Giocare con le pensioni, ci dice Boeri, non aiuterà i giovani a trovare lavoro

Luciano Capone

“Di Maio? Dice che si fida di me”. Immigrazione e natalità, mercato del lavoro e staffetta generazionale. Parla il presidente dell’Inps

Roma. La sua è stata la madre di tutte le “manine” e lui è stato il padre di tutti i tecnici invitati a candidarsi per poter esprimere la propria opinione. Finite le audizioni in Parlamento c’è un po’ più di relax, ma il nome di Tito Boeri è sempre nell’occhio del ciclone gialloverde: “Non sono attaccato alla poltrona, l’ho ripetuto tante volte”, dice al Foglio.

 

Incontriamo il presidente dell’Inps dopo una lezione sui temi previdenziali all’università di Tor Vergata. “È sempre un piacere tornare a parlare con gli studenti”, dice. L’ex presidente di Consob, Mario Nava, dopo la sfiducia di Lega e M5s si è dimesso. Anche lei, che per giunta non presiede un’authority indipendente ma un ente che dipende dal ministero del Lavoro, è stato invitato ad andarsene. La sfiducia del governo non le ha fatto pensare che forse è il caso di dare le dimissioni? “Se venissi convocato dal presidente del Consiglio o dal ministro Di Maio e mi venisse detto che nutrono sfiducia nei miei confronti, non perderei un secondo di più. Mi dimetterei seduta stante”. Salvini l’ha detto: lei dovrebbe dimettersi e candidarsi. “Salvini non ha un ruolo diretto rispetto alle cose di cui mi occupo”. Anche Di Maio ha dichiarato che lei dovrebbe lasciare l’incarico. “In verità le volte che ci siamo visti con Di Maio il clima era completamente diverso, si discuteva di progetti concreti e continuava a ribadire che si fidava di me. Quindi non so che dire, sto a quello che mi è stato riferito nelle sedi deputate. Non posso mica dimettermi per una dichiarazione su Twitter”.

 

Quindi se la richiesta avvenisse in maniera formale… “Non resterei al mio posto, non c’è mai stato attaccamento alla poltrona. Ciò a cui tengo sono la tutela delle professionalità dell’Inps e l’indipendenza di giudizio”. Ma l’indipendenza è illimitata? Ha fatto proposte di riforma delle pensioni al precedente governo, adesso critica le riforme del nuovo governo. Non sta interpretando in maniera esorbitante il suo ruolo? Non sta forse andando oltre il suo mandato? “Non c’è dubbio che lo stile è diverso dai miei predecessori, ma penso che il compito dell’Inps debba essere anche quello di utilizzare i dati e le competenze che ha al suo interno per rendere il dibattito pubblico più informato”.

 

“E penso che l’Inps abbia anche un ruolo di tutela del patto intergenerazionale – dice Tito Boeri –, pertanto è sempre opportuno evidenziare gli aspetti di lungo periodo. Ovviamente poi siamo una macchina esecutiva e ci mettiamo pancia a terra per attuare i provvedimenti quando le decisioni vengono prese”. Lo scontro con Di Maio sul “decreto dignità” è stato duro ed è stato l’anteprima della “manina” di questi giorni. E’ vero che i tecnici criticano il governo per motivi politici? “Naturalmente posso parlare solo per l’Inps, noi abbiamo un coordinamento di statistici e attuari che hanno un loro statuto indipendente, fanno le valutazioni, le firmano e ne rispondono anche personalmente. Io ricevo le valutazioni e prima di trasmetterle ai ministeri faccio una valutazione di ragionevolezza delle ipotesi e di congruità rispetto alle richieste dei ministeri, ma non intervengo sulle stime. In ogni caso è poi la Ragioneria dello stato che decide se tenere o meno conto delle nostre relazioni tecniche”. Quindi i numeri non sono stati infilati da una manina? “Per niente, ho chiarito che avevamo trasmesso una settimana prima al ministero del Lavoro la relazione tecnica. Tra l’altro cerchiamo anche di scrivere le cose in modo sintetico, perché sappiamo che i decisori hanno poco tempo”. Sintetico, ma magari con quell’incomprensibile linguaggio tecnico-burocratico. “No, assolutamente, è tutto fatto in modo che sia leggibilissimo. Poi quella fondamentalmente era una tabella con i numeri chiari ed essenziali”.

