Luigi Di Maio, la manina nel Def e la sindrome dei Blues Brothers

David Allegranti

Non è mai colpa del vicepremier, che o non legge le email oppure non sa gestire le trattative politiche e quindi cerca di accusare gli alleati

Roma. Buttarla in caciara è un’arte raffinata, serve un colpo di genio, dunque – direbbe il Perozzi di Amici Miei – servono fantasia, intuizione decisione e velocità d’esecuzione. Tutte qualità di cui non è evidentemente fornito Luigi Di Maio, che poi è lo stesso che la sera chiede l’impeachment per Mattarella e il mattino dopo s’accorge d’aver detto una fesseria. Mercoledì è accaduto di nuovo: prima, a Porta e Porta e su Facebook, ha berciato contro un presunto complotto, contro una “manina” che avrebbe manipolato il decreto fiscale inviato al Quirinale, poi s’è scoperto che al Quirinale non è mai arrivato niente e Di Maio, con una risatina degna di Beavis e Butt-Head, ha detto a Bruno Vespa che “magari si è perso per strada, ah-ah-ah". Neanche stesse parlando di una pita ordinata al ristorante greco su Deliveroo.

 

  

Il vicepresidente del Consiglio è in piena fase Blues Brothers, sembra di sentire le scuse di John Belushi: “Non ti ho tradito. Dico sul serio... Ero... rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un... terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia!”.

 

  

Insomma, non è mai colpa di Di Maio, che o non legge le email oppure non sa gestire le trattative politiche – come il resto del M5s, peraltro – e quindi cerca di accusare gli alleati di governo della Lega, facendoli passare per taroccatori di decreto sottobanco. La “manina” è ormai un grande classico di Di Maio per buttarla in vacca. “E’ inutile cercare la manina che ha tolto all’Anac i poteri sugli appalti. La manina è del Pd. Allergici all’anticorruzione”, disse nell’aprile 2017. Più recentemente, a luglio, Di Maio se l’è presa con Tito Boeri, reo secondo il capo politico del M5s di aver manipolato la relazione d’accompagnamento al cosiddetto “decreto dignità” (una delle truffe lessicali della neolingua felpastellata) con l’ormai famoso dato degli 8mila posti di lavoro persi all’anno: “C’è stata una manina che ha inserito qualcosa nella relazione tecnica”. Come spesso accade, i Cinque stelle non hanno inventato niente: Bettino Craxi parlò di “manina” nell’ottobre 1990 – probabilmente riferendosi a quella di Giulio Andreotti – dopo il ritrovamento a Milano in via Monte Nevoso di documenti dei carcerieri di Aldo Moro.

 

 

La “manina” è tornata prepotentemente con il decreto fiscale: “Non so se è stata una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica”. E giù complotti e colpevoli immaginari, dal povero Giovanni Tria a Giancarlo Giorgetti, che provano ad arginare il paese dei balocchi sognato da Di Maio & soci. Ognuno, intendiamoci, ha le sue “manine”. Solo che altri hanno diversa fantasia e quando commettono uno strafalcione, magari su Twitter, confondendo messaggi privati e tweet pubblici, accusano improbabili hacker di aver violato l’account per non dire d’aver parlato un po’ troppo sui social, oppure chiamano “provocazione” quella che è una evidente cazzata. A Di Maio, che dovrà pur offrire qualcosa in pasto all’arrabbiato elettorato dei Cinque stelle, pronto ad accoglierlo a Italia a Cinque stelle al Circo Massimo sabato, non resta che inventarsi nuove vecchie teorie del complotto per giustificare la presenza degli odiati condoni. Una volta è l’Unione Europa, una volta è Juncker, un’altra volta sono il Pd e i poteri forti. Servirebbero Ennio Flaiano, Leo Longanesi, Edmondo Berselli, i titoli di Cuore per descrivere l’Italia della Casaleggio Associati, ma forse più modestamente basterebbe una sceneggiatura di Neri Parenti per la “Netflix italiana”, non del tutto casualmente auspicata da Di Maio. Pronto già il titolo: “House of Chaltrons”.

 

Stare dietro al M5s e in generale ai felpastellati è complicato, per l’opposizione, ma anche per i giornali che ogni giorno devono inseguire le sortite pubbliche di sottosegretari, viceministri e vicepremier, un sottobosco di proposte sgangherate con cui rintronare il popolo italiano che, scriveva Giuseppe Prezzolini nel Codice della vita italiana, “si fa guidare da imbecilli i quali hanno fama di essere machiavellici, riuscendo così ad aggiungere al danno la beffa, ossia l’insuccesso alla disistima, per il loro paese”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.