non avessero la forza per puntare alle urne – cosa potrebbe accadere all’interno di questo Parlamento nel caso in cui fosse difficile tornare a votare? Per rispondere a questa domanda occorre prima prendere il pallottoliere e poi tornare alle due piazze, a quella del Movimento 5 stelle, di Luigi Di Maio ma non solo, e a quella di Matteo Renzi, il quale, a prescindere da quale sarà il prossimo segretario del Pd, fino a che questa legislatura andrà avanti avrà lui il controllo della maggioranza dei gruppi parlamentari del Pd. Il pallottoliere ci dice questo.

 

Gruppi parlamentari della Camera. Movimento 5 stelle: 221 deputati. Lega: 125. Partito democratico: 111. Forza Italia: 104. Fratelli d’Italia: 32. Leu: 14. Noi con l’Italia: 4. Più Europa: 3. Civica popolare: 4. Italiani all’estero: 6. Minoranze linguistiche: 4. Alla Camera per avere la maggioranza occorrono, come sapete, 316 deputati. La prima fiducia del governo del cambiamento è arrivata a 350 deputati e il tema che diventerà centrale qualora la condizione economica dell’Italia dovesse diventare insostenibile è proprio questo: se non ci fosse la volontà trasversale di tornare a votare in caso di crisi, esistono o no altre maggioranze possibili in questo Parlamento?

 

“L’alternativa al governo deve essere il voto.
Ma se il Pd fosse costretto da Mattarella a proporre una pazza sponda
al Movimento 5 stelle cosa dovrebbe fare? Un contratto di pochi punti. Salvaguardia della legge sulle pensioni. Salvaguardia della riforma
del lavoro. Sostegno all’Euro. Impegno sulla riforma dell’Eurozona.
Difesa dei vaccini. Sussidi più all’occupazione che alla disoccupazione. Riforma elettorale con doppio turno alla francese” 

 

Se Lega e Movimento 5 stelle decideranno di cambiare la manovra per provare a evitare la bocciatura della Commissione europea e dribblare il commissariamento delle agenzie di rating la credibilità economica dell’Italia potrebbe essere messa al sicuro ancora per qualche mese ma senza nessun accorgimento il collasso rischia di essere inevitabile e dunque giocare con il pallottoliere diventa un dovere. Primo esperimento: quanti parlamentari mancano al centrodestra unito per avere una sua maggioranza? Se mettiamo insieme ai numeri di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia i numeri del gruppo misto, escludendo più Europa, arriveremmo a quota 280 e resterebbero almeno 36 parlamentari da conquistare.

 

Salvini e Giorgetti sono convinti che tra i 221 parlamentari grillini ce ne sono almeno 40 pronti a staccarsi al momento giusto dal Movimento 5 stelle in caso di necessità, come fatto da Ncd nel 2013 con Forza Italia, ma per quanto sia questa la prima opzione che molti parlamentari leghisti vedono come piano B in caso di necessità, la verità è che il vero piano B sognato e forse studiato dal Quirinale in vista di un difficile ma non impossibile collasso della maggioranza di governo prevede un equilibrio sul pallottoliere del tutto diverso e i protagonisti di questo equilibrio naturalmente sarebbero il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, che alla Camera insieme hanno 332 parlamentari e al Senato insieme ne hanno esattamente 161 (109 e 52, mentre il centrodestra, sommando il gruppo misto e le autonomie, ne avrebbe pochi di meno, 157). Dal punto di vista numerico, dunque, l’unica maggioranza “naturale” alternativa a quella formata da Movimento 5 stelle e Lega è quella formata da Movimento 5 stelle e Partito democratico.

 

Ma ciò che è naturale su un pallottoliere non è necessariamente naturale nella dinamica della politica e qui dunque occorre fare un ragionamento supplementare. Primo punto: c’è da augurarsi o no che in caso di collasso del governo Pd e Movimento 5 stelle si ritrovino insieme al governo? La risposta è no, per le stesse ragioni per cui sarebbe stata una follia a marzo mettere insieme un partito ostaggio della chiusura (il M5s) e un partito votato all’apertura (il Pd): allearsi con i partiti che disprezzano la democrazia, che giocano con i vaccini, che sputano sull’Europa, che fanno a pezzi il mercato del lavoro è solo un modo per fare il gioco dei quei partiti ed è solo un modo per accelerare la nascita di un nuovo bipolarismo formato da due leadership sfasciste come quella grillina e come quella salviniana.

 

Alla domanda se siano meglio le elezioni o un governo dell’impazzimento la risposta è mille volte meglio le elezioni. Ma alla domanda se sia possibile o no evitare la nascita di un governo formato da Movimento 5 stelle e Pd in caso di collasso del sistema finanziario italiano la risposta potrebbe essere diversa e la verità è che difficilmente il Pd se dovessero ricrearsi condizioni simili a quelle vissute nel 2011 potrebbe ignorare il richiamo alla responsabilità del presidente della Repubblica. E qui dunque arriviamo a un altro tema: in che modo il Pd un giorno potrebbe tentare di spaccare la maggioranza di governo proponendo un’alternativa al Movimento 5 stelle senza ignorare un futuro possibile appello del presidente della Repubblica? Potrebbe farlo solo a una condizione. Con un contratto di pochi punti. Salvaguardia della legge sulle pensioni. Salvaguardia della riforma sul lavoro. Sostegno all’Euro. Impegno sulla riforma dell’Eurozona. Difesa dei vaccini. Sussidi più all’occupazione che alla disoccupazione. Riforma elettorale con doppio turno alla francese. Se la maggioranza di governo, oggi, non deciderà di cambiare la manovra, la slavina della crisi finanziaria prima o poi arriverà. E quando arriverà, se la strada delle elezioni non fosse possibile, il Pd avrà il dovere di mostrare al Movimento 5 stelle che il principale nemico del pensiero sfascista non è lo spread ma è semplicemente la realtà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.