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L’America sta iniziando a odiare i suoi vecchi

Così 46 milioni di anziani sono sotto accusa per avere spinto Trump e perché frenano l'economia

3 Febbraio 2019 alle 06:00

L’America sta iniziando a odiare i suoi vecchi

(Foto Pixabay)

Please die. Gli americani si stanno stufando dei propri vecchi. Vivono troppo a lungo, stanno troppo bene a soldi e, peggio, sono restii davanti al politically correct e insistono a votare. Negli Stati Uniti gli anziani oltre i 65 anni sono un blocco demografico di grande importanza. Sono 46 milioni, il 15 per cento della popolazione e anche, in assoluto, i più propensi a recarsi al seggio.

 

Non a sorpresa, difendono con i denti e le unghie i diritti pensionistici acquisiti e tendono a posizioni politiche più radicali rispetto a quelle della popolazione generale, sia a destra sia a sinistra. Inaspettatamente, diverse ricerche indicano che le donne anziane tendono più al conservatorismo che non gli uomini.

Una spiegazione ricorrente offerta dai perdenti nei casi di Trump, da una parte, e di Brexit, dall’altra, è che l’esito sarebbe stato in qualche modo “viziato” dal voto degli anziani che, si suppone, non capiscano niente. L’ex presidente del Partito democratico americano, Howard Dean, è arrivato a dichiarare in un’intervista alla rete televisiva Msnbc: “Old people should get the hell out of politics” – e cioè che “i vecchi dovrebbero andare fuori dalle balle in fatto di politica”.

La tesi di Dean è che gli anziani, non avendo tanti anni davanti, non dovrebbero permettersi di mettere bocca sulle scelte che condizionano il futuro del paese. Se avesse suggerito l’estromissione dalla politica delle donne o delle minoranze rappresentate nei colori della bandiera arcobaleno, sarebbe stato linciato. Invece il commento è stato perlopiù ignorato.

Un’altra accusa è che i vecchi, avendo lavorato a lungo, avrebbero accumulato troppa parte della ricchezza nazionale, strozzando la crescita con i loro risparmi “eccessivi” e non lasciando abbastanza alle nuove generazioni. Il concetto è stato recentemente fotografato dal Financial Times con il titolo “Rich pensioners hoard cash and reject urge to spend” – “Ricchi pensionati accaparrano i soldi e respingono la voglia di spenderli”.

Gli analisti del fondo d’investimento americano United Income identificano la scarsa voglia di spendere degli anziani come un serio problema per il paese: “Innovazioni in medicina e tecnologia hanno allungato l’attesa di vita di oltre trent’anni rispetto al 1900, contribuendo al raddoppio del tempo che l’adulto medio passa come pensionato rispetto a qualche decennio fa. Ma i benefici della vita più lunga e il riposo pensionistico potrebbero essere limitati se gli anziani lesinano i loro consumi… per l’eccessivo pessimismo riguardo alla loro salute finanziaria in futuro”.

Oltre all’indisponibilità a rimettere i soldi in ciclo, secondo parecchi americani gli alti costi delle cure per i vecchi sottraggono risorse che meglio servirebbero alle generazioni più produttive. È spesso citato un dato sulla spesa del sistema sanitario federale Medicare relativa alle cure negli ultimi dodici mesi di vita degli anziani – incide per il 25 per cento sul costo totale del programma. Corre sui social il suggerimento del facile risparmio che si otterrebbe lasciandoli semplicemente morire; tanto, hanno già un piede nella tomba.

Aldilà della crescente astio politico e economico tra le generazioni, la situazione negli Stati Uniti è esacerbata dalla natura più “lasca” della famiglia americana, incline a una dispersione geografica che non ha paralleli nei paesi latini. Ricerche demografiche italiane continuano a indicare che, nella maggior parte dei casi, l’indirizzo dell’abitazione dell’individuo al momento del decesso è entro un chilometro di quello alla nascita. Le famiglie americane invece tendono a spargersi come i fagiani alla vista dei cacciatori, seguendo gli studi e le opportunità di lavoro ovunque li portino.

La poca inclinazione a sostenere i parenti ormai anziani ricomponendo una situazione familiare già disgregata dal tempo e dalle distanze è spesso reciproca. Non sono solo i più giovani di non volersi addossare il peso della convivenza con una generazione molto diversa nelle abitudini, i gusti e i modi di pensare. L’allungamento dell’attesa di vita allunga anche le distanze che separano le generazioni.

 

Dal disagio reciproco, è nato un fenomeno per ora largamente americano, quello dell’assisted living, la “vita assistita”. Si tratta di comunità di piccole unità residenziali “semplificate” che permettono agli anziani di condurre una vita ancora essenzialmente autonoma mentre sono seguiti a distanza da “care-givers”, badanti semi-specializzati che girano tra gli inquilini occupandosi dei piccoli fastidi di ogni giorno. Secondo dati recenti, le comunità di questo tipo negli Stati Uniti ormai superano abbondantemente le 30 mila con almeno un milione di inquilini.

 

Forse vale la pena notare inoltre che la fascia demografica che, in seguito alla crescente legalizzazione della marijuana negli Stati Uniti, ne ha visto di gran lunga la maggiore crescita dei consumi è stata proprio quella degli anziani… Il calcolo parrebbe essere del tipo, “Cos’ho da perdere dopo tutto?”. Meno benigno è il problema dell’assuefazione ai pesanti antidolorifici come Fentanyl, un potente analgesico oppioide sintetico.

Altre società si sono aggiustate diversamente davanti all’imbarazzante eccesso di vecchi. Il prete anglicano Sydney Smith nel 1805 riferì dell’usanza in materia degli abitanti della Scizia, una vasta zona dell’Asia centrale abitata in antichità dagli Sciti (che non sono gli Sciiti islamici di oggi): “Mangiarono sempre i loro nonni; si comportarono a lungo verso di loro con grande rispetto, ma come diventarono vecchi e difficili, e cominciarono a raccontare lunghe storie senza fine, se li mangiarono subito. Niente potrebbe essere più scorretto che cenare di un parente così stretto e venerabile; eppure non potremmo accusarli di cattivo gusto in fatto di moralità”.

 

* Autore della newsletter Nota diplomatica

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