 
C’è una cosa che è un po’ sorprendente, le critiche più feroci che riceve arrivano spesso su argomenti, come lo stesso decreto dignità, su cui lei non dà giudizi poi così negativi. “Stessa cosa con la proposta D’Uva-Molinari, quel metodo l’avevamo proposto noi e infatti l’ho difeso”. E perché pensano che lei sia contro a prescindere? “Non lo so. In audizione ho l’impressione che alcuni non ascoltino, altri non lo so ... forse mi spiego male o forse loro non capiscono del tutto”. Lei però è stato nominato dal precedente governo, non si sente politicamente di parte? “Assolutamente no. Ad esempio sul blocco dell’adeguamento dell’aspettativa di vita ho detto la stessa cosa quando al governo c’era Gentiloni e lo dico adesso che ci sono Salvini e Di Maio”.

 
Non c’è staffetta tra giovani e anziani

Sulla “staffetta generazionale”, cioè sul fatto che chi va in pensione libera un posto di lavoro ai giovani, uno dei pochi articoli scientifici che vanno in questa direzione è quello scritto proprio da lei con Garibaldi e Moen. Perché l’idea di Salvini e Savona non dovrebbe funzionare? “Innanzitutto noi troviamo che l’effetto non è certo dell’entità di cui si discute. Abbiamo rilevato che con la riforma Fornero per ogni tre persone bloccate a lavoro, dopo che avevano da tempo pianificato di andare in pensione, c’è stata l’assunzione di un giovane in meno. Quindi il rapporto era tre a uno, mentre oggi si parla di uno a uno o addirittura di uno a tre”. Mica poco, ‘uno a tre’ è circa dieci volte meno di ‘tre a uno’. “Oltre questo, ho sempre detto che sotto certe condizioni si può produrre un fenomeno di spiazzamento, ma lo studio era in un contesto particolare: un intervento draconiano e inaspettato nel mezzo di una recessione, in cui le imprese sono già impegnate nella riduzione del lavoro”.

 

È quindi un caso eccezionale? “Se guardiamo i dati, ci rendiamo conto che in Italia l’aumento dell’occupazione adulta avviene mentre la disoccupazione giovanile si riduce. Solo durante la crisi del 2008-14 l’aumento del lavoro fra chi ha più di 55 anni si è accompagnato ad un aumento della disoccupazione giovanile. Una recessione prolungata è un contesto particolare, in cui le imprese fanno di tutto per contenere i costi. Le nostre stime colgono gli effetti di breve periodo, nei due-tre anni dopo la riforma. Quello studio dimostra che anche in situazioni estreme, quando c’è una forma di spiazzamento non è mai così forte, perché c’è complementarietà tra giovani e anziani”.

 
Un effetto di sostituzione reale può verificarsi per l’effetto combinato della stretta sui contratti a tempo determinato introdotta dal decreto dignità e della riduzione dell’aliquota sulle sole partite Iva, la cosiddetta “flat tax”. Questo mix non si trasforma in un incentivo verso contratti più flessibili e precari? “Una novità importante è soprattutto la sentenza della Consulta sul Jobs Act, che aumenta a dismisura il ruolo dei giudici e che invece il contratto a tutele crescenti limitava. Per cui adesso, per un effetto combinato della sentenza e del decreto dignità, un licenziamento può costare da 8 a 36 mesi ed è il giudice a decidere discrezionalmente. E quindi ha un potere gigantesco che crea incertezza nelle imprese. E questo disincentiva il tempo indeterminato. Se aggiungiamo la riduzione fiscale per le sole partite Iva è molto probabile che i datori di lavoro anziché assumere impongano ai giovani di farsi la partita Iva. La combinazione di questi tre elementi rischia di aumentare il precariato”. Sembra che si guardi ai singoli provvedimenti senza valutarli in relazione agli altri. “Il problema è che non si ragiona nel complesso, ma per compartimenti stagni. Anche sulle pensioni è così: ‘pensioni d’oro’ e ‘quota cento’ sono due cose che vanno in direzioni diametralmente opposte. Da una parte penalizzi le pensioni alte con correzioni attuariali in rapporto all’età in cui si va in pensione e dall’altro incoraggi le persone ad andare in pensione senza riduzione attuariale. Stessa contraddizione sui vitalizi: da una parte tagli i vitalizi colpendo la differenza fra quanto percepito e quanto giustificato dai contributi, dall’altra permetti a chi ha pensioni più generose di essere ulteriormente premiato. Così non si riducono le asimmetrie, ma se ne creano di nuove in modo del tutto arbitrario”.

