Il Gigio magico

Valerio Valentini

Amici d’infanzia e compagni di studi: Di Maio colonizza il Mise e Palazzo Chigi coi suoi compaesani. Pomigliano caput mundi

Ai tempi in cui l’assalto al Palazzo era ancora un sogno sgangherato di rivoluzione, e non già – non solo, almeno – una italica ansia di occupare poltrone, il credo grillino decretava conclusa l’epoca delle clientele e del familismo. “Voi vivete ancora con l’idea che se voti qualcuno, quel qualcuno poi ti trova un posto. Ma ora vi dovete mettere in testa che per fortuna è tutto finito. Il voto di scambio non esiste più, perché in cambio del voto non hanno nulla da offrirvi. Il lavoro non c’è, e quindi non possono darvelo. O al massimo ve lo danno pure, ma poi lo stipendio ce lo mettete voi”. Così, nella campagna elettorale del 2013, arringava le folle plaudenti sotto al suo palco, nelle piazze o nei palazzetti sempre stracolmi, Beppe Grillo. Lo diceva un po’ dovunque, ma con più enfasi, con maggiore compiaciuto gusto della provocazione, sottolineava questo passaggio nelle città del Sud: quasi a volere rimarcare la differenza tra il Movimento e quel che c’era stato prima, e quel che c’era intorno, e forse anche con l’intenzione di mettere le mandi avanti, come a disilludere preventivamente eventuali aspettative: “Noi agli amici degli amici – urlava il comico, sbracciandosi – diciamo invece di prendere una parte del loro tempo e spenderlo nell’interesse della collettività”. Lo ha fatto anche Luigi Di Maio, a suo modo. Ai suoi compagni più fidati, ai suoi conoscenti più stretti, il capo politico del M5s, appena arrivato al governo, ha subito chiesto di mettersi a disposizione. Non proprio gratis et amore Dei, però. E in fondo è giusto così. Ecco che allora la sua Pomigliano d’Arco – città che un tempo fu operaia, e quindi rossa, oltreché contadina, e che poi ha visto sgretolarsi, insieme alla sua identità e alle sue contraddizioni di paesotto un po’ contadino e un po’ industriale meta dei pellegrinaggi degli studenti di sinistra dell’università di Napoli, il suo prestigio di Torino del Mezzogiorno, con gli stabilimenti dell’Alfa Sud ridimensionati e a lungo in bilico sull’orlo della chiusura, l’Alenia per decenni in agonia, i consorzi agrari chiusi in successione e la sede del pastificio Russo ridotto a un monumento decadente di archeologia manifatturiera – quella sua Pomigliano d’Arco dove il 4 marzo il M5s ha raccolto quasi il 65 per cento dei voti e dove perfino i parroci non hanno resistito alla tentazione di fare dichiarazione di fede grillina alla vigilia delle politiche, attirandosi poi le critiche del caso, quella Pomigliano si è subito, improvvisamente, offerta al suo nuovo eroe come fucina di talenti da destinare alla causa del governo del cambiamento.

  

“Voi vivete ancora con l’idea che se voti qualcuno, quel qualcuno poi ti trova un posto. Le cose cambieranno”, diceva Gigi 

Quando Il Giornale ha rivelato la vicenda di Assunta Montanino, detta Assia, la ventiseienne chiamata – senza avere granché da rivendicare, nella sua breve carriera di giovane dottoressa, con laurea triennale, in Economia aziendale – al ministero dello Sviluppo come segretaria particolare dell’illustre compaesano appena insediatosi a Via Veneto, Di Maio l’ha difesa raccontando di lei come della “figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai”. “Ho avuto modo di conoscerla quando sono stato a far visita al padre per portargli la mia solidarietà”, ha scritto, indignato, il vicepremier. E nel farlo, evidentemente, non si accorgeva che la logica che lo aveva spinto, con una longanimità per certi versi perfino apprezzabile, a scegliere come stagista nel suo ufficio di vicepresidente della Camera prima, e come strettissima collaboratrice ministeriale a 72 mila euro annui poi, la Montanino, era grosso modo la stessa che per decenni aveva giustificato la noncuranza con cui i notabili della Prima Repubblica avevano accettato di farsi carico, affidandogli qualche incarico da portaborse, del figlio del cugino del compare, che magari – poverino – era pure bravo e diligente, ma una sistemazione proprio non riusciva a trovarsela. E infatti gli attivisti campani più ferventi, quelli che ingenuamente al moralismo palingenetico propagandato dal M5s ci credono davvero, ancora, non tanto per le scarse qualifiche della beneficiata, hanno protestato, quanto per quella pratica un po’ vecchiotta di ripiegare sulle conoscenze personali. E subito, in un guizzo di iconoclasta corrosività, hanno trovato la formula che ha fatto irritare lo stato maggiore del grillismo campano: “Pomigliano d’Arcore”.

    

Salvatore Barca è tornato in pianta stabile a Via Veneto, come capo della segreteria del ministro. Una nomina che farà discutere 

Il tutto, appena prima che sulla Montanino e sulle sue relazioni private, cominciassero a circolare indiscrezioni mai smentite dai diretti interessati: voci confermate, peraltro, anche da parlamentari napoletani che la zona a nord del capoluogo partenopeo l’hanno bazzicata a lungo, e che in qualche modo spiegherebbero con argomentazioni più perfide e più credibili la rapida ascesa della giovane pomiglianese, o quantomeno fornirebbero una interpretazione alternativa dei fatti, lasciando poi, a chi lo volesse, la libertà di scegliere. E insomma il pettegolezzo vuole che la giovane Assia, dopo un sfortunata relazione con un ragazzo di Castellamare, si sia avvicinata sempre più a Salvatore Barca. Lo ha conosciuto ai tempi in cui lei era appena arrivata a lavorare alla Camera, e lui, dal Mise, era traslocato a Montecitorio come consulente economico del vicepresidente grillino. Ora i due condividono sia la casa sia il luogo di lavoro: dacché, seguendo come un’ombra il prode Luigi, ora Barca è tornato in pianta stabile a Via Veneto, come capo della segreteria del ministro. E, seppure semplice impiegato di area seconda, Di Maio sta brigando per promuoverlo a segretario generale del dicastero. Cosa tecnicamente impossibile, a ben vedere, dacché, per ottenere quel prestigioso icnarico, bisognerebbe essere già dirigenti di prima fascia; ma ai piani alti del Movimento si stanno industriando per tentare di aggirare l’ostacolo. Del resto, di Barca, Di Maio si fida ciecamente. E da anni: fu proprio Barca, infaticabile marciatore lungo i corridoi di Montecitorio, ad aiutare i vertici del M5s nell’istituzione del fondo per il microcredito alle aziende presso il Mise, quello alimentato dalle restituzioni dei parlamentari grillini. Dettaglio non secondario: Barca è di Volla, 25 mila abitanti a nord est di Napoli, a dieci minuti di macchina da Pomigliano. E del resto, in questa nuova geografia del potere grillino, i confini sono davvero ristretti: tutto gravita, secondo una abitudine che pure è deprecatissima nell’ideologia purista a cinque stelle, intorno a quella via Abate Felice Toscano dove l’ex steward del San Paolo, divenuto enfant prodige della Casaleggio & Associati, tiene ancora la sua residenza. Il cuore del Gigio Magico è qui, in un raggio di una decina di chilometri, o poco più.

  

Già Napoli, d’altronde, è terra straniera. Sempre stata ostile, la metropoli, a Di Maio. Lì, quando il Movimento era ancora sacrificio di banchetti e assemblee, spontaneismo armato di illusioni e volantini, era Roberto Fico, il vate. “E infatti Luigi ci frequentò per qualche tempo – racconta un attivista storico – ma poi preferì coltivarsi la provincia”. Fu la sua fortuna: costruirsi una rete di MeetUp locali, nell’hinterland napoletano ma anche a Caserta, anche a Salerno, che avesse come centro nevralgico Pomigliano. E così – con quella sua faccia pulita, la camicia cucita sulla pelle, il taglio di capelli sempre uguale, negli anni, e una sorta d’insensibilità alle temperature che gli permette di non sudare d’estate, in giacca e cravatta sotto al sole, e non congelare d’inverno, in giacca e cravatta sotto la pioggia, con quei suoi modi da democristiano fuori tempo massimo, precocemente paludati già prima che le sessioni di training mediatico di Silvia Virgulti, la mental coach della Casaleggio divenuta poi pure famme fatale, arrivassero a renderli più acconci alle seigenze televisive – Di Maio ha saputo fare della sua cittadina l’epicentro del grillismo campano, e non solo. E siccome l’ingresso nel Palazzo è stato vissuto con una certa angoscia, siccome il timore d’imboscate e tradimenti è vivissimo nell’animo di Rocco Casalino e Pietro Dettori, con la conseguente diffidenza – una cautela che spesso si fa psicosi – per qualunque presenza non conosciuta nei paraggi del 33 di via Veneto, ecco che il fare affidamento su pochi, fidatissimi collaboratori, è divenuta pratica non già concessa, ma addirittura raccomandata anche da Davide Casaleggio.

     

Gli attivisti campani più ferventi hanno trovato una formula non gradita al vicepremier. Sintesi: “Pomigliano d’Arcore” 

E Di Pomigliano è infatti il capo segreteria del vicepremier a Palazzo Chigi. Si chiama Dario De Falco, e ha 34 anni: due in più del suo illustre amico. Si conoscono sin dall’infanzia. Insieme hanno frequentato il liceo classico Imbriani, venendo eletti tutt’e due rappresentanti d’istituto; insieme s’iscrivono a Giurisprudenza alla Federico II, e anche lì condividono a stretto contatto la passione politica, fondando un’associazione che poi a turno, come ha raccontato Luciano Capone sul Foglio, presiedono e guidano. Apprendisti webmaster entrambi, entrambi finiti fuori corso, sono loro i primi animatori del MeetUp di via Ercole Cantone, che diventerà in seguito “Spazio 5 stelle”, trasferendosi al 35 di via Giordano Luca. Poi l’uno, da sempre più a suo agio nello stringere mani e dispensare sorrisi che non nell’organizzare sit-in, graziato nel dicembre del 2012 da 189 click si avvierà verso l’apoteosi, mentre l’altro, meno esile e più incline alla cadenza napoletana, l’altro dovrà pazientare ancora un paio d’anni prima di ottenere, scontata, la candidatura a sindaco della cittadina. Finirà secondo, lontanissimo dal vincitore – Lello Russo, ex socialista alla guida della coalizione di centrodestra – e con appena 6.114 preferenze. Quattro, invece, i grillini che entrano in Consiglio comunale: e tra loro non c’è una giovane laureanda in Economia aziendale, figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai. Si chiama Assunta, ma tutti la chiamano Assia: e racimola appena 170 voti. “Dario – raccontano i grillini locali – ha sempre agito in maniera un po’ autonoma: era chiaro che quel ruolo gli andasse un po’ stretto”. E infatti, quando il governo gialloverde prende forma, ecco che l’occasione per il grande salto di De Falco si materializza, e partono le grandi manovre. L’amico di sempre lo vuole tesoriere del suo comitato elettorale. Lui, nel frattempo transitato, all’insaputa dei più, in un “Gruppo De Falco” di cui è componente unico, abbandona il Consiglio comunale e approda a Palazzo Chigi. E passano pochi giorni prima che Di Maio, impossibilitato a seguire le beghe interne e le lamentele dei suoi colleghi parlamentari, cui diventa sempre più insofferente mano a mano che più ingombra di faldoni si fa la sua scrivania a Via Veneto, demanda al suo pretoriano il compito di raccogliere e smistare le richieste di deputati e senatori. Scelta improvvisa, che il vicepremier comunica alle truppe con uno sbrigativo messaggio in chat, rivelato da Alessandro Trocino sul Corriere della Sera: “Le questioni e i rapporti che riguardano il Movimento, l’attività di governo e le questioni parlamentari annesse, le seguirà per me il capo segreteria a Palazzo Chigi, Dario De Falco”.

  

A Roma non è invece arrivato, per ora, l’altro vertice del triangolo pomiglianese a cinque stelle: Valeria Ciarambino. E sì, che stando a quanto si vocifera tra i parlamentari grillini, il tentativo c’è stato. E a testimoniarlo starebbe le foto di lei abbracciata al neopremier Giuseppe Conte, a inizio luglio, nei giorni in cui si discuteva della sua possibile promozione. Poi, però, Di Maio ha desistito, e alla segreteria di Palazzo Chigi, con la delega agli enti locali, ha chiamato Max Bugani, consigliere bolognese e socio di Rousseau, Ignazio Corrao, europarlamentare siciliano, e Valentina Corrado, pometina al secondo mandato alla Pisana, dopo aver sfidato Roberta Lombardi per la leadership laziale del Movimento. Quarantacinque anni, carattere vulcanico, la Ciarambino è un’impiegata di Equitalia quando viene scelta – con l’obiettivo, tra gli altri, di abolire Equitalia – come candidata governatrice a cinque stelle, nel 2015. Qualcuno, per questa bizzarra coincidenza, storce il naso; qualcuno perfino protesta, anche sul Sacro Blog, arrivando ad accusarla addirittura di essere “una infiltrata”. E’ lei la guida del Movimento, in Regione. Liquida con un’alzata di spalle i mugugni dei suoi colleghi che malsopportano il fatto che resti capogruppo anche al di là dei limiti temporali imposti dal regolamento interno, che pure prevede rotazioni regolari. Non si scompone più di tanto nemmeno quando monta la polemica di fronte alla convocazione a Palazzo di Domenico Migliorini, avvocato grillino che la Ciarambino ha conosciuto durante la campagna elettorale, e che chiama a lavorare nel suo staff. In tanti protestano, parlano di “parentopoli”, di “inopportunità”. Ma lei, serafica, scrive che che non capisce “dove sia lo scandalo”. E aggiunge: “Domenico non ha un contratto, lavora a titolo gratuito per me, non per il gruppo. Cura la mia pagina Facebook, il mio indirizzo di posta elettronica, la mia agenda. Oltre ad essere il mio fidanzato è un avvocato e un attivista del Movimento 5 Stelle, che in questa fase ha deciso di dedicare una parte del suo tempo al nostro progetto politico”. E Migliorini resterà dunque al suo posto, anche se – si lamentano i grillini campani – il suo ruolo col tempo, più o meno tacitamente, si espanderà, fino a costargli le critiche di chi, in conversazioni indignate su chat che dovrebbero restare segrete, lo accusa di essere una sorta di suggeritore occulto della linea politica. “Valeria è la vigilessa, è lei che riferisce tutto a Luigi e che interviene a sedare, sempre a modo suo, le discussioni: è successo per le parlamentarie a gennaio, quando ci furono delle esclusioni sospette, ed è successo pure con la storia della Montanino, quando lei ha accusato tutti quelli che osavano fare qualche domanda di troppo di essere dei sessisti, e li ha invitati a vergognarsi”, racconta di lei chi non la stima molto.

   

“Valeria Ciarambino è la vigilessa, è lei che riferisce tutto a Luigi e che interviene a sedare, sempre a modo suo, le discussioni”

Dicono quasi tutti un gran bene, invece, di Enrico Esposito. Avvocato serio, persona sempre pronta allo scherzo ma pure riservata, quando serve, è a lui che Di Maio sta pensando per un un posto all’ufficio Affari legali del ministero dello Sviluppo. E’ di Acerra, che da Pomigliano dista cinque chilometri. Da sempre appassionato di politica, ha smesso ancora giovane di seguire le orme della sorella Francesca, che la sua avventura l’ha tentata col Pd, prima di diventare insegnante e ottenere anche degli incarichi al ministero degli Esteri. Enrico, invece, alla Federico II conosce Di Maio e De Falco: stessa facoltà, stessa scelta di aderire al grillismo della prima ora, ma lui è l’unico che arriva fino in fondo, per poi aprire uno studio legale a Roma. Le foto del suo matrimonio, nel settembre scorso, lo ritraggono felice e sorridente con l’allora vicepresidente della Camera in completo blu. “La banda dei quattro”: così li ricorda un loro amico napoletano dei tempi dell’università. E il quarto, l’unico finora non nominato, è Carmine Sautariello. Pure lui avvocato – lavora in uno studio napoletano da cinque anni – è tra i pionieri del M5s nella sua Nola, vicinissima a Pomigliano. Seguendo l’esempio del padre Francesco, che nel 1994 tentò, invano, di arrivare a Montecitorio coi centristi di Segni e Martinazzoli, anche lui ha provato il grande salto alle ultime politiche: ma le parlamentarie lo hanno respinto, anche per via delle polemiche innescate da alcune foto che testimoniavano di una recente vicinanza al mondo dell’Ncd di Angelino Alfano. Pare siano le prossime europee, il suo nuovo trampolino: andrebbe a Bruxelles a guidare la pattuglia grillina. Ma non è escluso che un qualche incarico di sottogoverno, alla fine, spunti anche per lui.

  

Così come per Luigi Falco, napoletano classe ‘78, giornalista che nel recente passato è statao anche portavoce di Di Maio. Diventerà lui, a breve, il capo dell’ufficio stampa a Via Veneto. Capo della segreteria tecnica del Mise è invece Daniel De Vito, nato ad Avellino come Di Maio e lì cresciuto e specializzatosi in Diritto tributario. Per quattro anni, a partire dal 2014, ha lavorato per il gruppo grillino alla Camera: e deve essersi fatto apprezzare, se poi è stato imbarcato anche nel comitato elettorale del capo politico del M5s, e coinvolto perfino negli incontri coi vertici della Lega durante la stesura del contratto di governo. “E’ il nostro orgoglio”, ribattono subito, quando si domanda di De Vito, i suoi amici attivisti. “Ma poi scusate? Che c’entra con Pomigliano, lui? Lui è irpino”. Nella striminzita cartina del nuovo impero a cinque stelle, Avellino è già periferia.