 

Il mercato del lavoro non è un autobus


Sulle pensioni in audizione ha dato cifre diverse sull’impatto della manovra, una volta 100 miliardi, un’altra 140 miliardi... che numeri sono? “Ho dato sempre le stesse cifre, ma sono due grandezze diverse. Uno è il debito pensionistico, nella prima audizione ho detto che era attorno a 100 miliardi e poi, nella seconda, quando mi hanno chiesto di rendere pubbliche le valutazioni ho specificato che sono 117 miliardi. Quando ho parlato di 140 miliardi invece mi riferivo al solo aumento della spesa e solo nei prossimi 10 anni”. Ha criticato anche il divieto di cumulo per chi va in pensione con la ‘quota 100’. Il governo ha lo stesso approccio sul reddito di cittadinanza, con un forte impegno sulla parte ispettiva e repressiva contro gli abusi. Funziona? “In generale bisognerebbe far funzionare gli incentivi, perché fare controlli è difficile e costoso. Poi nel nostro caso è davvero paradossale aumentare la spesa per pensioni e contemporaneamente aumentare le risorse per controllare che quelle stesse persone non lavorino e non paghino contributi. In un paese con problemi di occupazione, spendere risorse per non far lavorare la gente è assurdo”. C’è coerenza con la logica della staffetta generazionale: chi lavora ruba il lavoro a qualcun altro. “Si pensa al mercato del lavoro come a un autobus nell’ora di punta, c’è l’idea che ogni posto sia occupato e per far salire gente devi far scendere altre persone”.

 
Immigrazione e natalità

Un tema di cui parla spesso è la questione demografica, che tutti riconoscono. Ma lei vede l’immigrazione come una soluzione tecnica per la sostenibilità del sistema. Perché la politica non può preferire l’aumento della natalità all’aumento dell’immigrazione? “Intanto c’è il problema che la natalità non ha un effetto immediato. Mettiamo pure che gli italiani facciano molti più figli da oggi, prima che paghino i contributi passeranno almeno vent’anni. Nel frattempo bisogna pagare i contributi. Se non si vogliono gli immigrati regolari e si vuole permettere a più persone di andare in pensione, mi devono dire come possiamo rendere il sistema sostenibile nei prossimi vent’anni in cui ci sarà il pensionamento delle generazioni del baby boom. E poi sulla natalità ci sono molte parole, ma nella manovra non c’è niente, tutte le risorse vanno a pensioni e reddito di cittadinanza. Mi pare che ci sia intenzione di togliere il congedo di paternità obbligatorio, che era un messaggio importante per un paese dove tutti gli oneri vengono scaricati sulle donne”.

 
I politici però rispondono agli elettori, su certe promesse hanno preso i voti. “E’ normale che i politici vogliano farsi rieleggere. Ma verranno valutati dagli elettori fra cinque anni, non nell’immediato. Pensando a massimizzare il consenso ogni giorno si rischia di fare cose che poi si riveleranno dannose per gli elettori. E si possono commettere tanti errori, anche perché tra un comizio e l’altro non si ha tempo di studiare a fondo. E’ paradossale che politici che dubitano così tanto dei tecnici, diano spesso a questi ultimi deleghe in bianco perché non hanno tempo di studiare i dossier.” Nell’arco di una legislatura, alla fine queste politiche pagheranno? “Di sicuro saranno pagate da chi lavora o vuole lavorare. E dal punto di vista elettorale ne risponderà chi le ha fatte”.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali